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Il Termidoro di Meloni

Addis Abeba (Etiopia), 13 febbraio: la premier Giorgia Meloni (afp)

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L’Italia non sembra in grado di giocare un ruolo indipendente né nelle relazioni transatlantiche né sul piano europeo. E tantomeno nel conflitto russo-ucraino e in quello in corso in Medio Oriente
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L’immagine di Giorgia l’Africana appariva sgranata e nebulosa mentre, qualche giorno fa, nel corso dell’assemblea dell’Unione africana ad Addis Abeba, illustrava le prospettive mirabolanti del cosiddetto piano Mattei. Dunque, la premier italiana, come si dice dalle mie parti, «non è uscita in fotografia», proprio nella circostanza che, se forse non verrà ricordata dagli storici del futuro come un nuovo inizio per l’Unione europea, tuttavia ha rappresentato l’importante occasione per una seria presa di coscienza della propria crisi e dei passi necessari per affrontarla.

A Monaco, infatti, l’Italia non c’era. E questo ha fatto scricchiolare quell’asse Italia-Germania che la destra già celebrava come il fulgido orizzonte della prossima politica continentale. In realtà non c’è alcun asse e, parallelamente, si manifesta la crisi di un altro fondamento dell’immaginifica ingegneria meloniana: anche quella funzione di ponte (tra Italia e Usa) mostra tutta la sua sismica instabilità.

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L’immagine di Giorgia l’Africana appariva sgranata e nebulosa mentre, qualche giorno fa, nel corso dell’assemblea dell’Unione africana ad Addis Abeba, illustrava le prospettive mirabolanti del cosiddetto piano Mattei. Dunque, la premier italiana, come si dice dalle mie parti, «non è uscita in fotografia», proprio nella circostanza che, se forse non verrà ricordata dagli storici del futuro come un nuovo inizio per l’Unione europea, tuttavia ha rappresentato l’importante occasione per una seria presa di coscienza della propria crisi e dei passi necessari per affrontarla.

A Monaco, infatti, l’Italia non c’era. E questo ha fatto scricchiolare quell’asse Italia-Germania che la destra già celebrava come il fulgido orizzonte della prossima politica continentale. In realtà non c’è alcun asse e, parallelamente, si manifesta la crisi di un altro fondamento dell’immaginifica ingegneria meloniana: anche quella funzione di ponte (tra Italia e Usa) mostra tutta la sua sismica instabilità.

In altre parole, l’euforico agitarsi di Meloni a livello internazionale ha portato, certo, a lusinghieri apprezzamenti, ma non al riconoscimento di un protagonismo politico efficace e autorevole. Peggio: l’Italia non sembra in grado di giocare un ruolo indipendente, né nelle relazioni transatlantiche, né sul piano europeo e, tantomeno, nel conflitto russo-ucraino e in quello in corso in Medio Oriente.

Monaco, 13 febbraio: Keir Starmer, Friedrich Merz ed Emmanuel Macron alla conferenza sulla sicurezza 

Oggi la presidente del Consiglio appare inopinatamente incartata. Come chi, dopo aver preso un gran respiro ed essersi lanciato in una potente costruzione retorica, si blocca nel bel mezzo di una frase perché gli manca proprio quella parola là. E come quando, nel tressette o nel bridge, non si riesce a concludere il gioco perché non si sono calcolati bene le combinazioni e gli scarti (De Mauro).

La maggioranza continua a godere di un notevole consenso da parte dell’elettorato, a intercettare sentimenti e umori popolari e a governare alla meglio una coalizione dove pure si aprono crepe acute. E, tuttavia, il quadro generale appare vischioso e non sembra aprirsi alcuna prospettiva destinata a rilanciare l’azione di governo per accompagnarla proficuamente al voto politico del 2027.

Insomma, il governo e la maggioranza sembrano condannati a una tiepida ordinaria amministrazione — pur artificialmente eccitata da periodiche campagne ideologiche — e alle pratiche di un governicchio mediocre incapace di qualunque vera riforma (con la sola eccezione di quella della separazione delle carriere).

All’origine c’è l’irrisolta questione dell’identità culturale e politica di questa coalizione quale conseguenza dell’irrisolta questione dell’identità culturale e politica della sua leader. Ma non va sottovalutato un ruvido dato materiale rappresentato dalle condizioni economiche di un paese, più che fermo, immobile fino alla glaciazione.

Due numeri essenziali: la crescita del Pil si è fermata allo 0,7% e le previsioni per il prossimo futuro sono altrettanto grigie; e la produzione industriale ha registrato, per il terzo anno consecutivo, una costante flessione. Si può ben capire che, in questo scenario desolato, il tema delle pensioni da risorsa del governo si sia trasformato in una sua dannazione. E la politica di spesa, cruciale nell’anno che precede la scadenza elettorale, non potrà disporre di risorse importanti da investire e da distribuire.

Da qui la postura della presidente del Consiglio, che appare impacciata e titubante, consapevole che ogni sua mossa potrà avere effetti non desiderati. Prendiamo la vicenda del referendum. Sembrava che quella del Sì dovesse essere una marcia trionfale, mentre oggi, a poco più di un mese dal voto, i due schieramenti risultano, a dar retta ai sondaggi più attendibili, praticamente alla pari.

È questo a scombinare ancora quelle carte. Meloni aveva scelto un profilo basso per evitare la «politicizzazione» del referendum. Ma ecco che quella stessa «politicizzazione» e il conseguente impegno diretto della premier si rendono indispensabili al fine di galvanizzare la maggior parte possibile dell’elettorato di destra e portarla alle urne. Ma ciò potrebbe aver l’effetto di incentivare, oltre che il voto militante del centrosinistra, quella vocazione anti-istituzionale e anti-statuale, persino più robusta di quella anti-governativa, che cova nel cuore profondo della società.

Non solo. L’altro tema che inquieta la leadership del centrodestra porta il nome di Roberto Vannacci. Qui le carte si ingarbugliano ancora di più: Futuro Nazionale costituirà un fattore di implosione per la coalizione di governo o la porterà a una maggiore capacità di rappresentanza? È evidente che questo nuovo partito (oggi sovrastimato nei sondaggi) potrà attrarre una quota di astensionismo e di voto antisistema, ma a spese di Fratelli d’Italia e — ancora più sanguinosamente — ai danni della Lega. Il che rende assai problematico l’ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione di centrodestra.

In ogni caso si pone un dilemma drammatico per Meloni e per Fratelli d’Italia, costretti infine, e senza scampo, a dover scegliere tra un percorso verso una destra conservatrice e — attenzione! — europeista e un sovranismo attraversato da tentazioni autocratiche e da pulsioni revansciste. Insomma, per Giorgia Meloni ci saranno ancora «lunghe notti e giorni per imparare» (Ivano Fossati). Non meno lunghe e non meno popolate di sogni e di incubi le notti della sinistra.

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