Nelle ultime settimane abbiamo ascoltato due ex banchieri centrali, poi divenuti capi di governo di due paesi del G7, parlare, con razionalità e in modo accorato, della gravità del momento che stiamo vivendo. Il primo, Mark Carney, ha parlato della rottura dell’ordine mondiale, “basato sulle regole”, affermatosi dalla fine della Guerra Fredda; il secondo, Mario Draghi, del definitivo collasso di quello sostenuto, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, da istituzioni volte a garantire, con successo in ampie parti del pianeta, pace, sviluppo e prosperità.
A queste diagnosi hanno certamente contribuito le misure e le iniziative, annunciate e in vario modo attuate, nel primo anno della seconda presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti d’America. Misure e iniziative che non si sono limitate alla ben nota questione dei dazi doganali sulle importazioni di merci, ma che, in uno spettro assai ampio, hanno messo in discussione accordi politici in atto e in fieri volti a rispond…
Nelle ultime settimane abbiamo ascoltato due ex banchieri centrali, poi divenuti capi di governo di due paesi del G7, parlare, con razionalità e in modo accorato, della gravità del momento che stiamo vivendo. Il primo, Mark Carney, ha parlato della rottura dell’ordine mondiale, “basato sulle regole”, affermatosi dalla fine della Guerra Fredda; il secondo, Mario Draghi, del definitivo collasso di quello sostenuto, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, da istituzioni volte a garantire, con successo in ampie parti del pianeta, pace, sviluppo e prosperità.
A queste diagnosi hanno certamente contribuito le misure e le iniziative, annunciate e in vario modo attuate, nel primo anno della seconda presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti d’America. Misure e iniziative che non si sono limitate alla ben nota questione dei dazi doganali sulle importazioni di merci, ma che, in uno spettro assai ampio, hanno messo in discussione accordi politici in atto e in fieri volti a rispondere a sfide globali di straordinaria portata.
Oggi, dunque, è definitivamente tramontata l’idea, nata all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della fine della Guerra Fredda, secondo cui il mondo, grazie al peace dividend, fosse avviato verso una fase di cooperazione stabile: verso, come fu allora proposto con enfasi, la “fine della storia” (Fukuyama, 1992). Sul piano economico si era cominciato a parlare di globalizzazione, secondo alcuni addirittura di “fine della distanza” (Cairncross, 1997): mercati aperti, libertà di scambio di beni e servizi e di movimento dei capitali, nonché ampia circolazione di persone, informazioni e idee avrebbero dato luogo, con la diffusione delle nuove tecnologie e l’ingresso, all’inizio del nuovo secolo, della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, a un ordine internazionale basato su interdipendenza, democrazia e progresso condiviso.
In questo contesto, molti prevedevano che il dividendo della pace avrebbe liberato risorse da destinare allo sviluppo, alla lotta alla povertà, ai beni pubblici globali. Tutto questo con il mantenimento dell’ordine internazionale definito nel secondo dopoguerra, con l’estensione del sistema democratico liberale e dell’economia di mercato al “villaggio globale”, e ancora con il dollaro al centro del sistema monetario internazionale, anzi del “non-sistema” che ha fatto seguito alla fine, nel 1971, degli Accordi di Bretton Woods durati per circa un quarto di secolo.
Si trattava certo di una visione particolarmente ottimistica, la cui sintesi si rinviene in alcuni concetti che possiamo estrarre da un celebre discorso di Bill Clinton alla Beijing University nel giugno 1998: “La sicurezza economica è un elemento essenziale della libertà. In Cina, gli straordinari progressi compiuti nel promuovere tale libertà e nel diffondere il benessere saranno fonte di forza … nel XXI secolo. Ma la vera libertà deve significare qualcosa di più delle opportunità economiche. In America crediamo che la libertà stessa sia indivisibile. ... La più grande fonte di forza della Cina risiede nelle menti e nei cuori dei suoi cittadini. È profondamente nel [suo] interesse, e in quello del mondo, che quelle menti siano libere di raggiungere il loro pieno potenziale”. Sebbene questa visione non abbia retto alla prova dei fatti, essa non era però del tutto priva di fondamento, come si può rilevare confrontandola, a posteriori, con una realtà fatta di luci e di ombre.
