L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei che ha decapitato il regime, non è l’ultimo atto di una contesa che si trascina da cinquant’anni e che Trump credeva di aver risolto otto mesi fa, quando annunciò di aver “completamente distrutto” l’arsenale nucleare di Teheran con i bombardamenti dei tre siti strategici del regime: è piuttosto il primo atto di guerra nell’età del caos, in quel nuovo disordine mondiale creato dalla solitudine sovranista e neo-autoritaria del presidente americano.
Siamo infatti fuori da ogni sistema di regole, di convenzioni, di tradizioni, di garanzia e di tutela, per la prima volta completamente esposti davanti alla storia che si compie sciolta da ogni vincolo, libera di seguire la via tracciata dalla forza. Mentre prendiamo atto della scomparsa di categorie che hanno sorretto l’equilibrio del mondo, come il diritto internazionale, cerchiamo un nuovo principio di razionalità capace di interpretare la fa…
L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei che ha decapitato il regime, non è l’ultimo atto di una contesa che si trascina da cinquant’anni e che Trump credeva di aver risolto otto mesi fa, quando annunciò di aver “completamente distrutto” l’arsenale nucleare di Teheran con i bombardamenti dei tre siti strategici del regime: è piuttosto il primo atto di guerra nell’età del caos, in quel nuovo disordine mondiale creato dalla solitudine sovranista e neo-autoritaria del presidente americano.
Siamo infatti fuori da ogni sistema di regole, di convenzioni, di tradizioni, di garanzia e di tutela, per la prima volta completamente esposti davanti alla storia che si compie sciolta da ogni vincolo, libera di seguire la via tracciata dalla forza. Mentre prendiamo atto della scomparsa di categorie che hanno sorretto l’equilibrio del mondo, come il diritto internazionale, cerchiamo un nuovo principio di razionalità capace di interpretare la fase. Ma dobbiamo concludere che oggi tutto è possibile, perché nulla ci garantisce dagli esiti del caos.
La repubblica islamica, se saranno confermati gli annunci americani e israeliani, ha dunque perso la sua Guida suprema, per mano “del piccolo e del grande Satana” di cui Teheran voleva la distruzione. L’uccisione di Khamenei destabilizza il regime, perché anche se era già stata stabilita la linea di successione, un conto è immaginare l’emergenza, un altro è viverla, con la leadership cancellata dal nemico storico. In più la fine dell’ayatollah apre una crepa nel vertice, evidenzia clamorosamente la sua vulnerabilità e rilancia l’opposizione di popolo che vuole riconquistare la sua libertà.
L’Iran avrebbe potuto sottrarsi a questo nuovo appuntamento di guerra, prevedibile come il destino. C’era uno spazio negoziale aperto, sia pure nell’impazienza elettorale di Trump, incalzato da un’agenda performativa scritta nell’ansia di recuperare il consenso perduto in vista di midterm. Bisognava che dopo i raid di giugno 2025 che avevano falcidiato il programma nucleare di Teheran, il regime degli ayatollah dimostrasse seriamente di rinunciare all’arricchimento dell’uranio per arrivare alla bomba, consegnasse a un Paese terzo i 408 chilogrammi già arricchiti che si dichiarava pronto a diluire, aprisse i siti a ispezioni serie e convincenti.
Il terzo round della trattativa a Ginevra si è invece impantanato senza un risultato concreto, soprattutto - ha detto Trump - senza “quelle parole magiche decisive: niente armi nucleari”. Aggiungiamo che l’Iran ha fatto muro anche sul secondo dossier del negoziato, quello che riguarda i missili balistici, già oggi in grado di minacciare l’Europa e secondo il presidente americano tra breve capaci di raggiungere gli Stati Uniti (anche se Teheran smentisce): il dato concreto è che a Ginevra non si sono raggiunti risultati né sulla riduzione del raggio operativo dei missili né sulla riduzione degli arsenali.
