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Improbabile convergenza sulla guerra In Iran

Pedro Sanchez (agf)

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Il punto del 5 marzo 20026
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Tutti, in Italia come altrove in Europa, si augurano che la guerra in Medio Oriente duri il più breve tempo possibile. E che si concluda con un esito chiaro, ossia non in un pantano senza vincitori e vinti tale da innescare conflitti futuri in una spirale senza fine. Al momento, a quanto sembra, i pessimisti prevalgono sugli ottimisti. Dal canto loro, le forze politiche hanno scelto la via delle solite polemiche sul piano interno e del modesto cabotaggio sul piano esterno. Il timore principale della maggioranza di governo è che arrivi il momento in cui gli Stati Uniti chiedano l’uso delle basi dislocate in Italia. Sarebbe il momento della verità e delle lacerazioni. Ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha reso noto che ad oggi non è giunta alcuna richiesta. L’attività logistica prosegue quindi secondo i criteri previsti dai trattati (ultimo il Memorandum del 1994), ma per i piani d’attacco servirebbe il nulla osta del governo. Come accadde a suo te…

Tutti, in Italia come altrove in Europa, si augurano che la guerra in Medio Oriente duri il più breve tempo possibile. E che si concluda con un esito chiaro, ossia non in un pantano senza vincitori e vinti tale da innescare conflitti futuri in una spirale senza fine. Al momento, a quanto sembra, i pessimisti prevalgono sugli ottimisti. Dal canto loro, le forze politiche hanno scelto la via delle solite polemiche sul piano interno e del modesto cabotaggio sul piano esterno. Il timore principale della maggioranza di governo è che arrivi il momento in cui gli Stati Uniti chiedano l’uso delle basi dislocate in Italia. Sarebbe il momento della verità e delle lacerazioni. Ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha reso noto che ad oggi non è giunta alcuna richiesta. L’attività logistica prosegue quindi secondo i criteri previsti dai trattati (ultimo il Memorandum del 1994), ma per i piani d’attacco servirebbe il nulla osta del governo. Come accadde a suo tempo, nel 1999, quando fu utilizzata la base di Aviano per sostenere l’offensiva dal cielo in Serbia: ma si trattava di un’operazione della Nato. Se ne deduce che nel caso si vedrà al momento e in quale contesto internazionale si porrà il problema.

In altre parole, la cautela a cui il governo Meloni ispira la sua attitudine nel conflitto richiede che non si verifichino salti nel coinvolgimento dell’Italia. Cautela significa un’analisi in cui si giustifica l’attacco israelo-americano con l’esigenza di sconfiggere uno Stato fondato sul terrorismo, minaccioso non solo verso Gerusalemme, ma anche nei confronti dei paesi arabi filo-occidentali e persino, come si è visto, di un lembo del territorio europeo, nonché della Turchia. In pratica ciò significa sostegno politico a Trump-Netanyahu senza tuttavia farsi assorbire nel conflitto in modo plateale. Non si può certo sostenere che l’Italia cerchi le luci della ribalta in questa occasione. È finita l’epoca in cui si accreditava la tesi che Roma fosse il ponte fra Europa e Stati Uniti: ipotesi mai realmente vera, ma oggi nemmeno più conveniente. Ora si spera che la notte passi in fretta e senza danni in grado di turbare l’opinione pubblica e indebolire il consenso al governo.

S’intende, l’opposizione coglie l’occasione per chiedere di più. Il modello è lo spagnolo Pedro Sánchez che ha già negato le basi agli americani e si sforza di superare i problemi in patria attraverso una rinnovata dose di spirito anti-yankee. Anche la Francia e la Gran Bretagna pensano ai propri interessi, come è normale, più che a una solidarietà alla quale peraltro la Casa Bianca mostra d’esser poco interessata. Il risultato è che una parte del centrosinistra, vedi Fratoianni, vorrebbe che Giorgia Meloni imitasse il premier spagnolo e negasse le basi in via preventiva all’alleato americano. E Fratoianni è buon profeta, in quanto dà voce a uno stato d’animo che è comune a buona parte del Pd, ai 5S e ad altri segmenti della sinistra. Se la crisi s’inasprisse fino a coinvolgere l’Italia, il terreno di manovra dell’opposizione è già definito, in sintonia con il sentimento di un’opinione pubblica già oggi impaurita dagli eventi in corso. L’argomento che chiama in causa la sofferenza delle donne iraniane e la mancanza di democrazia fa poca presa, se messo a confronto con l’ipotetico - molto ipotetico - rischio di doversi difendere da qualche missile di Teheran. È dunque irrealistico pensare a una fase in cui l’intero schieramento parlamentare trova qualche ragione di convergenza per affrontare la crisi in uno spirito di relativa coesione nazionale? Al momento lo scenario sembra inverosimile. Ma c’è il terreno indicato dalle agenzie di “intelligence”: il rischio di terrorismo, dunque la sicurezza del nostro territorio. Qui si può immaginare un confronto utile. Senza dubbio si dovrebbe.

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