In un mondo sempre più interconnesso, caratterizzato negli ultimi tre decenni da uno sviluppo tecnologico straordinario, da rischi ambientali in continua crescita e da un aumento medio della popolazione di 100 milioni di persone all’anno (ma non nei paesi avanzati né in Cina), si sono in effetti delineate due tendenze principali.
Da un lato, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica hanno portato benefici in ampie aree del pianeta: dal 1990 a oggi il commercio internazionale è più che quadruplicato e il prodotto mondiale di beni e servizi è raddoppiato in termini pro capite; l’economia statunitense è cresciuta di oltre il 70%, quella europea del 60% (anche se da noi solo del 25%); il prodotto pro capite è oggi in Cina di 14 volte superiore a quello del 1990, di 7 volte in India, poco meno di 2 in Africa e in America Latina, continenti ancora segnati, peraltro, da crisi profonde, non solo di natura economica. Nel medesimo periodo si è dimezzata nel mondo la mortalità infantile e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (disponendo al massimo, oggi, di poco più di due dollari al giorno) è sceso da 2 miliardi a circa 700 milioni.
Dall’altro lato, vi sono ancora, anzitutto, ampie aree ben poco toccate dai benefici dell’integrazione economica e commerciale, in primo luogo l’Africa subsahariana, dove oggi si concentra la maggior parte delle persone affette da povertà, malattie, malnutrizione, in paesi che anche per questo spesso si trovano in costante instabilità politica e sociale. Inoltre, in particolare nei paesi avanzati, i benefici aggregati non sono stati certo distribuiti in maniera uniforme e si sono accompagnati a un forte calo dell’occupazione nel settore manifatturiero e a condizioni di lavoro meno stabili. In alcuni paesi è notevolmente aumentata la disuguaglianza nella distribuzione di redditi e ricchezza, e sono mancate misure compensative da parte delle politiche pubbliche.
L’insicurezza crescente riguardo alle prospettive di occupazione e benessere economico per ampie fasce della popolazione ha alimentato nell’opinione pubblica – in particolare, ma non solo, negli Stati Uniti – una diffusa sfiducia nei confronti del libero commercio. La classe media, “in affanno”, ha attribuito la caduta dell’occupazione nell’industria manifatturiera all’apertura dei mercati e allo straordinario incremento delle produzioni e delle esportazioni cinesi e di altri paesi emergenti, più che al contemporaneo operare delle grandi innovazioni tecnologiche, in particolare la robotizzazione e l’automazione.
La crisi finanziaria globale del 2007 2008 ha certamente segnato un punto di rottura, rivelando le fragilità sistemiche e gli squilibri accumulati negli anni di maggiore intensità e rapidità della globalizzazione, nonché l’incapacità delle politiche economiche, dei sistemi finanziari e dell’architettura monetaria internazionale di farvi fronte e garantire condizioni di stabilità. La crisi non è stata tanto il risultato di fattori di natura geopolitica quanto piuttosto del perseguimento di una crescita economica sbilanciata. Negli Stati Uniti essa è stata sostenuta da una domanda interna eccessiva e da condizioni finanziarie particolarmente permissive; in altri paesi, in particolare la Cina, da un eccessivo mercantilismo e una crescita delle esportazioni sospinte, a scapito della domanda interna per consumi, anche da un tasso di cambio chiaramente sottovaluto. Con la crisi di banche e mercati finanziari e la “grande recessione” che ne seguì, emersero anche i limiti di un ordine economico integrato ma non sufficientemente coeso e regolamentato.
