Giunta al quarto giorno, tutti sono consapevoli che la guerra contro l’Iran è ancora indecifrabile nelle sue conseguenze a lunga scadenza; al tempo stesso c’è la certezza che siamo di fronte a una svolta, un cambio di scenario dopo il quale il Medio Oriente entrerà in una diversa fase della sua storia, del tutto diversa. Per cui, quale che sia il giudizio sull’azione intrapresa da Trump e Netanyahu, è con questa inedita realtà che l’Europa, o meglio l’intero Occidente, deve misurarsi. E ovviamente a questa responsabilità non può sottrarsi l’Italia.
In realtà, le prime reazioni domestiche sembrano non cogliere il carattere senza precedenti del conflitto in corso, tale da richiedere un’attitudine mentale e uno sforzo di analisi adeguato alla novità. Ciò vale, salvo eccezioni, per entrambi gli schieramenti. Prevale invece il ricorso a vecchi schemi, quasi un automatismo ereditato dai tempi della guerra fredda, quando è evidente che tutto sta cambiando. L’immagine simbolica della diffico…
Giunta al quarto giorno, tutti sono consapevoli che la guerra contro l’Iran è ancora indecifrabile nelle sue conseguenze a lunga scadenza; al tempo stesso c’è la certezza che siamo di fronte a una svolta, un cambio di scenario dopo il quale il Medio Oriente entrerà in una diversa fase della sua storia, del tutto diversa. Per cui, quale che sia il giudizio sull’azione intrapresa da Trump e Netanyahu, è con questa inedita realtà che l’Europa, o meglio l’intero Occidente, deve misurarsi. E ovviamente a questa responsabilità non può sottrarsi l’Italia.
In realtà, le prime reazioni domestiche sembrano non cogliere il carattere senza precedenti del conflitto in corso, tale da richiedere un’attitudine mentale e uno sforzo di analisi adeguato alla novità. Ciò vale, salvo eccezioni, per entrambi gli schieramenti. Prevale invece il ricorso a vecchi schemi, quasi un automatismo ereditato dai tempi della guerra fredda, quando è evidente che tutto sta cambiando. L’immagine simbolica della difficoltà nel comprendere il cambio di passo della storia, è la disavventura in cui è incappato il ministro della Difesa tra Abu Dhabi e Dubai. Anche senza voler infierire più di tanto, resta inspiegabile come uno dei più importanti ministri del governo Meloni, in una situazione già drammatica, si sia recato in quelle regioni sottovalutando in pieno il rischio di rimanervi impigliato. Quanto meno è mancata la comprensione degli eventi che si annunciavano e di cui il titolare della Difesa non poteva non essere avvertito. Peggio ancora se fosse vero, come è stato detto, che la premier Meloni era all’oscuro del viaggio.
Si parla dunque di un’incapacità di leggere i riflessi di una crisi che coinvolge tutti e rispetto alla quale certe definizioni perdono senso: sovranista, nazionalista, europeista, isolazionista, pacifista. Si avverte subito che il significato di questi termini si è a vario titolo indebolito. Ed emerge invece una polemica di piccolo cabotaggio che si sviluppa con lo sguardo alle prossime elezioni più che ai prossimi mesi incandescenti. Se ne è avuto un saggio ieri in commissione alla Camera, con l’aspro scontro verbale fra il ministro degli Esteri, Tajani, e il leader dei 5S, Conte. Dove è evidente che questi è stato lesto nel cavalcare l’opportunità offerta dagli avvenimenti e ha assunto la posizione più intransigente in chiave anti-americana e anti-israeliana. Ancora una volta l’obiettivo dei 5S è oscurare il Pd sulla politica estera e guidare le scelte dell’opposizione. E pazienza se non è chiaro dove porterebbe questa linea, qualora fosse adottata dal centrosinistra in caso di vittoria elettorale. Forse a una rottura verticale con Trump e Israele nell’ora più difficile, quando le circostanze consiglierebbero invece già ora uno sforzo di coesione nazionale, pur con le dovute critiche alla Casa Bianca.
Certo, il centrodestra ha reagito con i limiti tipici di una media potenza che non è protagonista sulla scena internazionale. Difficile immaginare qualcosa di diverso. L’Italia non ha l’arma nucleare che permette alla Francia di Macron di dire: “vogliamo essere temuti”, qualunque cosa voglia dire tale frase nel nuovo scenario. Una carta positiva del nostro governo è l’intesa in atto con la Germania di Merz. Ma per andare dove? L’unica via è costruire una rinnovata partnership con l’altra sponda dell’Atlantico all’interno di una Nato che dovrà essere ripensata. Vasto programma, avrebbe detto il generale De Gaulle. Peraltro la posizione scettica verso gli Usa e ostile all’amministrazione Trump non sembra avere un futuro, a meno di non spezzare lo storico legame con Washington. È improbabile infatti che dopo Trump, nel 2028, si torni al passato come se nulla fosse accaduto. Anche questo è un punto su cui la classe politica avrà da meditare.