✕

Spagna, un esempio di fermezza

Pedro Sanchez 

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

Poi c’è il riflesso qui da noi, in Italia. Ma intanto vale la pena leggere il fermo e vigoroso discorso al Paese del premier spagnolo, Pedro Sánchez: questa guerra è illegale, ha detto, viola il diritto internazionale e non promette nulla di buono. Aumenta l’insicurezza nell’area, fa molte vittime innocenti, e costa cara anche a noi europei. Non condividere la scelta degli Stati Uniti e di Israele non significa avere simpatie verso «il terribile regime degli ayatollah», un regime «che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini». Ma questo non autorizza Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran, né dai bombardamenti si può credere che verrà la stabilità dell’area. È già successo, ci siamo già passati, quando fu rovesciato Saddam Hussein. Ne vennero la recrudescenza terroristica e una grave crisi migratoria, «un mondo più insicuro e una vita peggiore».

La questione viene però rigirata così: ha voglia Sánchez ad appellarsi, a reclamare e a esigere, l’ordine internazionale non esis…

Poi c’è il riflesso qui da noi, in Italia. Ma intanto vale la pena leggere il fermo e vigoroso discorso al Paese del premier spagnolo, Pedro Sánchez: questa guerra è illegale, ha detto, viola il diritto internazionale e non promette nulla di buono. Aumenta l’insicurezza nell’area, fa molte vittime innocenti, e costa cara anche a noi europei. Non condividere la scelta degli Stati Uniti e di Israele non significa avere simpatie verso «il terribile regime degli ayatollah», un regime «che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini». Ma questo non autorizza Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran, né dai bombardamenti si può credere che verrà la stabilità dell’area. È già successo, ci siamo già passati, quando fu rovesciato Saddam Hussein. Ne vennero la recrudescenza terroristica e una grave crisi migratoria, «un mondo più insicuro e una vita peggiore».

La questione viene però rigirata così: ha voglia Sánchez ad appellarsi, a reclamare e a esigere, l’ordine internazionale non esiste più. Confidare in esso, nella legalità internazionale, è esercizio vano, vuota retorica. Si sta o di qua o di là: o con Usa e Israele, con la democrazia e contro le dittature; oppure di là, con i nemici dell’Occidente, con i regimi dittatoriali e le autocrazie, ieri con Maduro e oggi con Khamenei, padre e figlio.

Il discorso di Sánchez ha il merito di sottrarsi a un simile, pernicioso aut-aut, per la migliore delle ragioni possibili: per la contraddizione che nol consente. Perché non si può stare dalla parte delle democrazie, sollevarne il vessillo, intestarsene le ragioni, in breve: dirsi democratici, senza darsi al tempo stesso l’obiettivo e indicare i mezzi con cui costruire «un ordine internazionale più giusto».

In realtà, la Spagna e Pedro Sánchez hanno più di un motivo per opporsi alle richieste americane e resistere alle pressioni minacciose di Donald Trump. Non è solo questione di orgoglio nazionale, benché anche quello non guasti (che facciamo? Lo spieghiamo ai sovranisti di casa nostra?): pesa una posizione geografica esposta sul versante mediterraneo, che ha sempre suggerito alle potenze del fianco europeo meridionale — quindi anche all’Italia — atteggiamenti meno contundenti verso l’altra sponda del mare e verso il vicino Oriente; conta un rapporto preferenziale con il mondo latino-americano, in gran parte di lingua spagnola, che ha nelle sue corde forti retaggi anti-coloniali e storiche diffidenze verso gli Usa, la potenza egemone; nel caso del premier socialista, infine, ha un peso anche la grande facilità con cui può marcare le distanze dalla destra e dire una cosa di sinistra: dopo tutto, del trio delle Azzorre che volle l’intervento in Iraq faceva parte l’allora primo ministro Aznar, leader dei popolari spagnoli.

Oltre a tutto ciò, però, sta il punto di fondo, che non parla solo spagnolo perché riguarda anche noi, anche l’Italia. Si può essere infatti i più realisti del mondo, non fermarsi neppure un momento a fare il conto delle vittime, rimanere convinti che l’arricchimento dell’uranio perseguito dalla Repubblica islamica rappresenti una minaccia imminente ed attuale — che è cosa difficile a sostenersi, peraltro, almeno da parte americana, se valgono qualcosa le dichiarazioni di Trump, che dopo i bombardamenti del giugno scorso aveva parlato di «distruzione totale» del programma nucleare iraniano — ma non si può fingere di non sapere che manca un pezzo essenziale a una simile giustificazione dell’intervento militare in corso: quello politico, quello relativo non all’ordine internazionale che non c’è, ma all’ordine internazionale che si vuol costruire, posto almeno che se ne voglia costruire uno.

Il no alla guerra di Sánchez non è né ingenuo né imbelle: è il no a uno sparo nel buio. Ed è anche una posizione decisa, risoluta, che ha il pregio non piccolo della chiarezza e della fermezza. La stessa che si poteva apprezzare nelle parole pronunciate qualche settimana fa dal premier canadese, Mark Carney, nell’intervento a Davos. Anche nel suo discorso, la spaccatura dell’ordine mondiale, «la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale», non metteva capo al semplice allineamento — «ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi» — ai desiderata di Washington, ma alla costruzione di un nuovo ordine basato su regole in cui «le potenze medie» — come il Canada, o come la Spagna, sarebbe bello poter dire: come l’Italia — provano a riconquistare la propria autonomia strategica.

Il riflesso da noi, dicevamo. Il riflesso, per ora, non è in nulla simile alla schiena dritta di Carney o al rifiuto opposto da Sánchez. Non somiglia neppure alla posizione di Downing Street, tesa a tutelare gli interessi britannici nell’area, o a quella franco-tedesca, la cui dottrina della sicurezza sta prendendo forma — in tema di nucleare e di riarmo — senza che l’Italia giochi un ruolo significativo. Certo, nessuno è in grado di fare previsioni attendibili, ma intanto la stazione metereologica di Roma non dice né che farà brutto né che farà bel tempo. Dice piuttosto: non pervenuto. E, al fondo, abbiamo scelto un’altra postura, molto più disponibile a spiegare le ragioni di Trump e degli Usa, che non a comporre le ragioni di una solidarietà europea. Così, mentre altri indossano l’elmetto, noi abbiamo messo su, un poco imbarazzati, il cappellino rosso di The Donald.

Leggi i commenti