Le forze della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica non erano state sufficientemente accompagnate da un rafforzamento delle istituzioni e degli strumenti di stabilizzazione a livello internazionale. Ne risultarono un forte cedimento della fiducia tra paesi e al loro interno e, con l’interruzione dell’auspicata tendenza verso l’ordine “liberal-democratico”, l’inizio di un progressivo indebolimento della cooperazione globale, cui pure si cercò di far fronte con le iniziative prese nel nuovo contesto del G20 e con risultati di un certo rilievo, in particolare in ambito finanziario.
In ultima analisi, però, il multilateralismo iniziò a essere messo in discussione e molti paesi cominciarono ad adottare politiche più difensive, orientate all’interesse nazionale. In un primo tempo ciò trovò riscontro nell’ambito di blocchi economici dove interessi di tale natura finivano per prevalere sulla cooperazione internazionale e su relazioni internazionali fondate su regole condivise. Dalle tensioni commerciali, dalle crisi sanitarie come la pandemia di Covid-19 e dai conflitti militari, sempre più gravi e frequenti negli ultimi anni, sono poi generate conseguenze rilevanti per l’operare delle catene globali del valore e dei connessi processi produttivi e sui costi dell’energia e di altre materie prime. Ciò ha prodotto la risalita dell’inflazione, contrastata con politiche monetarie restrittive, e una crescente volatilità dei mercati finanziari.
Da ultimo, con il secondo mandato di Donald Trump, l’incertezza economica globale ha raggiunto massimi storici, in una interazione tra condizioni geopolitiche e dinamiche economiche condizionata dalle iniziative annunciate, attuate e spesso riviste, ma certamente destabilizzanti, della nuova amministrazione americana. Che il commercio estero potesse essere utilizzato a fini di “dipendenza e influenza” è nozione ben nota tra gli economisti, fin dai lavori di Albert Hirschman (1945).
Oggi anche le politiche “economiche” promosse da Trump possono essere interpretate, alla Lutwack (1990), come una manifestazione “geoeconomica” della politica internazionale. In effetti, però, la reazione protezionista inizia già all’indomani della crisi finanziaria e prosegue fino agli anni successivi alla pandemia, con un incremento continuo delle barriere non tariffarie, aumenti significativi, a partire dalla prima presidenza Trump, dei dazi doganali (ancorché su livelli ben inferiori a quelli annunciati, e in parte attuati, nel 2025) e iniziative mirate alla difesa di interessi “strategici”, tanto negli Stati Uniti quanto nell’Unione europea e in Cina.
Politiche di protezione o limitazione degli scambi, motivate da considerazioni di sicurezza nazionale o dalla ricerca di vantaggi strategici finiscono per condividere una visione delle relazioni economiche tra paesi come un “gioco a somma zero”. Esse derivano, da un lato, dalla sfiducia nell’efficacia della cooperazione internazionale nel perseguimento di obiettivi di interesse comune; dall’altro, dalla ricerca esplicita, e talvolta mascherata, dell’acquisizione di posizioni di potere.
La crisi della globalizzazione nasce quindi ben prima della seconda presidenza Trump e matura in un non breve periodo nel quale tra Cina e Stati Uniti ha luogo quella che sembra progressivamente sfociare in una “guerra commerciale”; è il momento in cui si comincia a parlare di weaponisation of trade, ovvero la trasformazione di dispute commerciali in veri e propri conflitti. Tuttavia, l’apertura dei mercati e l’interconnessione delle economie non si interrompono. Assistiamo invece a un rallentamento, a una slowbalisation, per usare ancora un neologismo inglese. Ed è questa la realtà in cui ancora ci troviamo, crisi sì della globalizzazione ma anche percezione chiara dei costi di un disordinato venir meno delle interdipendenze.
