Il “motore italo-tedesco dell’Europa”, geniale invenzione della propaganda meloniana, si è spento prima ancora di arrivare al castello di Alden Biesen, nel nord delle Fiandre, dover ieri si è tenuto il consiglio informale dei leader Ue. A uscire fianco a fianco dal prevertice, convocato da Italia, Germania e Belgio, sono stati infatti il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, come al solito. Perché, come sempre succede alla vigilia di decisioni importanti, Francia e Germania sono titolari di visioni diverse e di interessi contrapposti. E solo la composizione di queste divergenze, se arriverà, permetterà all’Europa di fare il salto in avanti che tutti ritengono urgente e necessario. Accodarsi alla Germania sacrificando su alcuni punti l’interesse nazionale italiano, come ha fatto Meloni nei giorni scorsi, può dare qualche vantaggio politico a una leader da sempre in cerca di una propria identità. Ma non la pone certo alla guida dell’Europa.
La riunione di ieri è st…
Il “motore italo-tedesco dell’Europa”, geniale invenzione della propaganda meloniana, si è spento prima ancora di arrivare al castello di Alden Biesen, nel nord delle Fiandre, dover ieri si è tenuto il consiglio informale dei leader Ue. A uscire fianco a fianco dal prevertice, convocato da Italia, Germania e Belgio, sono stati infatti il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, come al solito. Perché, come sempre succede alla vigilia di decisioni importanti, Francia e Germania sono titolari di visioni diverse e di interessi contrapposti. E solo la composizione di queste divergenze, se arriverà, permetterà all’Europa di fare il salto in avanti che tutti ritengono urgente e necessario. Accodarsi alla Germania sacrificando su alcuni punti l’interesse nazionale italiano, come ha fatto Meloni nei giorni scorsi, può dare qualche vantaggio politico a una leader da sempre in cerca di una propria identità. Ma non la pone certo alla guida dell’Europa.
La riunione di ieri è stata importante proprio perché ha permesso ai capi di governo di mettere sul tavolo le opzioni per rilanciare l’economia europea, asfissiata dalla prevalenza tecnologica, finanziaria e geostrategica di Cina e Stati Uniti. Non dovendo prendere decisioni, visto che si è trattato di un vertice informale, i leader hanno potuto confrontarsi liberamente. E soprattutto capire le ragioni che spingono gli uni e gli altri a propendere per la ricetta francese o per quella tedesca. Gli ingredienti sono ben noti a tutti, e sono stati elencati nei due rapporti che Mario Draghi ed Enrico Letta hanno presentato ormai quasi due anni fa. Ieri i due ex capi di governo italiani sono tornati a illustrarli, constatando quanto poco sia stato fatto nel frattempo e quanto la situazione economica dell’Europa sia peggiorata di conseguenza.
Ma una ricetta non dipende tanto dagli ingredienti, quanto dal loro dosaggio. E qui le visioni di Francia e Germania divergono, motivate sia da interessi politici nazionali, sia da differenze strategiche e strutturali delle rispettive economie. La Germania vorrebbe rilanciare l’economia puntando su una “semplificazione” delle regole europee, che in realtà assomiglia molto ad una “deregulation”, soprattutto in materia di normative ambientali. Da qui nasce la convergenza italo-tedesca, resa visibile quando a Strasburgo il Ppe di Merz e i conservatori di Meloni si sono alleati per annacquare ulteriormente il “Green deal” europeo. Berlino, non senza qualche buona ragione, punta insomma a ridurre i costi di produzione europei per allinearli a quelli della concorrenza cinese o americana. Ma preferisce tenersi le mani libere salvaguardando la sovranità nazionale in materia di investimenti pubblici, visto che dispone di un bilancio molto più ricco di quello degli altri europei.
Sul fronte opposto Macron, come è nella tradizione culturale francese, ha un approccio molto più dirigistico alla questione competitività. Parigi propone di estendere al massimo la normativa sulla “preferenza europea”, che vincola pubblico e privato a privilegiare prodotti fatti nella Ue. Il corollario di questa scelta sarebbe di inasprire i dazi doganali sulle importazioni provenienti da Paesi che hanno una normativa, ambientale o di altro genere, meno onerosa di quella europea per tutelare l’industria Ue. L’altro caposaldo della ricetta francese è l’emissione di debito pubblico comune per finanziare i settori che necessitano di maggiore sviluppo, dall’intelligenza artificiale, alla difesa, dai satelliti al web. L’emissione di debito europeo mitigherebbe il vantaggio di Paesi che hanno margini di bilancio pubblico maggiori per investire nelle proprie economie. E potrebbe perfino intaccare la condizione di quasi monopolio mondiale su cui si regge l’astronomico debito pubblico americano.
È evidente che entrambe le ricette presentano vantaggi e svantaggi. È altrettanto evidente che, alla fine, nessuna delle due potrà prevalere in modo preponderante sull’altra. La vera questione da capire è se alla fine l’opzione francese e quella tedesca troveranno un compromesso, o se continueranno ad ostacolarsi a vicenda bloccando ogni decisione e condannando l’Europa ad un declino che è già ampiamente cominciato. La nota positiva è che ieri i capi di governo, più che schierarsi dall’una o dall’altra parte, hanno espresso la consapevolezza che l’emergenza impone di trovare un’intesa e di fare qualcosa subito. Intanto ci sono misure sulle quali si è registrata una convergenza pressoché unanime. La riforma delle quote europee sulle emissioni, che incidono pesantemente sui costi energetici. Il completamento del mercato dei capitali, che faciliterebbe gli investimenti privati. La creazione giuridica di una “società europea”, che possa essere registrata facilmente e operare su tutto il mercato unico con le stesse regole. La possibilità di procedere a riforme economiche o iniziative comuni condivise solo da una parte degli Stati membri, senza che gli altri possano bloccarle usando il diritto di veto. Sono solo i primi passi. Ma per l’Europa rappresenterebbero già un salto in avanti.