Così l’Iran, pur indebolito dalle sanzioni e soprattutto sguarnito dal sostegno operativo di Hezbollah in Libano, di Hamas nella striscia di Gaza e della Siria di Assad, rimaneva per Israele quella “minaccia esistenziale” che la Guida suprema Khomeini aveva annunciato tornando a Teheran con la rivoluzione islamica del 1979. Sotto attacco esterno, arroccato, indebolito, il regime si è sentito minacciato all’interno dalla protesta in strada delle donne e dei giovani, e dalla ribellione popolare per una crisi economica gravissima, e ha reagito con il pugno di ferro e una repressione armata sanguinaria della popolazione civile, che conta 32 mila vittime.
America e Israele sperano oggi che un moto interno di rivolta possa saldarsi all’operazione “Ruggito del leone” per arrivare ad un regime change, che è il vero obiettivo politico di Washington e Tel Aviv: “La nostra azione creerà le condizioni per il coraggioso popolo iraniano di prendere in mano il proprio destino”, ha detto Netanyahu. "Al grande e orgoglioso popolo iraniano, dico che l'ora della libertà è vicina - ha aggiunto Trump -. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni, l'America vi sostiene con una forza schiacciante. È il momento di agire, non lasciatevelo sfuggire".
In realtà il presidente americano non si muove sulla spinta dei principi di democrazia e di libertà che hanno ispirato fino a ieri - al netto dell’ipocrisia e della retorica - le azioni dell’alleanza occidentale. Trump è guidato piuttosto dalla logica di sicurezza di Israele e dallo spirito di una nuova sovranità imperiale che insedi la supremazia americana ovunque gli Stati Uniti scendono in campo, per difendere i loro interessi. Agisce completamente fuori dal diritto internazionale, senza la copertura delle Nazioni Unite e senza il supporto di una coalizione come nella guerra all’Iraq, con 35 Stati collegati e la presenza di Paesi musulmani. Non ne sente il bisogno. Siamo in piena era dell’unilateralismo, dove basta la decisione del presidente, che può firmare un atto di guerra anche senza l’autorizzazione del Congresso: almeno fino a martedì, quando si discuterà in parlamento il War Powers Act sulla condivisione di responsabilità in caso di conflitti.
Disarticolata ogni autorità sovranazionale, resta soltanto la denuncia: l’Europa si richiama al diritto internazionale e chiede di bloccare ogni escalation, la Russia denuncia la “pericolosa avventura” degli Stati Uniti e di Israele, e soprattutto segnala “l’allarmante carattere seriale degli attacchi destabilizzanti americani alle basi giuridiche internazionali dell'ordine mondiale”.
La verità è che anche l’imperialismo cambia sotto i nostri occhi in questa stagione post-democratica, cercando nuovi modi di esercitare il primato nel disordine globale. Il nuovo imperialismo non agisce per conquista ma per intermittenza, entra ed esce dalla scena del caos secondo le urgenze e le convenienze, neutralizza e controlla, sperimenta una nuova sovranità da remoto e più che il governo centrale gli interessa il governo dei cieli, delle catene energetiche, delle reti, delle comunicazioni. A questo fine, com’è evidente, la guerra è più utile del negoziato. Con la conseguenza che l’ordine non si negozia: si produce. E’ una delega della politica alla forza.
Rimane un problema di legittimità da sanare. Ma con l’indebolimento progressivo dell’Onu, la messa in fuori gioco del diritto internazionale, l’uscita di scena delle agenzie di prevenzione e di regolazione dei conflitti, manca il teatro dove si giudica davanti al pubblico ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, nel riconoscimento di un codice comune e dell’autorità dei giudici. Tutto questo non c’è più. Ecco perché la potestà sovrana dei leader neo-reazionari non diventa energia negoziale ma può esprimersi in pura forza, anche bellica. Questo è il vero limite di un potere che concepisce sé stesso senza limiti: la potenza è massima, ma la capacità di trasformarla in nuovo ordine – cioè di fare politica - è minima.