A questo punto, tuttavia, è necessario chiarire due questioni. Cominciamo dalla prima. È con la crisi finanziaria globale che nelle economie occidentali matura la consapevolezza che, contrariamente alle attese, l’integrazione reale e finanziaria della Cina, così come quella della Russia e di altri paesi emergenti, non potesse progredire nell’ambito di un ordine mondiale definito secondo i valori liberaldemocratici e le regole di mercato prevalenti nelle nostre economie. Si perde la speranza di un rafforzamento della cooperazione economica, e politica, con i paesi i cui mercati si erano impetuosamente aperti nel nuovo ordine definito alla fine della Guerra Fredda. Con la Russia l’allontanamento è diventato evidente con l’occupazione e l’annessione della Crimea nel 2014, e la conseguente decisione dei paesi del G7 di terminare la loro partecipazione al G8, il forum intergovernativo dei paesi più industrializzati costituito nel 1997 con l’inclusione di Mosca.
Per quanto riguarda la sfera economica emerge poi una profonda trasformazione nei rapporti con la Cina. Se nel suo discorso a Pechino del 1998, Clinton aveva affermato: “Crediamo, e la nostra esperienza lo dimostra, che la libertà rafforzi la stabilità. Nell’era globale dell’informazione, la libertà è un potente motore di progresso economico”, queste premesse non hanno portato a un rafforzamento della cooperazione economica, e politica, con la Cina. Si è andata invece progressivamente affermando la percezione che la Cina si stesse avviando a diventare un rivale strategico degli Stati Uniti (e in senso lato del G7) non solo sul piano economico, ma anche su quello tecnologico e militare, con implicazioni anche per la sicurezza nazionale.
La percezione di Pechino come rivale strategico ha spinto gli Stati Uniti ad adottare politiche di contenimento commerciale. Da parte cinese, peraltro, mentre si accentuava la consapevolezza delle proprie potenzialità economiche e tecnologiche non si manifestava alcuna disponibilità a rinunciare (né allora, né ancora oggi) allo status speciale di “economia non di mercato”. Si tratta di una clausola, anzi, di cui essa continua ad avvalersi per concedere aiuti di stato alle proprie imprese esportatrici e applicare in modo selettivo la reciprocità negli scambi commerciali e negli investimenti diretti, anche oggi che le sue condizioni non sono certo più quelle di un paese in via di sviluppo.
Le difficoltà nella cooperazione si estendono però oltre i rapporti con la Cina e la Russia. Negli ultimi quindici anni, in contrapposizione con il G7, acquisisce peso il gruppo, ancorché non coeso, cosiddetto dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e, dal 2011, Sudafrica), che dal 2009 si riunisce regolarmente su temi di interesse comune e sui quali il confronto, sempre più acceso, con i paesi avanzati si svolge soprattutto in sede G20. Ne sono derivate difficoltà crescenti proprio nell’affrontare le questioni che più richiederebbero cooperazione e iniziative comuni: cambiamento climatico, pandemie, transizione digitale, sicurezza idrica e alimentare, povertà, migrazioni.
La contrapposizione si approfondisce ulteriormente a partire dalla crisi pandemica di Covid-19, quando iniziano a emergere vulnerabilità nelle catene globali del valore, sviluppatesi nella fase di massima espansione della globalizzazione. In un contesto sempre meno cooperativo e di crescente frammentazione dell’economia mondiale – anche se, peraltro, non visibile in una diminuzione complessiva dei flussi commerciali – si affermano politiche volte a ridurre la dipendenza da sistemi economici ritenuti poco sicuri sul piano commerciale e politico. Cominciano così a diffondersi, seppur non ancora in modo dominante, processi di reshoring – in realtà oggi ancora di nearshoring più che del friend-shoring suggerito dall’amministrazione Biden – da parte delle grandi imprese, in particolare nei settori tecnologici più avanzati. In generale, diventa sempre più evidente come la globalizzazione, pur avendo generato ampi benefici in termini di efficienza economica e riduzione dei costi di trasporto e comunicazione, abbia anche creato in alcune aree forme di dipendenza tali da trasformarsi in potenziali fragilità.
