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Quattro anni di Ucraina e tante contraddizioni

Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen (agf)

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Il punto di Folli del 26 febbraio 2026
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Il quarto anno dell’invasione russa dell’Ucraina avrebbe potuto essere ricordato con maggiore attenzione dalle forze politiche. Certo, l’anniversario ha posto tutti davanti alle proprie contraddizioni. Il centrodestra ha speso un voto di fiducia in Senato per sostenere le ultime misure a favore di Kiev — coerenti con la linea in questi anni da Giorgia Meloni — e questo ha permesso di nascondere le fratture interne alla maggioranza. La Lega, ferita dalla micro-scissione di Vannacci, ha votato a favore e sarebbe apparso assurdo il contrario: si è notata, anzi, una presa di distanze dalle tesi filo-Putin del generale che è deputato europeo. Segno che prevale il buonsenso, vale a dire la volontà di non inseguire lo scissionista sul suo terreno. È un primo passo per isolarlo e poi tentare di batterlo nel voto del 2027.

Come è logico, l’aver posto una questione di fiducia ha impedito al centrosinistra, o a una parte di esso, di unirsi alla maggioranza. Per cui abbiamo visto Calenda, che s…

Il quarto anno dell’invasione russa dell’Ucraina avrebbe potuto essere ricordato con maggiore attenzione dalle forze politiche. Certo, l’anniversario ha posto tutti davanti alle proprie contraddizioni. Il centrodestra ha speso un voto di fiducia in Senato per sostenere le ultime misure a favore di Kiev — coerenti con la linea in questi anni da Giorgia Meloni — e questo ha permesso di nascondere le fratture interne alla maggioranza. La Lega, ferita dalla micro-scissione di Vannacci, ha votato a favore e sarebbe apparso assurdo il contrario: si è notata, anzi, una presa di distanze dalle tesi filo-Putin del generale che è deputato europeo. Segno che prevale il buonsenso, vale a dire la volontà di non inseguire lo scissionista sul suo terreno. È un primo passo per isolarlo e poi tentare di batterlo nel voto del 2027.

Come è logico, l’aver posto una questione di fiducia ha impedito al centrosinistra, o a una parte di esso, di unirsi alla maggioranza. Per cui abbiamo visto Calenda, che si è recato a Kiev, alzare il livello delle critiche sia al governo sia all’opposizione. Il capo di Azione ha avuto buon gioco nel puntare il dito contro tutti, essendo lui il solo politico italiano presente nella capitale ucraina per rendere omaggio al coraggio di quel popolo. Calenda ha usato parole chiare su quest’ultimo punto, ma è evidente che la presenza fisica a Kiev non era indispensabile. Sarebbe stato un gesto nobile, ma quel che conta è la politica verso l’Ucraina. A destra la Lega ha vissuto per quattro anni nel segno dell’ambiguità, benché in pratica il filo-putinismo di Salvini sia stato quasi sempre più declamato che concreto.

La stessa ambiguità la si riscontra nel centrosinistra ed è a questi ambienti che la polemica di Calenda realmente si rivolge. Sembra strano, in tempi in cui prevalgono gli smemorati, ma in passato le scelte internazionali furono quelle che avevano scandito il cammino della sinistra verso l’Europa e le alleanze occidentali. In occasione del conflitto per il Kosovo e nell’ambito della Nato, l’Italia prese parte in modo attivo ai bombardamenti aerei contro la Serbia a partire dal marzo 1999. Il governo era presieduto da Massimo D’Alema e da quella scelta derivò un impegno nel successivo contingente di pace che dura tuttora. Se l’Italia avesse evitato di prendere posizione e di assumersi anche responsabilità militari, si sarebbe detto che la sinistra era incapace di affrontare le acque agitate di una crisi internazionale e dunque era poco adatta al governo di un paese aderente al Patto Atlantico.

Molta acqua da allora è passata sotto i ponti e il conflitto in Ucraina non è paragonabile a quello nei Balcani. Tuttavia è persino più grave, come dimostrano i quattro anni di guerra e l’incredibile resistenza ucraina contro i russi. Colpisce che la sinistra, oggi all’opposizione, non riesca a definire una linea abbastanza univoca sulla guerra. L’ambiguità è anche nel silenzio o nella voce flebile con cui si evita di sottolineare il quarto anniversario dell’aggressione moscovita. Certo, nel viaggio di Calenda a Kiev c’è un ovvio intento propagandistico, volto a rendere visibile il profilo di Azione. Ma la mossa ha senso proprio perché il centrosinistra ha deciso di tacere per via delle troppe anime da cui è solcato. L’altro giorno, nell’incontro per lanciare la nuova “Rinascita” di Goffredo Bettini, qualcuno ha auspicato una maggiore ampiezza del “campo largo”. Ambizione legittima. E tuttavia nessuno ha posto il problema della chiarezza sulla politica estera e militare. Un tempo il Pd-Pds — e persino il vecchio Pci — avrebbe cercato di sciogliere il nodo perché è anche così che si rende credibile un’alleanza.

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