A volte gli alberi non permettono di vedere la foresta. La riforma dell’ordine giudiziario e il referendum confermativo si possono leggere a più livelli. Quello tecnico, ricco di minuzie specialistiche — la separazione delle carriere dei magistrati; il raddoppio dei Csm, uno per i giudici e un altro per i pm; l’Alta Corte disciplinare — è quello che il governo vorrebbe vedere privilegiato. I cittadini dovrebbero concentrarsi su questo aspetto della riforma. Che però, da questo punto di vista, è inutile: le carriere dei magistrati sono già separate, di fatto, con rarissime eccezioni. Quindi si tratta di un livello interpretativo superficiale, che non consente di cogliere il senso della questione.
Un’altra lettura, ammessa dal governo, è politica: la riforma ha l’obiettivo di contenere il peso delle correnti (si legga: soprattutto di quelle di sinistra) nella formazione del Csm, che ora è elettiva e che in seguito avverrà per sorteggio. Una procedura che da una parte non elimina il pr…
A volte gli alberi non permettono di vedere la foresta. La riforma dell’ordine giudiziario e il referendum confermativo si possono leggere a più livelli. Quello tecnico, ricco di minuzie specialistiche — la separazione delle carriere dei magistrati; il raddoppio dei Csm, uno per i giudici e un altro per i pm; l’Alta Corte disciplinare — è quello che il governo vorrebbe vedere privilegiato. I cittadini dovrebbero concentrarsi su questo aspetto della riforma. Che però, da questo punto di vista, è inutile: le carriere dei magistrati sono già separate, di fatto, con rarissime eccezioni. Quindi si tratta di un livello interpretativo superficiale, che non consente di cogliere il senso della questione.
Un’altra lettura, ammessa dal governo, è politica: la riforma ha l’obiettivo di contenere il peso delle correnti (si legga: soprattutto di quelle di sinistra) nella formazione del Csm, che ora è elettiva e che in seguito avverrà per sorteggio. Una procedura che da una parte non elimina il problema, e che dall’altra avrebbe potuto essere applicata anche al Csm nella sua attuale configurazione unitaria.
Un terzo livello interpretativo, anche questo politico ma decisamente negato dal governo, vede come obiettivo della riforma la volontà dell’esecutivo di sottomettere i pm. È un sospetto non inverosimile. Si può prevedere una sottomissione indiretta, che vede una prima fase di solitaria autonomia dei pm, tanto straordinaria che non sarà improbabile un secondo passaggio legislativo, che li sottoponga in qualche modo al governo per istituire una forma di controllo sulla funzione requirente, che proprio la riforma avrà reso troppo potente e troppo specializzata in senso “poliziesco”.
La Costituzione italiana prevede, giustamente, la piena indipendenza dell’ordine giudiziario. Ma, in linea teorica, la dipendenza della magistratura requirente dal governo non è di per sé antidemocratica, come non lo è la sua elezione da parte dei cittadini — la Francia e gli Usa ne sono rispettivamente la prova — . Il punto centrale della questione è la qualità del rapporto della magistratura con il potere politico, e in ultima analisi la qualità di quest’ultimo. E ciò è dimostrato proprio dal fatto che è stato il fascismo, nel 1941, a unificare le carriere dei magistrati, che l’Italia liberale aveva previsto divise: una circostanza sottolineata dalla destra per negare che l’attuale riforma abbia un segno autoritario. Ma in verità il fascismo controllava la magistratura a prescindere dalla separazione o dalla unificazione delle carriere, in virtù della qualità specifica — dittatoriale — del suo potere politico. A controprova, durante ottant’anni di repubblica la magistratura, pur unificata dal fascismo, è stata, sebbene a tratti fiancheggiatrice, in prevalenza sostanzialmente indipendente dalla politica, proprio per la caratteristica peculiare — democratica — di questa.
La chiave della riforma e del voto referendario sta qui: non in questioni tecniche né in speculazioni teoriche, ma nella indipendenza dei magistrati interpretata nella concretezza della nostra storia e del nostro presente. Una indipendenza che ai tempi di “Mani pulite” ha portato la magistratura a scontrarsi con la politica, con il consenso quasi unanime degli italiani, e non senza alcuni dolorosi eccessi ed errori — ma a questi rischi la riforma non metterà alcun riparo — . Una indipendenza che oggi, in una fase in cui il consenso è maggioritariamente rifluito verso una politica “d’ordine”, infastidisce una parte del ceto politico, e anche una parte di cittadinanza.
Non vi è dubbio, infatti, che siamo davanti alla realizzazione di un sogno di rivalsa che risale a Berlusconi (lo ha detto esplicitamente FI). Ma c’è di più. C’è un disegno di progressiva “sincronizzazione” alla linea politica del governo delle funzioni apicali dello Stato (la magistratura, ma anche la ben più debole docenza universitaria). Il nuovo clima culturale vede nella democrazia plebiscitaria il necessario superamento della democrazia liberale, che si presume esaurita. E vede la magistratura, e ogni altra articolazione dello Stato, come una esecutrice della volontà della politica, legittimata dal voto popolare. Chi vince le elezioni ha diritto di governare senza ostacoli, controlli e interferenze. I limiti del potere, la separazione dei poteri, il costituzionalismo liberale e democratico che informano la Carta, sono relitti del passato o macchinazioni “comuniste”.
Tutto ciò si iscrive nella cifra fondamentale del nostro tempo: il ritorno della politica nei suoi aspetti autoritari, la preminenza della guerra e dell’ordine pubblico nella retorica e nella pratica del potere, e il sospetto verso il dissenso, la protesta, e ogni contro-potere, anche quello togato (il Parlamento ha cessato da tempo di essere autonomo dal governo). È un altro mondo che si sta imponendo, attraverso figure come Trump e Orbán, a cui la nostra politica guarda con attenzione. Si vota quindi per arginare questo trend. Ma per battere questa politica ci vuole una politica alternativa, che sappia esprimere un altro pensiero. Dire No col voto è necessario, ma è solo l’inizio di un percorso lungo e accidentato.