È quindi sempre più evidente la riduzione drastica del multilateralismo che aveva caratterizzato l’affermarsi di un mondo aperto e globale. Allo stesso tempo, quello che una volta aveva le forme di un nuovo ordine internazionale, modellato sulle liberaldemocrazie occidentali – con gli Stati Uniti elemento centrale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e, ancor più, dopo la Guerra Fredda, e garante di stabilità e sicurezza – lascia spazio a un mondo multipolare, in cui instabilità, tensioni e conflitti rischiano di diventare la norma.Sebbene l’interdipendenza e l’interconnessione delle economie restino ancora molto elevate, il nuovo protezionismo, che ha preso piede – non solo negli Stati Uniti – nel corso del passato decennio, per accentuarsi con la seconda presidenza Trump, rischia di avere gravi conseguenze per l’economia globale.
Una contrapposizione politica sempre più evidente tende a frammentare le economie in blocchi, seppur fluidi e instabili (Brics+ e lo stesso G7); vi si aggiungono tensioni e conflitti di rilevante portata. Con l’abbandono dell’ordine economico che aveva prevalso nel periodo successivo alla Guerra Fredda, e con esso del cosiddetto Washington consensus spesso aspramente criticato come neoliberista e talvolta liquidato in modo generico, è difficile immaginare come possa configurarsi un “nuovo” ordine economico globale. Siamo, di fatto, in una fase di transizione, in cui l’incertezza appare ben più alta rispetto agli anni successivi alla crisi finanziaria globale.
Ecco quindi la seconda questione. Negli ultimi quindici anni le tensioni economiche, politiche e strategiche si sono dunque accumulate, minando l’idea di un mondo sempre più integrato, fino agli ultimi sviluppi e agli interventi, spesso irritanti e poco fondati, di parte americana anche nei confronti di quelli che nel secondo dopoguerra sono stati i più stretti alleati degli Stati Uniti, di cui hanno certamente contribuito, beneficiandone essi stessi, al sostenuto sviluppo economico.
Questi interventi vengono negli ultimi tempi spesso giustificati come la necessaria risposta a gravi squilibri economici e finanziari, principalmente a danno dell’economia americana e causati da comportamenti scorretti, di varia natura e intensità, pressoché di tutti gli altri paesi, alleati o rivali strategici. In effetti, gli squilibri commerciali e finanziari da cui sembra trarre origine il protezionismo alla Trump non sono né apparenti né marginali. Nel mondo ci sono infatti oggi molti creditori ma si rileva la presenza di “un solo grande debitore”, gli Stati Uniti. La loro posizione patrimoniale netta sull’estero è infatti fortemente negativa, intorno al 90% del prodotto interno lordo, contro attività finanziarie nette positive, ma in confronto contenute, di altri paesi creditori quali, in particolare, Giappone, Germania e Cina.
Lo squilibrio americano, raddoppiato dalla crisi finanziaria a oggi, riflette due fenomeni fondamentali. Da un lato esso è il risultato dell’accumulo di disavanzi nelle partite correnti della bilancia dei pagamenti:disavanzi principalmente commerciali (a fronte di surplus nei servizi) e determinati in parte rilevante dall’interscambio con la Cina. L’eccesso di importazioni, spinte dalla domanda privata per consumi e investimenti, sulle esportazioni, massimo negli anni della crisi finanziaria e ridottosi, ma non annullatosi, negli anni successivi, è ritornato a salire e oggi supera il 4% del prodotto.
L’accumulo dei disavanzi nel tempo spiega poco più di metà della posizione netta passiva americana; il resto dipende dalle variazioni del valore rispettivamente di attività e passività, che sono, queste ultime, attività di non residenti negli Stati Uniti. Per circa un sesto le variazioni di valore dipendono dall’apprezzamento del dollaro dopo la crisi finanziaria, che ha prodotto una riduzione del valore in dollari delle attività finanziarie americane all’estero. Per ben cinque sesti esse invece riflettono l’aumento del valore del capitale societario statunitense detenuto da non residenti, in portafogli azionari e investimenti diretti, aumento principalmente dovuto alla straordinaria performance delle imprese del settore tecnologico americano.Gli squilibri nelle partite correnti – i deficit statunitensi come i surplus di altri paesi, in particolare Cina, Germania e Giappone – non dipendono tanto dall’andamento dei prezzi relativi quanto, piuttosto, dalle politiche di domanda e offerta adottate in questi paesi.
