La contesa referendaria ruota ormai intorno a uno schema ben definito. Chi sostiene il No, ossia il complesso delle opposizioni, attacca in modo compatto il governo Meloni. Dunque è un No soprattutto politico, benché rafforzato da alcune considerazioni di merito: tuttavia l’obiettivo principale consiste nell’infliggere al centrodestra una sconfitta chiara e netta, equivalente a una disfatta nelle elezioni legislative. Sarebbe presentata come un anticipo di quello che accadrà, negli auspici del centrosinistra, al termine della legislatura, nel 2027. L’aspetto politico della battaglia poggia su due considerazioni. La prima: la riforma governativa punta a soggiogare la magistratura, alterandone l’equilibrio a favore dell’esecutivo. Come corollario, il pubblico ministero sarebbe destinato ad accumulare troppo potere.
La contesa referendaria ruota ormai intorno a uno schema ben definito. Chi sostiene il No, ossia il complesso delle opposizioni, attacca in modo compatto il governo Meloni. Dunque è un No soprattutto politico, benché rafforzato da alcune considerazioni di merito: tuttavia l’obiettivo principale consiste nell’infliggere al centrodestra una sconfitta chiara e netta, equivalente a una disfatta nelle elezioni legislative. Sarebbe presentata come un anticipo di quello che accadrà, negli auspici del centrosinistra, al termine della legislatura, nel 2027. L’aspetto politico della battaglia poggia su due considerazioni. La prima: la riforma governativa punta a soggiogare la magistratura, alterandone l’equilibrio a favore dell’esecutivo. Come corollario, il pubblico ministero sarebbe destinato ad accumulare troppo potere.
Il secondo tema che turba l’opposizione è il sorteggio dei membri del doppio Consiglio Superiore: si nega che sia lo strumento idoneo a smantellare il potere delle correnti e si accusa invece la riforma di rendere più fragile l’autonomia della magistratura. Infine, c’è l’approccio che potremmo definire come “vetero-grillino”: il testo Nordio serve solo a proteggere la “casta” per assolverla da ogni nefandezza. Nonostante tutto, è un punto tuttora in grado di fare breccia in certi settori dell’elettorato.
Sull’altro versante, la maggioranza di governo sembra ancora alla ricerca di un bazooka, ossia di qualche argomento davvero efficace per colpire l’attenzione dell’opinione pubblica. Si capisce che in questa fase chi si oppone gode di un vantaggio alquanto sensibile. Dopo oltre tre anni, il solo fatto di dire un No politico e persino ideologico alla più importante riforma messa in piedi dal centrodestra rappresenta una svolta: tanto più che avviene verso la fine di una legislatura complessa sul piano interno e internazionale, quando la maggioranza comincia ad avere qualche affanno. Ne deriva che il governo deve tenere a freno i toni del confronto. Non solo perché lo ha chiesto il presidente della Repubblica, ma perché è suo interesse farlo. Giorgia Meloni e i suoi sono chiamati a illustrare in maniera pacata il senso della riforma. Se l’accusa dell’opposizione è di voler schiacciare l’indipendenza della magistratura, si tratta di spiegare che non è vero in modo tale da apparire convincenti. Finora non sempre il centrodestra ci è riuscito, anzi.
Una strada consiste nel citare nomi ed esempi di personalità di sinistra che hanno deciso di rompere il fronte e votare Sì. Ce ne sono, sebbene nessuno sappia quanto ampio sia il segmento di opinione pubblica a cui si rivolgono. Augusto Barbera, Cesare Salvi, Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Anna Paola Concia, Nicola Rossi e alcuni altri. Come ha detto il presidente emerito della Corte Costituzionale, appunto Barbera, in passato parlamentare del Pd, il fatto che l’ultimo tratto della riforma sia stato compiuto sotto un governo di centrodestra non cancella l’impronta liberale del provvedimento. Il richiamo è alla storica posizione di una parte della sinistra, favorevole alla separazione delle carriere e al sorteggio. Un modo per stigmatizzare la chiusura a riccio del centrosinistra oggi, che non ha resistito alla tentazione d’ingaggiare un duello mortale con la destra. A costo di contraddirsi.
Anche Giorgia Meloni deve affrontare una tentazione che potrebbe indurla a un passo falso. Presentare in tempi brevi un testo per riformare la legge elettorale e magari un progetto costituzionale per introdurre il famoso “premierato”. Sarebbe un segno di crescente nervosismo indotto dal referendum. Forse per la prima volta dall’inizio della legislatura la premier non è tranquilla e lo dimostra.