Guerra in Ucraina, così in quattro anni è cambiata l’Ue
di Paolo GentiloniQuattro anni di guerra in Ucraina hanno cambiato la storia europea. La resistenza all’invasione, per molti imprevista, ha messo a nudo la fragilità del progetto neo-imperiale di Putin: una “tigre di carta”, si sarebbe detto in altri tempi. Il dispiegarsi di quel progetto di espansione ha cambiato anche l’Europa, provocando un risveglio forse altrettanto imprevisto. Ma intanto l’attacco non si ferma, aumentano le vittime civili, la rete elettrica è diventata un campo di battaglia per lasciare gli ucraini al buio e al gelo. Comincia il quinto anno, e di questa guerra non si vede la fine.
Mai più cambiare i confini europei con la forza: è stata proprio questa certezza, maturata sulle macerie delle guerre del Novecento, che i carri armati russi hanno calpestato all’alba del 24 febbraio 2022. Putin voleva instaurare manu militari a Kiev un governo amico, completando l’opera avviata dodici anni fa.
Il fallimento di questo obiettivo è ormai evidente. L’«operazione speciale», come Put…
Quattro anni di guerra in Ucraina hanno cambiato la storia europea. La resistenza all’invasione, per molti imprevista, ha messo a nudo la fragilità del progetto neo-imperiale di Putin: una “tigre di carta”, si sarebbe detto in altri tempi. Il dispiegarsi di quel progetto di espansione ha cambiato anche l’Europa, provocando un risveglio forse altrettanto imprevisto. Ma intanto l’attacco non si ferma, aumentano le vittime civili, la rete elettrica è diventata un campo di battaglia per lasciare gli ucraini al buio e al gelo. Comincia il quinto anno, e di questa guerra non si vede la fine.
Mai più cambiare i confini europei con la forza: è stata proprio questa certezza, maturata sulle macerie delle guerre del Novecento, che i carri armati russi hanno calpestato all’alba del 24 febbraio 2022. Putin voleva instaurare manu militari a Kiev un governo amico, completando l’opera avviata dodici anni fa.
Il fallimento di questo obiettivo è ormai evidente. L’«operazione speciale», come Putin si è ostinato a definire una guerra già durata più a lungo della Grande guerra patriottica per l’Urss, è ormai impantanata. La feroce battaglia di droni — se ne scambiano circa diecimila al giorno — fa guadagnare appena qualche decina di chilometri all’anno con costi umani terribili. Al punto che è diventato difficile assicurare il ricambio ai reparti russi al fronte, nonostante i bonus per chi si arruola siano stati quadruplicati, le pene per i detenuti “volontari” cancellate, le sentenze per tradimento schizzate alle stelle, gli arruolamenti forzati estesi all’Africa.
Lo scorso autunno Mosca aveva cercato di giocare la parte del vincitore, alimentando l’attesa di un doppio sfondamento. Militare, per la carenza di personale ucraino in una linea del fuoco lunga mille e duecento chilometri. E diplomatico, grazie alla spinta ricevuta da Trump nel vertice di Anchorage e tradotta nel curioso piano di chiara origine russa veicolato da “negoziatori” Usa forse attratti dalle promesse di fare affari d’oro con il Cremlino. In effetti l’Ucraina ha vissuto mesi durissimi ma sembra aver superato il suo momento più critico che era legato alle controversie interne sulla corruzione oltre che all’andamento al fronte.
La Russia affronta dunque un 2026 più difficile del previsto. La crescita è entrata in stagnazione. Il petrolio, venduto a prezzi scontati, naviga verso l’Asia, l’economia è sempre più dipendente dalla Cina. Una guerra che doveva rinverdire l’ambizione imperiale rischia di lasciare un Paese stremato, addirittura umiliato nella sua reputazione militare, ridotto a junior partner di Pechino. Oggi Putin non ha la forza di vincere, né l’intenzione di fermarsi.
Oltre che in Russia, questi quattro anni hanno lasciato il segno anche in Europa. Un’Europa che è stata costretta a reagire dopo aver a lungo coltivato speranze e illusioni. Prima, all’inizio del secolo, la speranza di una conversione democratica della Russia. Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, era il motto dell’ottimismo tedesco. Poi, anche dopo l’annessione della Crimea, l’illusione di un appeasement che lasciasse intatti i rapporti diplomatici e soprattutto gli affari, specie in campo energetico: basti pensare che il progetto del gasdotto North Stream II era stato archiviato solo due giorni prima dell’invasione russa.
Questa volta invece la risposta c’è stata. Forte e capace di prevalere sulle divisioni interne anche quando, dalla fine del 2024, il sostegno economico e militare americano è stato azzerato: 190 miliardi di aiuti europei, una ventina di pacchetti successivi di sanzioni.
Con la conferma, tuttavia, che una risposta basata sulla sola forza economica può rivelarsi insufficiente. Le sanzioni sono indispensabili ma non fermano le guerre né abbattono le dittature. Un motivo di urgenza in più per un’autonomia strategica europea.
Ora il rischio che abbiamo davanti è di andare incontro a una guerra senza fine, una prova di durata senza vie d’uscita, un susseguirsi di negoziati utili soltanto perché hanno luogo.
Di fronte a questo rischio l’Europa deve attrezzarsi a sostenere a lungo, fin quando sarà necessario, la resistenza ucraina all’invasione. Dobbiamo farlo con particolare impegno qui in Italia. L’Ucraina non è così lontana, non è “dall’altra parte della luna”, e tutte le forze politiche e le classi dirigenti hanno il dovere di spiegare che il prezzo di una vittoria di Putin per il nostro futuro di italiani sarebbe enormemente più alto del costo degli aiuti all’Ucraina.
L’Europa deve spalleggiare Kiev nello sforzo di uscire dalla trappola “cessione (certa) di territori in cambio di garanzie (incerte) sul futuro”. Un negoziato serio può cominciare nel momento in cui, almeno provvisoriamente, tacciono le armi. Chissà che con il tempo Putin, se vengono meno le sue speranze su Trump, non finisca per rendersene conto.