A questo riguardo, le prospettive sull’evoluzione dei debiti pubblici, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, non sono rassicuranti, continuando a sostenere l’espansione della domanda interna, i primi, e infrastrutture locali e aiuti di stato più che consumi delle famiglie, la seconda. Per quanto riguarda il dollaro, nonostante differenziali d’interesse ancora largamente positivi, in particolare rispetto ai tassi europei, dal picco di fine 2024 questa valuta registra un (sia pure contenuto) deprezzamento, riflettendo l’incertezza sulla tenuta dell’economia americana generata dalle politiche dell’amministrazione Trump. Un deprezzamento più consistente, purché non repentino e disordinato, aiuterebbe peraltro a ridurre lo squilibrio finanziario, e potrebbe contribuire anche sul fronte commerciale.
È tuttavia prematuro parlare di una “uscita” dal dollaro per almeno due ragioni. Il suo ruolo nelle transazioni internazionali dipende infatti dalla liquidità e dall’ampiezza del mercato di riferimento, dalla qualità delle infrastrutture finanziarie e dall’affidabilità e stabilità dell’economia statunitense. È possibile che, nel tempo, tali elementi vengano considerati a rischio dai mercati, ma al momento non vi sono alternative significative. Inoltre, in conseguenza del Genius Act firmato da Trump nel luglio scorso, l’emissione di stablecoins legate al dollaro dovrebbe rafforzarne ulteriormente l’utilizzo nelle transazioni, al di là di possibili rischi di liquidità e stabilità.
Quanto alla “esuberanza” delle quotazioni azionarie, se da un lato essa riflette la performance delle grandi imprese tecnologiche americane, le Big Tech, in termini di innovazione e investimenti, dall’altro ne mette in evidenza il potere di mercato (e quello politico) e le rendite monopolistiche in un’industria ormai altamente concentrata. Non solo appaiono oggi improbabili significativi interventi volti ad aumentare la concorrenza, abbattere le barriere all’ingresso di potenziali nuovi operatori e introdurre norme sulla condivisione dei dati e l’interoperabilità, ma è anche evidente che queste imprese, insieme a poche altre, controllano una quota molto ampia e diversificata del settore tecnologico mondiale, con l’esplicito e pressante sostegno dell’amministrazione americana.
La debole presenza dell’Europa in questo settore riflette i suoi ritardi in termini di innovazione e produttività, come è chiaramente messo in luce nel Rapporto Draghi (2024). La concorrenza cinese è potenzialmente di grande rilievo anche grazie agli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo; il risultato, a livello globale, potrebbe essere quello di ritrovarsi intrappolati in una morsa di quasi-monopoli costituiti, da un lato, dalle multinazionali americane e, dall’altro, da simili conglomerati, sotto il controllo statale, cinesi. Inoltre, le prime internalizzano gran parte della ricerca condotta con gli scienziati accademici, accumulando così una straordinaria concentrazione di conoscenze “proprietarie”, in deciso contrasto con quella “scienza aperta” necessaria per una più ampia e fruttuosa diffusione delle innovazioni tecniche e scientifiche.
L’ordine mondiale che, pur tra crescenti difficoltà, ha caratterizzato il periodo successivo alla Guerra Fredda – in un contesto multipolare sostenuto dagli sforzi per uscire dalla crisi finanziaria globale e, in parte, dalla più recente emergenza pandemica – sembra ormai definitivamente tramontato. Nonostante le grandi sfide globali – dalla transizione ambientale a quella digitale, dalle tendenze demografiche ai rischi di nuove pandemie, dai conflitti dirompenti alla proliferazione nucleare – richiedano, come first best, risposte rapide e condivise, non sarà facile tornare a un livello di cooperazione internazionale sufficientemente elevato. La ricerca unilaterale di vantaggi particolari, in un gioco che è sempre più percepito come a somma zero e mosso da esigenze di protezione e sicurezza individuali, rischia di produrre danni per tutti.
