Quando il populista antisistema diventa sistema, ci mette un po’ a capire cosa non può più funzionare. Se hai riempito ogni azienda pubblica, ogni ente culturale, ogni museo, ogni teatro, ogni televisione e tutti i giornali che puoi di fedelissimi, è complicato far credere che tutto remi contro di te. Se non hai dato spiegazioni per i software spia messi sui telefonini di giornalisti e attivisti di organizzazioni non governative, e controlli tanto i servizi segreti che gli apparati più profondi dello Stato, è quanto meno curioso definirti “la più spiata d’Italia”. Se non dici nulla tutte le volte che una donna di sinistra viene attaccata da un esponente politico di destra in modo becero e sessista, è difficile essere credibili nel chiedere solidarietà quando accade a te.
Ci sono, contro Giorgia Meloni, attacchi scomposti, vergognosi e inaccettabili da parte di frange di antagonisti nelle piazze, di ignoti che imbrattano i muri, di imbecilli da tastiera cui andrebbero chiusi gli accoun…
Quando il populista antisistema diventa sistema, ci mette un po’ a capire cosa non può più funzionare. Se hai riempito ogni azienda pubblica, ogni ente culturale, ogni museo, ogni teatro, ogni televisione e tutti i giornali che puoi di fedelissimi, è complicato far credere che tutto remi contro di te. Se non hai dato spiegazioni per i software spia messi sui telefonini di giornalisti e attivisti di organizzazioni non governative, e controlli tanto i servizi segreti che gli apparati più profondi dello Stato, è quanto meno curioso definirti “la più spiata d’Italia”. Se non dici nulla tutte le volte che una donna di sinistra viene attaccata da un esponente politico di destra in modo becero e sessista, è difficile essere credibili nel chiedere solidarietà quando accade a te.
Ci sono, contro Giorgia Meloni, attacchi scomposti, vergognosi e inaccettabili da parte di frange di antagonisti nelle piazze, di ignoti che imbrattano i muri, di imbecilli da tastiera cui andrebbero chiusi gli account e vietati anche i post-it, ma non hanno nulla a che fare — come la presidente del Consiglio e i suoi vogliono far credere — con l’opposizione parlamentare. O con “la sinistra”. E invece, il governo gode dell’indistinto e non esita a mettere tutti nel mucchio del nemico che si è scelto e che gli conviene. Dipinge avversari politici scatenati, che non ci sono. Insorge per la museruola messa a un comico — non un autore di satira, non esageriamo — che era stato invitato a Sanremo e che poi ha legittimamente deciso di non andarci perché turbato dagli attacchi social. Una pratica che, purtroppo, chiunque può sperimentare non appena entra nello spazio del dibattito pubblico con posizioni divisive. Quindi, di fatto, sempre.
Quegli attacchi, e una timida nota del Pd in Vigilanza Rai che chiedeva il motivo della scelta alla televisione di Stato, sono diventati la prova di una spaventosa “sinistra illiberale”. Addirittura. Detto dalla presidente del Consiglio, che non ha esitato a fare un video di sostegno per favorire la rielezione del precursore della democrazia illiberale, il premier ungherese Viktor Orbán, insieme a quei non proprio sinceri democratici di Afd, i neonazisti tedeschi (e poi con Salvini, Le Pen, Netanyahu, Abascal), appare — sinceramente — incredibile. Soprattutto, detto nelle ore in cui la destra di governo ha provato a far passare dei nuovi decreti sicurezza che facevano strame addirittura dell’habeas corpus, con il fermo preventivo di dodici ore senza prevedere il vaglio di un giudice. Non fosse stato per la moral suasion preventiva del capo dello Stato, avremmo sia quello — che ricorda gli anni del Ventennio in cui quando passava Mussolini si mettevano in galera “preventiva” anarchici e socialisti — sia uno scudo penale per le forze di polizia in modo che (Giovanni Donzelli dixit) abbiano finalmente le mani più libere, e non legate come adesso.
Ora, detto che tutti gli antisistema ci mettono un po’ a capire quando dirsi vittime del sistema diventa insostenibile, dopo tre anni Meloni dovrebbe averlo capito. Non ci sono poteri forti che vogliono farla cadere — in passato ha detto anche questo — perché l’unico potere forte rimasto nel Paese, è il suo. Se cresce la cassa integrazione, se la produzione industriale è immobile, se i salari restano i più bassi d’Europa, se i centri in Albania violavano le norme e non possono funzionare, non può più accampare scuse. Non sono le toghe rosse, i governi passati, i burocrati europei con cui tra l’altro si trova benissimo, i responsabili. Non funziona più, è un disco che non gira, e rischia di diventare un boomerang. Perché perfino il più sedotto dalla destra degli italiani sa che se un comico non va a Sanremo, non è stata la sinistra a fermarlo. E che se in piazza scendono antagonisti e anarchici, non è perché hanno fiancheggiatori in Parlamento. Il Parlamento è un loro nemico.
Da cosa derivi, questo eterno vittimismo, è difficile da spiegare. Un po’ è nel dna di Fratelli d’Italia, i cui antenati sono gli esponenti del Movimento sociale, gli esclusi dell’arco costituzionale, i nostalgici che non avevano preso parte alla scrittura della Carta, perché quella Carta è stata scritta per impedire che il fascismo tornasse mai al potere. L’atteggiamento di vittime, i missini, lo hanno praticato fuori e dentro il Parlamento. Si capisce che un po’ di quella retorica sia rimasta addosso anche a Meloni. Ma c’è di più e deriva dalla natura delle destre moderne, la cui necessità di un nemico è sistemica. Serve a definirsi quando il ritorno al passato — Dio, patria e famiglia — non basta più. Serve a difendersi, quando non si riesce a fare andare le cose come si vorrebbe. Serve a incattivirsi, quando si scopre di provare — come ha fatto il governo — una sempre crescente intolleranza nei confronti del dissenso. A meno che non sia quello praticato all’interno della coalizione, in cui non sono d’accordo nemmeno su Russia e Ucraina, ma fan finta di niente. Si creano nemici per poterli attaccare meglio, quando si hanno in mano le redini del potere. Ma dipingerli più aggressivi di quanto non siano, rischia di far intravedere la macchina da presa dietro il tendone del mago di Oz. E di far comprendere anche a chi è stato disposto fin qui a credere nella magia, che narrazione e realtà non si somigliano per niente.