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Il delitto Palme e la crisi dello Stato sociale

Roma, 10 febbraio: un rider (agf)

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La morte del primo ministro svedese nel 1986 è coincisa con l’inizio del declino delle socialdemocrazie. Cosa non funziona più?
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Il 28 febbraio 1986 Olof Palme, primo ministro e leader del partito socialdemocratico in Svezia, veniva assassinato mentre rientrava a casa dopo essere andato al cinema, senza scorta, con sua moglie, suo figlio e la sua fidanzata. A distanza di 40 anni non sappiamo ancora il nome del suo assassino. Sappiamo però che la sua morte è coincisa con l’inizio della crisi delle socialdemocrazie, scese dal 36% al 20% dei voti degli elettori europei, affiancate e poi superate dai partiti dell’estrema destra.

Negli ultimi 15 anni nella sola Europa occidentale i partiti socialdemocratici hanno perso 25 milioni di voti, mentre i partiti populisti della destra nazionalista guadagnavano 17 milioni di elettori. Le socialdemocrazie hanno perso appeal tanto negli anni di boom che in quelli di recessione, interrompendo la tradizione che le vedeva raccogliere consensi crescenti durante le crisi perché in grado di garantire protezione sociale a chi perdeva il lavoro.

L’emorragia è stata più forte propri…

Il 28 febbraio 1986 Olof Palme, primo ministro e leader del partito socialdemocratico in Svezia, veniva assassinato mentre rientrava a casa dopo essere andato al cinema, senza scorta, con sua moglie, suo figlio e la sua fidanzata. A distanza di 40 anni non sappiamo ancora il nome del suo assassino. Sappiamo però che la sua morte è coincisa con l’inizio della crisi delle socialdemocrazie, scese dal 36% al 20% dei voti degli elettori europei, affiancate e poi superate dai partiti dell’estrema destra.

Negli ultimi 15 anni nella sola Europa occidentale i partiti socialdemocratici hanno perso 25 milioni di voti, mentre i partiti populisti della destra nazionalista guadagnavano 17 milioni di elettori. Le socialdemocrazie hanno perso appeal tanto negli anni di boom che in quelli di recessione, interrompendo la tradizione che le vedeva raccogliere consensi crescenti durante le crisi perché in grado di garantire protezione sociale a chi perdeva il lavoro.

L’emorragia è stata più forte proprio tra coloro che avrebbero avuto maggior bisogno di protezione sociale: lavoratori poco istruiti, disoccupati, abitanti di piccoli centri con un passato manifatturiero, persone non più autosufficienti. La socialdemocrazia non è apparsa più in grado di proteggere i deboli.

Cosa non funziona più dello stato sociale edificato, con tanta fatica, dalle socialdemocrazie europee nel Dopoguerra? Era troppo costoso per reggere alle pressioni competitive indotte dalla globalizzazione e a quelle fiscali imposte dall’invecchiamento della popolazione. Costretti, per ragioni oggettive, a ridimensionare il welfare state, ad allontanare l’età di pensionamento, a tenere sotto controllo la spesa sanitaria, i partiti socialdemocratici hanno spesso puntato sui valori, graditi alle élite globalizzate e non gravanti sul bilancio dello Stato.

Ecco allora le campagne sulla valorizzazione delle diversità e sull’universalismo dei diritti contrapposte al localismo, conservatorismo e xenofobia predicati agli estremi opposti dello schieramento politico. Sono valori condivisibili, ma ai quali una fetta importante della popolazione, soprattutto nelle zone rurali, non era e non è tuttora preparata.

Inoltre uno stato sociale si fonda sulla solidarietà perché protegge da rischi, quali la perdita del lavoro, la malattia, l’inabilità, la longevità non coperta da adeguati risparmi per la vecchiaia, persone che sono soggette a questi rischi in modo diverso. Chi ha meno rischio di perdere il lavoro accetta di aiutare chi ha un rischio di disoccupazione più alto. Chi è giovane e in salute aiuta chi è anziano e non può più lavorare.

Ma quando i profili di rischio sono molto diversi o ci sono forti distanze culturali, non tutti sono disposti a questa condivisione. Molti cittadini europei non si sentono di essere più di un tanto solidali nei confronti dei nuovi arrivati, soprattutto quando provengono da Paesi con tradizioni, religioni, culture, molto distanti dalle nostre. Può piacere o meno, ma questo è un dato di fatto. E poi tra le fasce più deboli della popolazione, a partire dagli stessi immigrati, c’è chi teme, non sempre a torto, che l’arrivo di altre persone come loro possa privarli di quei lavori, di quei redditi, che hanno così faticosamente conquistato. Sono spesso proprio gli immigrati ad aver paura degli immigrati.

I partiti socialdemocratici continuano a ignorare i problemi posti dall’intreccio tra immigrazione e stato sociale. È una relazione pericolosa ed è indubbiamente difficile contrapporsi al messaggio semplice di chi propone di sigillare le frontiere. Ma la demografia impone anche alle destre xenofobe e populiste di aprire le frontiere. Ce lo dimostra il governo Meloni, costretto a varare decreti flussi che ammettono un milione di immigrati nel giro di cinque anni.

In questo contesto solo chi sa prefigurare un percorso di acquisizione di diritti a prestazioni sociali basato sul versamento prima possibile dei contributi, su rilasci e rinnovi rapidi dei permessi di soggiorno e senza la finzione del ritorno in patria per chi è già da noi, solo chi permette agli immigrati di poter restare mentre cercano un lavoro migliore e sfuggono così allo sfruttamento aiutando imprese e famiglie a trovare di chi hanno bisogno, solo chi fa tutto questo può riuscire a conciliare il welfare state, come tratto fondante l’identità europea, e l’immigrazione.

Il populismo xenofobo ha in questi anni convinto gli europei che ci sono molti più immigrati di quanto sia vero. La percezione comune è che un abitante della penisola su quattro sia immigrato e che la maggioranza dei nuovi arrivati sia irregolare. In realtà gli immigrati sono meno del 10% della popolazione e gli irregolari attorno all’1%. Ma la scelta di ingigantire i numeri e di abbinare agli occhi di tutti immigrazione con illegalità potrebbe ritorcersi contro chi ne ha fatto il cavallo di battaglia.

I grandi numeri stanno dalla parte delle politiche di integrazione, non da quella delle espulsioni. Il governo Meloni sta spendendo centinaia di milioni nel goffo tentativo di espellere in Albania qualche decina di richiedenti asilo. Mentre lascia che le risorse del fondo asilo migrazione e integrazione (Amif) dell’Unione Europea rimangano inutilizzate. Servirebbero per rafforzare gli sportelli dell’immigrazione, offrire orientamento professionale e supporto linguistico a decine di migliaia di immigrati che sono già da noi e che cercano lavoro. L’integrazione riguarda le decine di migliaia e si autofinanzia con i contributi di chi ha trovato lavoro, le espulsioni riguardano le poche decine, sono costosissime e raramente definitive.

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