Come ben sanno gli economisti, la logica dei vantaggi comparati è un buon punto di riferimento ma vale, con un notevole grado di astrazione, in situazioni essenzialmente caratterizzate da condizioni statiche di equilibrio. Gli eventi più recenti mostrano, tuttavia, che i conflitti commerciali e tecnologici possano diventare strumenti di pressione geopolitica e generare dipendenze e influenze cui può essere necessario rispondere con interventi strategici di protezione.
Quando si chiede come costruire un nuovo ordine economico internazionale che riduca al minimo le dipendenze e i costi di protezione, in un contesto il più possibile aperto e globale, è probabile che la prima risposta sia che non è detto che un tale ordine sia realizzabile. Ridurre l’interdipendenza commerciale e finanziaria è difficile e costoso, anche se la ricerca di una minore vulnerabilità delle catene globali del valore conserva una sua logica. Un mondo multipolare fondato su accordi e regole per scambi commerciali circoscritti, ma mantenuti aperti e flessibili, può essere contrapposto a un sistema di blocchi contrassegnato da una bipolarità conflittuale e instabile. Resta, tuttavia, il rischio di un arretramento rispetto alla piena libertà globale di scambio di beni e servizi, di circolazione dei capitali e di mobilità delle persone. Si dovrebbe quindi perseguire l’obiettivo di ridurre tale arretramento al minimo e, soprattutto, preservare la circolazione di idee, conoscenza, informazioni.
Qui sorge la questione cruciale di cosa fare per proteggere questo bene comune nell’era delle comunicazioni digitali e dell’intelligenza artificiale, quando diventa essenziale difendersi da un uso distorto di tali strumenti, per manipolare la realtà e diffondere disinformazione a fini privati e politici. Se i partner occidentali hanno finora ricevuto dagli Stati Uniti, anche nel diretto interesse di questi ultimi, garanzie sul fronte della sicurezza militare e della stabilità economica e finanziaria, la pax americana oggi sembra appartenere al passato.
Nella ricerca del “nuovo” ordine bisogna riconoscere che sono aumentati i rischi per la sostenibilità nelle sue tre dimensioni: sociale, ambientale, economica. Sembra prevalere, infatti, un atteggiamento quasi di disinteresse, se non di negazione, per i rischi connessi al cambiamento climatico, per quelli sanitari globali, così come per la necessaria armonizzazione di regole e standard volti a garantire benefici sicuri e diffusi da una innovazione tecnologica sempre più impetuosa.
Le tendenze demografiche indicano che da qui al 2050 la popolazione mondiale crescerà di circa due miliardi di persone, mentre nei paesi avanzati, come in Cina, l’invecchiamento potrà persino portare a una consistente riduzione della forza lavoro. In questo contesto, le questioni relative alla crescita economica, alla qualità del lavoro, e all’equità distributiva diverranno sempre più centrali, soprattutto per la duplice transizione verde e digitale. Non vanno inoltre trascurati i rischi di arretramenti, se non di veri e propri passi indietro, in materia di riarmo e proliferazione nucleare.
Sullo sfondo di questa complessa costellazione di difficoltà e incertezze resta infine la necessità di costruire una stabile e solida architettura monetaria e finanziaria, obiettivo sul quale è da decenni particolarmente arduo raggiungere un ampio consenso.Un ultimo punto riguarda i rischi di un mondo frammentato e diviso per i paesi meno sviluppati. Una minore apertura globale non può che peggiorare le loro prospettive economiche e sociali. Poiché la crescita demografica sarà concentrata proprio in queste aree, queste tendenze rischiano di alimentare flussi migratori difficili da gestire, per dimensioni e portata, in modo ordinato ed equilibrato. Ciò avviene proprio mentre nei paesi avanzati crescono il sentimento nazionalistico e la diffidenza verso una libera circolazione delle persone, che pure richiederebbe regole condivise ma anche apertura e lungimiranza.
