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Gli equilibrismi di Meloni

Giorgia Meloni al summit Italia- Africa (febbraio 2026) 

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Ciò che sta morendo in questi mesi, sotto i nostri occhi, è esattamente la forma di libertà in cui siamo vissuti nel dopoguerra, e che abbiamo trasformato in sistema. Dopo molte titubanze, con il ritardo di un anno e con l’angoscia dei naufraghi, i leader europei hanno proclamato ufficialmente la crisi dell’era atlantica davanti allo sfondamento delle regole democratiche da parte di Donald Trump, e la “profonda frattura” che si è aperta tra Europa e America, come ha denunciato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Non una divaricazione di interessi, ma di ideali: “Non crediamo più negli stessi valori, la guerra culturale del movimento Maga non è la nostra, l’ordine globale basato sui diritti e sulle regole è sotto distruzione”. Una vera e propria lapide sul concetto di Occidente così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale, con un’alleanza militare nata “per salvaguardare la libertà dei popoli e il loro comune retaggio”, ma soprattutto con uno spazio comu…

Ciò che sta morendo in questi mesi, sotto i nostri occhi, è esattamente la forma di libertà in cui siamo vissuti nel dopoguerra, e che abbiamo trasformato in sistema. Dopo molte titubanze, con il ritardo di un anno e con l’angoscia dei naufraghi, i leader europei hanno proclamato ufficialmente la crisi dell’era atlantica davanti allo sfondamento delle regole democratiche da parte di Donald Trump, e la “profonda frattura” che si è aperta tra Europa e America, come ha denunciato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Non una divaricazione di interessi, ma di ideali: “Non crediamo più negli stessi valori, la guerra culturale del movimento Maga non è la nostra, l’ordine globale basato sui diritti e sulle regole è sotto distruzione”. Una vera e propria lapide sul concetto di Occidente così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale, con un’alleanza militare nata “per salvaguardare la libertà dei popoli e il loro comune retaggio”, ma soprattutto con uno spazio comune di civiltà fondato sui principi della democrazia, dei diritti individuali e della preminenza del diritto.

Di fronte a un passaggio d’epoca come questo diventa obbligatorio domandarsi cosa farà l’Italia, in quale parte di mondo si collocherà, a quale cultura sceglierà di appartenere, che ruolo riuscirà a giocare nel nuovo quadro geopolitico mondiale. Giorgia Meloni ha vinto le elezioni su posizioni anti-europee, o almeno fortemente critiche con Bruxelles, in nome di un’“Europa dei popoli e delle Nazioni” capace di superare “l’esperienza fallita di questa Unione Europea di banchieri, tecnocrati e faccendieri”, per giungere fino allo scioglimento dell’Eurozona, con un giudizio negativo sull’euro “moneta sbagliata che ha arricchito la Germania e impoverito gli altri Stati europei”. Un recupero di sovranità monetaria nel continente, dunque, e nel mondo la scelta dell’Occidente nel suo radicamento storico, nella sua collocazione geopolitica, non nella sua dimensione valoriate, basata sulla democrazia liberale, sui diritti e sullo stato di diritto. Due direttrici di marcia in linea con il mondo e la cultura extra-costituzionale da cui provengono la leader e il suo partito, ma non con la tradizione dei governi italiani, fortemente europei e profondamente radicati in Occidente, Berlusconi compreso, al netto delle sbandate personali con Putin.

La guerra in Ucraina è il momento di svolta. Meloni è stata pronta nel capire che il conflitto avrebbe modificato gli equilibri, avrebbe dominato la fase, avrebbe infine determinato scelte e alleanze anche in politica interna. Accolta e incoraggiata dai favori del presidente Biden, la presidente del Consiglio ha immediatamente deciso di schierarsi dalla parte dell’Ucraina con una scelta atlantica netta, tuttavia senza una valorizzazione dei principi democratici dell’Occidente. L’Italia di fronte alla guerra si è così collocata in una posizione coerente con la sua storia e la sua tradizione, anche se con una premier certamente più atlantica che occidentale. È come se Meloni con questa scelta di schieramento avesse comprato un intero pacchetto di politica estera, provando a far ripartire da zero la storia dell’estrema destra italiana, la sua opposizione originaria alla Nato, la sua derivazione da una cultura e una pratica estranee alle costituzioni liberali.

Con i governi nazionali messi a dura prova da emergenze imprevedibili — la crisi economico- finanziaria più pesante del secolo, la pandemia universale, la guerra d’invasione russa in Ucraina — la leader della destra si è resa conto che la nuova dimensione delle crisi da fronteggiare sopravanzava la portata istituzionale e la superficie politica dei governi nazionali e rendeva necessario l’utilizzo di una leva lunga, come quella dell’Europa: da qui un avvicinamento graduale alla Commissione, anche grazie alla scoperta da palazzo Chigi di una verità evidente, e cioè che un Paese fondatore con il peso dell’Italia non può restare all’opposizione dell’Europa. Siamo dunque entrati in una fase in cui convivevano due vincoli: quello dell’identità radicale della destra estrema che viene dall’altro mondo e vuole mantenersi intatta, per non cedere consensi alla concorrenza della Lega imborghesendosi negli ozi dei potere, e quello della realpolitik nei confronti di Bruxelles, che ha aperto le porte ai voti aggiuntivi delle truppe meloniane alla scoperta dell’Europa, e utili come ruota di scorta.

In questo cammino fatto di svolte, ripensamenti, contraddizioni e opportunità, è arrivato il ciclone Trump che ha sconvolto alleanze, tradizioni, impegni, riferimenti: e per Meloni ha rappresentato fin dal primo momento un’occasione e un pericolo. Da un lato infatti la premier è tra i leader europei la più vicina culturalmente e politicamente non solo a Trump ma anche al trumpismo, fin da quando fu l’unica a presenziare in America alla discesa in campo del futuro presidente. Una comunanza ideologica, che poggia per entrambi sulla tentazione di fuoruscire dai confini costituzionali del bilanciamento dei poteri per conquistare all’esecutivo un primato definitivo e una potestà suprema: una suggestione post-democratica, potremmo dire, col superamento dello stato di diritto. Ma anche, come abbiamo detto, un rischio evidente per Meloni: perché mentre si muove verso quell’obiettivo che può interessare anche la destra estrema d’Italia, Trump mette in opera condotte, scelte, decisioni che sconvolgono il quadro mondiale, in quanto confondono l’aggressore con l’aggredito, calpestano i doveri di una democrazia, terremotano le alleanze, prefigurano un mondo tripolare in mano alle grandi potenze, mettono in crisi il legame americano con l’Europa e la sicurezza del nostro continente.

Il risultato è che Meloni oggi ha il piede in quattro scarpe: è legata tecnicamente a Ursula von der Leyen per necessità, affettivamente ai Patrioti di Orbán e di Vox per affinità, saltuariamente ai Volenterosi per opportunità, e soprattutto ideologicamente a Trump per consanguineità. Dove si spezzerà la corda troppo lunga dell’equilibrista? Da che parte Giorgia Meloni sceglierà di stare nella “profonda frattura” che si è aperta tra Europa e America? Le guerre culturali del movimento Maga, denunciate da Merz, saranno anche le nostre? La risposta mette in gioco la fisionomia della destra ancora in via di definizione, tra l’approdo conservatore, popolare, e la radicalità estrema, identitaria. Ma in gioco c’è qualcosa di più: il destino dell’Italia, che non può essere condannata a camminare troppo a lungo sul filo.

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