Accade talvolta che, in mancanza di anticorpi efficaci, la realtà si incarichi di smentire la propaganda. In un cinematografico capovolgimento di campo, i fatti di Rogoredo — l’assassinio di uno spacciatore da parte di un poliziotto nel “bosco della droga” di Milano — si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità.
Le cose — secondo la procura — non sono andate come diceva l’agente. La pistola trovata accanto alla vittima non solo era a salve, ma non era sua. Sarebbe servita a una messinscena per provare una legittima difesa che non c’era. Servirà un processo, per capire come sia andata davvero, il punto è che secondo la destra di governo e tutti i suoi media di complemento quel processo non ci sarebbe dovuto essere.
L’iscrizione di Carmelo Cinturrino nel registro degli indagati, l’accusa di omicidio volontario, sono state giudicate abnormi dal vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, dalla presidente del Consiglio Giorgia Mel…
Accade talvolta che, in mancanza di anticorpi efficaci, la realtà si incarichi di smentire la propaganda. In un cinematografico capovolgimento di campo, i fatti di Rogoredo — l’assassinio di uno spacciatore da parte di un poliziotto nel “bosco della droga” di Milano — si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità.
Le cose — secondo la procura — non sono andate come diceva l’agente. La pistola trovata accanto alla vittima non solo era a salve, ma non era sua. Sarebbe servita a una messinscena per provare una legittima difesa che non c’era. Servirà un processo, per capire come sia andata davvero, il punto è che secondo la destra di governo e tutti i suoi media di complemento quel processo non ci sarebbe dovuto essere.
L’iscrizione di Carmelo Cinturrino nel registro degli indagati, l’accusa di omicidio volontario, sono state giudicate abnormi dal vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni (che le ha usate come esempio di «doppiopesismo di certa magistratura» in un’intervista su Rete4), dall’esponente di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami che “da avvocato” riteneva l’intera vicenda assurda e — niente meno — una prova del fatto che al prossimo referendum sulla riforma della Giustizia bisognerebbe votare Sì.
Tralasciamo l’hashtag #iostocolpoliziotto, i banchetti della Lega, la raccolta fondi in sua difesa, la pagliacciata davanti al commissariato di Mecenate della vicesegretaria del Carroccio Silvia Sardone. Fingiamo di non aver visto le trasmissioni televisive con poliziotti che puntavano un’arma contro l’obiettivo per dimostrare che, se lo fanno loro, hanno sempre ragione. Restiamo sulla sostanza, perché non è meno spaventosa.
Probabilmente sedotta da una certa idea trumpiana di giustizia, la stessa per cui gli agenti anti-immigrazione dell’Ice non sono perseguiti per l’assassinio a sangue freddo di due manifestanti pacifici come Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis, la destra di governo si è convinta che in Italia viga — cito il ministro dell’Interno Piantedosi nella sua informativa al Parlamento — «una costante e sistematica presunzione di colpevolezza» nei confronti delle forze dell’ordine. Parole pronunciate nonostante all’opposizione nessuno avesse espresso un solo dubbio sull’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, né si fosse sognato di difendere chi ha aggredito i poliziotti durante la manifestazione di Askatasuna a Torino.
Quindi, sulla base di un’idea che la destra ha costruito a tavolino — secondo Giovanni Donzelli gli agenti italiani avrebbero le mani «troppo legate, non troppo libere» — si è varato un decreto sicurezza con dentro uno scudo penale, checché ne dica Meloni, solo apparentemente edulcorato dopo la moral suasion del Quirinale.
C’è scritto questo: «Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in separato modello — da introdursi con apposito decreto del ministro della Giustizia — del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine». Tradotto: per un poliziotto che spara adducendo la legittima difesa in nome di una pistola trovata accanto alla vittima e di testimoni a suo favore, serve una via veloce, che porti a un’archiviazione entro 30 giorni, con più tutele per chi ha ucciso vista l’“evidenza” di un giustificato motivo.
Non sarebbe dovuta servire la cronaca a farci capire che si tratta dell’introduzione di un doppio registro pericoloso, che nessuno può garantire porti alle stesse indagini accurate che sono state necessarie in questo caso. O a quelle che, negli anni scorsi, sono servite per accertare la verità sugli omicidi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, pestati a morte da uomini dello Stato senza una ragione. Quel che dovremmo sapere è che a difendere davvero gli uomini e le donne in divisa è chi sa distinguere chi la onora e chi no.
Ma esercitiamoci sui casi specifici, come piace fare alla presidente e ai suoi ministri. Poniamo che un fatto come questo accada una volta passata la riforma della Giustizia. Immaginiamo che l’azione dei pm venga indirizzata, grazie a una legge ordinaria che non si farebbe fatica a far passare, dal guardasigilli o dalla presidenza del Consiglio. E che quando qualcuno viene ucciso per un qualsiasi motivo ci siano esponenti di governo che gridano «giù le mani dal poliziotto!». Cosa farebbe quel pm, che ha già un registro separato veloce veloce da smaltire?
Non dovrebbe servire tutta questa immaginazione, per capire che un governo che invoca scudi penali per le forze dell’ordine e che li scrive camuffandoli solo un po’ ha perso il senso delle proporzioni e ha smarrito il significato dello Stato di diritto. Quello per cui — questo dice l’articolo 3 — «i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali». Salvini ora dice: se l’agente è colpevole, lo si punisca di più. Meloni chiede che la giustizia sia «implacabile». L’idea di rispettare la divisione dei poteri non arriva nemmeno a sfiorare gli amici di Donald Trump e Viktor Orbán.