È arduo immaginare come e quando si potrà parlare di un “nuovo” ordine economico. Certo bisogna agire prima che qualche nuova gravissima crisi globale, economica e finanziaria, costringa a ritrovare il necessario spirito cooperativo. Se una globalizzazione in crisi non significa la chiusura dei mercati e la fine delle interconnessioni economiche e finanziarie, una rinnovata cooperazione economica a livello globale evidentemente non è oggi nelle cose. La situazione resta altamente instabile;bisogna ricercare soluzioni che, in assenza del first best cooperativo, evitino che la situazione degeneri sul piano economico-finanziario come, e ancora forse di più, su quello geopolitico. Si tratta di soluzioni che possiamo definire di ottimo vincolato, impossibili da ordinare tra loro ma probabilmente non tra loro esclusive.
Ad almeno due si fa oggi spesso riferimento. La prima soluzione potrebbe consistere in una riduzione, graduale ma continua, della dipendenza in settori particolarmente strategici, di singoli paesi come di unioni economiche e politiche, da fornitori con eccessivo potere di mercato. Tra questi, ad esempio, quelli che operano nel settore energetico, in quello tecnologico e nel militare. Una maggiore autonomia nazionale ottenuta negoziando e diversificando le fonti potrebbe portare nel tempo, anche se ciò può forse sembrare paradossale, a una maggiore integrazione tra aree e paesi diversi e oggi ancora economicamente distanti.
Questa integrazione potrebbe essere conseguita anche più direttamente da una cosiddetta “coalizione di volenterosi”, un insieme, cioè, di paesi uniti nel perseguimento di un obiettivo comune, ad esempio l’impegno congiunto contro il cambiamento climatico, un’unione di libero commercio guidata da regole comuni e con una partecipazione sufficientemente ampia, ancorché non globale, o un accordo in materia tecnologica su standard, norme di sicurezza e criteri di trasparenza accettati da tutti i partecipanti.
L’efficacia di tali coalizioni dipende dalla loro ampiezza e dall’effettiva disponibilità a rispettare regole e criteri da tutti accettati. La percezione, oltre che la comprensione, della realizzazione di benefici concreti costituirebbe il fondamento, in un approccio bottom-up, di un allargamento della coalizione e una più alta probabilità di successo nel conseguimento degli obiettivi prefissati.
Alla base di coalizioni di questo tipo vi è ovviamente la fiducia reciproca, una condizione necessaria per evitare comportamenti di tipo opportunistico. Si comprende quindi perché si parli anche, in questo contesto, di “geometria variabile”, essendo più probabile conseguire un accordo tra paesi diversi su temi specifici – una questione alla volta – di cui siano chiari per ciascun partecipante, date le interrelazioni, utilità e benefici. Anche nel caso di accordi cosiddetti bottom-up, non diversamente da quelli top-down della cooperazione globale, alla fine ciò che rileva, però, sono l’impegno e la capacità di convincimento di chi inizia a costruirli e proporli.
Sotto molti punti di vista l’Unione europea, per la sua formazione, tradizione e struttura potrebbe essere un punto di riferimento e il motore di iniziative ben definite, rivolte a partner significativi, per numero e rilievo. Non si possono ignorare, tuttavia, lo stato attuale dell’Unione e la necessità che nuove “narrative” e scelte comuni possano prendere le mosse da una sufficiente condivisione di valori e obiettivi. Bisogna dunque anzitutto mirare a cambiamenti istituzionali e operativi in grado di ridurre la frammentazione che, su piani diversi, impedisce un’azione di politica economica davvero comune. Nello stesso tempo, l’Unione europea deve ricercare un ruolo diverso, non subordinato, sul piano geopolitico, cosa che richiede un’unità di intenti ben maggiore, come sappiamo, di quella oggi manifesta. Bisogna soprattutto rifiutare di ritenere che si tratti di una mission impossible, come si è finora, di fatto, trattato.
Ignazio Visco è governatore onorario della Banca d’Italia