✕

La trama di un brutto film

Sanremo, 76° Festival della Canzone Italiana - quinta serata finale Nella foto, Sal Da Vinci, il sindaco Alessandro Mager, Carlo Conti

 

Ascolta l'audio

4 minuti di lettura

Fate conto che sia la trama di un film. Immaginate di essere chi ha scritto il soggetto e di cercare un produttore, qualcuno che ci metta i soldi. Salve, grazie per avermi ricevuto: io avrei queste due cartelline, gliele lascio qui rilegate, legga pure con comodo. Come? Sì, certo, le anticipo in due parole. Allora. La storia si svolge tutta in un giorno, siamo in Italia. Lo avrei intitolato “Un sabato italiano”, difatti. Sa, per richiamare la cultura pop. No, ma è un titolo provvisorio, certo. Dunque, la prima scena è così. C’è un famoso cantante, è cieco, arriva alla Festa montando un cavallo di nome Caudillo. Sì, caudillo come l’appellativo del dittatore spagnolo, Francisco Franco. Che poi Franco era intimo di Licio Gelli, se lo ricorda? La massoneria deviata il golpista, la P2; vabbè non importa, comunque nello stesso momento c’è il figlio di questo Gelli, si chiama Maurizio è un diplomatico, faceva l’ambasciatore del Nicaragua in Spagna ma Re Felipe lo ha dichiarato persona non g…

Fate conto che sia la trama di un film. Immaginate di essere chi ha scritto il soggetto e di cercare un produttore, qualcuno che ci metta i soldi. Salve, grazie per avermi ricevuto: io avrei queste due cartelline, gliele lascio qui rilegate, legga pure con comodo. Come? Sì, certo, le anticipo in due parole. Allora. La storia si svolge tutta in un giorno, siamo in Italia. Lo avrei intitolato “Un sabato italiano”, difatti. Sa, per richiamare la cultura pop. No, ma è un titolo provvisorio, certo. Dunque, la prima scena è così. C’è un famoso cantante, è cieco, arriva alla Festa montando un cavallo di nome Caudillo. Sì, caudillo come l’appellativo del dittatore spagnolo, Francisco Franco. Che poi Franco era intimo di Licio Gelli, se lo ricorda? La massoneria deviata il golpista, la P2; vabbè non importa, comunque nello stesso momento c’è il figlio di questo Gelli, si chiama Maurizio è un diplomatico, faceva l’ambasciatore del Nicaragua in Spagna ma Re Felipe lo ha dichiarato persona non gradita, dalla Spagna lo hanno espulso, vediamo la scena alternata a quella del cantante cieco a cavallo del cavallo Caudillo e questo figlio di Gelli dice che la riforma della giustizia in Italia è proprio uguale uguale a quella che aveva immaginato mio padre, il massone capo di una rete eversiva. Sì, sì, era nel Novecento il padre, ma il figlio è adesso. Però ecco che nel Teatro dove si celebra la festa, nel sabato italiano, si sta per proclamare il vincitore della gara ma nello stesso minuto il presidente degli Stati Uniti ha sferrato guerra all’Iran, forse è morto Khamenei, il perfido ayatollah, non è ancora sicuro ma sembra. Sarebbe il bene che vince sul male, o il male minore che vince sul male maggiore, ma chi vince la gara di canzoni? Un neomelodico napoletano di mezza età che inneggia all’amore coniugale eterno, una brava persona anche molto intonata, bella la canzone, pubblico in delirio, della Terza guerra mondiale nessuno parla quindi standing ovation, simpatico lui con questa storia sfortunata alle spalle, edificante però ecco un po’ anni Cinquanta diciamo, e mentre chiudono lo spazio aereo sui paesi arabi per via della guerra, che nel film sarebbe la Terza Guerra Mondiale, ci sono tutti questi cantanti che si vogliono bene, cantano gli uni le canzoni degli altri e chiamano sul palco le mamme, le nonne, un tripudio di abbracci con le mamme e le nonne. La famiglia. La famiglia è il cuore del film, difatti. È un film sugli affetti familiari perché intanto la famiglia del ministro della Difesa italiano è rimasta bloccata in uno dei paesi di cui gli aeroporti sono stati chiusi, è un caso delicatissimo, era in viaggio privato e bisogna riportarlo in Patria, la guerra è scoppiata ma la festa è ancora in corso, ci sono le madri e le mogli dei cantanti che rilasciano interviste commosse, a volte anche i mariti, ma meno. Ci sono anche donne che si baciano fra loro e questo suscita un certo scandalo ma niente in confronto al fatto che l’ayatollah è morto, sappiamo ora, il presidente che l’ha ammazzato vorrebbe dunque finalmente il Nobel per la Pace che da tanto attende soprattutto per aver bonificato la Striscia di Gaza dai suoi abitanti — uno dei cantanti in gara aveva i nomi dei bambini uccisi ricamati sugli abiti, perché dei palestinesi alla Festa non si poteva parlare ma ricamare sì, si poteva — però prima bisogna far tornare quelli che sono rimasti bloccati negli aeroporti fra i quali (oltre al ministro) una famosa cantante che era alla Festa l’anno scorso, una cantante amatissima, la vediamo in lacrime sui social che chiede fatemi tornare. Stacco sul doppiopetto bianco del vincitore di oggi che, in ginocchio sul palco, prega Dio a mani giunte. Ringrazia Dio e la moglie. Le mogli sono Dio. Mi segue? Sono stata confusa?

