Giorgia Meloni ha ragione. Quelli non sono manifestanti sono criminali, e quella non è una protesta: si chiama tentato omicidio. La buona notizia è che non ci sarà molto lavoro da fare, per identificarli. Chi siano, i violenti che hanno aggredito l’agente, lo Stato lo sa già. Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa questura. Lo sanno da prima dell’aggressione e chi dicesse no, assolutamente, lo straordinario spiegamento di forze di polizia chiamato a raccolta a Torino e tutte le nostre intelligence sono state colte di sorpresa da quella banda vestita di nero: beh, non renderebbe onore alle doti professionali di chi è incaricato dallo Stato di mantenere l’ordine e di sorvegliare focolai di insurrezione. Al contrario, i nostri agenti sono in questo eccellenti. Hanno archivi colossali di manifestanti schedati negli anni e nei decenni. Sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso, da uno zigomo. Che siano studenti persino minorenni, lavoratori, attivisti: sanno sempre in qua…
Giorgia Meloni ha ragione. Quelli non sono manifestanti sono criminali, e quella non è una protesta: si chiama tentato omicidio. La buona notizia è che non ci sarà molto lavoro da fare, per identificarli. Chi siano, i violenti che hanno aggredito l’agente, lo Stato lo sa già. Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa questura. Lo sanno da prima dell’aggressione e chi dicesse no, assolutamente, lo straordinario spiegamento di forze di polizia chiamato a raccolta a Torino e tutte le nostre intelligence sono state colte di sorpresa da quella banda vestita di nero: beh, non renderebbe onore alle doti professionali di chi è incaricato dallo Stato di mantenere l’ordine e di sorvegliare focolai di insurrezione. Al contrario, i nostri agenti sono in questo eccellenti. Hanno archivi colossali di manifestanti schedati negli anni e nei decenni. Sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso, da uno zigomo. Che siano studenti persino minorenni, lavoratori, attivisti: sanno sempre in quale casa fare irruzione all’istante. Sono inoltre in contatto con l’Interpol, scambiano informazioni con le polizie di altri paesi. Anche se sono stranieri, i violenti, le forze dello Stato li conoscono bene: li aspettano, se li aspettano. Forse per evitare scontri, la prossima volta, potrebbero non lasciarli passare: fermarli prima. Perché, domandiamoci: a chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito? Alla causa dei manifestanti o al governo della destra? Senza scomodare la Storia grande né fare paragoni, per carità, fra gli anni del terrorismo dei servizi deviati dei rapimenti e delle stragi. Diversissimo tutto, certo. Ma il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro, ad arte, per giustificare la repressione. Dagli Anni Settanta non abbiamo imparato niente o, al contrario, abbiamo imparato benissimo?
Scontri al corteo per Askatasuna, poliziotto accerchiato e picchiato dai manifestanti
Il nuovo inizio fu il G8 di Genova venticinque anni fa, 2001. Sappiamo almeno da allora che l’internazionale nera dei black bloc si autoconvoca senza appuntamento e si smaterializza senza salutare. Molti arrivano dall’estero, moltissimi dall’Italia. Lì dove i manifestanti pacifici, famiglie con bambini, studenti liceali con gli zaini sono fermati ai posti di blocco, alle stazioni ferroviarie ai caselli autostradali, sono sottoposti a continue perquisizioni, ispezioni, sequestro di semplici bottigliette d’acqua e infine respinti loro, quelli coi cappucci neri, passano con le spranghe e coi martelli. Li vedono tutti, basta affacciarsi alle finestre. A Genova un gruppo aveva messo le tende in un giardinetto: ci furono decine di segnalazioni di persone che chiamavano la polizia per chiedere chi sono, questi vestiti di nero accampati nel giardino. Cosa rispose, la polizia? Non sappiamo. I nerovestiti rimasero lì, poi la tragedia.
A Genova li ho visti. A Torino non c’ero, ma leggo dai resoconti che persino i passanti sapevano indicare chi fin dal mattino girava incappucciato sprangando vetrine e bancomat. Si poteva forse fare un controllo documenti, per esempio del fantomatico gruppo di francesi? Forse.
Ma d’altra parte, sul fronte opposto. Anche certi esponenti di movimenti o partiti della sinistra, anche certe frange di attivisti sanno chi siano, quelli che regolarmente si mescolano e poi si mettono alla testa di un corteo di ventimila. Forse non gli stranieri ma gli italiani, alcuni almeno, li conoscono e li riconoscono. Sono sempre gli stessi. Fingere di no, ignorarli, fare gli gnorri, lasciarli passare: a chi conviene? A chi va in piazza contro il governo? Non direi. Se lo scopo della manifestazione era difendere gli spazi sociali autogestiti, difendere Askatasuna, non mi sembra che il risultato sia felice. Quindi forse: fermarli prima. La connivenza di una parte della sinistra coi violenti fa lo stesso gioco della destra. Identico.
È finito il tempo di far finta. Che la polizia non sappia, che lo Stato non sappia, che certa sinistra compiacente non sappia. Sono posizioni speculari e simmetriche buone a confermare il pensiero binario, semplicissimo, elementare che aizza gli eserciti di Internet. Con chi stai? Con le guardie fasciste o con la resistenza? Coi cattivi o coi buoni? La realtà però è più complessa degli hashtag. Le categorie non dicono mai niente, non spiegano. Ci sono “guardie” più rispettose di certi resistenti e ci sono guardie assassine. Ci sono manifestanti pacifici che a migliaia sono scesi in piazza sabato a Torino e a Milano e ci sono i black bloc che sprangano un uomo a terra inerme, gli si fanno attorno in gruppo. In cosa la dinamica dell’aggressione di Torino è diversa da quelle di Minneapolis? Lasciate stare ragioni e conseguenze, guardate la dinamica. Sono uguali. Dieci persone in piedi che si accaniscono con terribile violenza contro una persona a terra. La Gestapo di Trump è il male e gli incappucciati di Torino sono il bene?
Hanno telefonato e scritto decine di persone, ieri, durante la rassegna stampa che conducevo a RadioTre. Fra le 8 e le 8.30 del mattino di domenica hanno inviato video, testimonianze, hanno portato i loro racconti dalle manifestazioni. C’erano, a Torino e Milano, migliaia di persone che vogliono un’altra Italia: non militarizzata, antifascista, più libera, accogliente, egualitaria. Più giusta. Anche a Roma, giorni fa, alla manifestazione per scongiurare lo sgombero di Spin Time sono arrivati moltissimi cittadini non solo del quartiere a testimoniare il valore di un luogo che genera valore, cultura, accoglienza. Ho ricevuto ieri molti video da Torino di situazioni opposte a quella dell’aggressione all’agente: forze di polizia che si accaniscono sui manifestanti con brutalità. Ma certo. È sempre così: c’è questo e c’è quello. C’è la maggioranza dei manifestanti e c’è la minoranza dei violenti. Però basta uno solo episodio come quello dell’aggressione all’agente per oscurare il resto. Ecco, vedete: chi è la vittima, ecco chi sono i violenti. Per l’ultima volta, chiediamoci: a chi fa gioco, questo? A chi conviene?
Lo Stato lo sa, chi sono i violenti, e certa sinistra anche. Il tornaconto del governo è chiaro, quello degli antagonisti molto meno. Difendere l’indifendibile, fare melina è un danno enorme. Non solo per la sinistra che così rafforza la destra, in fondo sarebbe causa del suo mal, ma per l’Italia. Per tutti i cittadini. Per questa democrazia, come tante, così fragile. Occhio.