Pensavo, ieri. La riduzione all’infanzia del soggetto collettivo del discorso pubblico — un progetto politico che per primo Silvio Berlusconi enunciò con precisione: rivolgetevi all’elettorato come se fosse in quinta elementare — non era solo un’indicazione individuale, avvenuta con successo. Il processo era anche una riduzione all’infanzia storica. Riportare l’orologio indietro agli anni Cinquanta: fate sentire gli italiani come se vivessero ancora al tempo dei loro nonni. L’amore coniugale, uomo-donna, la manutenzione del matrimonio che è sopportazione, la mamma artefice di ogni cosa. La nonna, mamma della mamma. I buoni, i cattivi. L’uomo forte che risolve i problemi, tutti. Ci pensa lui.

Quel sabato italiano, quella sera, ho visto uno spettacolo al Teatro dell’Opera di Roma. Non c’entra ma c’entra, invece. S’intitola “Inferno”. L’Inferno di Dante. La musica è di Lucia Ronchetti, talento strabiliante, la regia di David Hermann. Una produzione tedesca, di cui l’Opera ha commissionato la versione italiana. Il biglietto era costoso perché monumentale è l’allestimento, moltissimi gli stranieri in sala. Prima dell’inizio una delegazione nelle maestranze dell’Opera, una ventina di persone, ha letto un comunicato: stanno finendo i soldi, per l’Opera. Quelli che questo governo aveva promesso non arriveranno, non ci sono nei progetti di spesa dunque questo tipo di offerta culturale finirà a meno che “la comunità del teatro di cui voi spettatori siete parte essenziale”, non reagisca e protesti. Applausi scroscianti. Noi, la comunità del teatro. Poi, lo spettacolo. In primo luogo: l’idea geniale che l’inferno sia un appartamento di lusso. Ad Abu Dhabi, forse. In una città miliardaria proprio oggi isolata dal mondo perché c’è la guerra, lo spazio aereo è chiuso, Crosetto e la cantante sono prigionieri. Una città in cui Dante declama fra sauna, bagno di marmi verdi e living di design i suoi versi. Tommaso Ragno, Dante, che sempre più reincarna Carlo Cecchi, mirabolante strepitoso. Le anime perse. Francesca, il sussurro incantevole di Laura Catrani, soprano. Lucifero, nelle parole scolpite di Tiziano Scarpa. Il coro e l’orchestra, nel golfo mistico, diretti da Livio Ceccherini. I costumi di Maria Grazia Chiuri, genio della bellezza. È ancora in scena per due repliche, il 3 e il 7 marzo. Fuori c’è la guerra. Dentro c’è la restaurazione, la proposta all’uditorio dodicenne. I soldi per le repliche — tanto talento, tanto lavoro — sono finiti. Fatevi sentire, chiedono i lavoratori dell’Opera. Facciamoci sentire. Se non lo facciamo, finirà in un brutto film. Quel brutto film, quello che si diceva prima. Quello di adesso.

Leggi i commenti