In un’intervista alla Stampa l’esperto Pierluigi Bersani diceva ieri che «la vittoria del No al referendum deve essere l’inizio dell’alternativa»: ovviamente al centrodestra e al governo Meloni. Non si può dargli torto perché è proprio con questo animo che molti elettori andranno alle urne. Anche coloro che magari avrebbero approvato la riforma, saranno tentati, se sentono di appartenere al “campo largo” del centrosinistra, di esprimere un voto di conseguenza: “No” come antipasto delle elezioni politiche nel 2027. Una chiamata alle armi per una rivincita da tempo attesa. È singolare, semmai, che Bersani non abbia indicato la politica estera come collante dell’alternativa. Volendo porsi il problema di quale debba essere la base di una nuova, ipotetica maggioranza, Pd-5S-Avs-renziani-+Europa (Azione di Calenda è per ora fuori dal calcolo), sarebbe logico pensare alla posizione italiana nel mondo e nel sistema delle alleanze conosciute. Nel passato, almeno, questa era la priorità.
Vicev…
In un’intervista alla Stampa l’esperto Pierluigi Bersani diceva ieri che «la vittoria del No al referendum deve essere l’inizio dell’alternativa»: ovviamente al centrodestra e al governo Meloni. Non si può dargli torto perché è proprio con questo animo che molti elettori andranno alle urne. Anche coloro che magari avrebbero approvato la riforma, saranno tentati, se sentono di appartenere al “campo largo” del centrosinistra, di esprimere un voto di conseguenza: “No” come antipasto delle elezioni politiche nel 2027. Una chiamata alle armi per una rivincita da tempo attesa. È singolare, semmai, che Bersani non abbia indicato la politica estera come collante dell’alternativa. Volendo porsi il problema di quale debba essere la base di una nuova, ipotetica maggioranza, Pd-5S-Avs-renziani-+Europa (Azione di Calenda è per ora fuori dal calcolo), sarebbe logico pensare alla posizione italiana nel mondo e nel sistema delle alleanze conosciute. Nel passato, almeno, questa era la priorità.
Viceversa, Bersani cita il No nel referendum. Si rende conto, è evidente, che il “campo largo” non ha una politica estera credibile sull’Iran e in generale sul Medio Oriente. In Parlamento ancora una volta il cartello del centrosinistra ha proposto quattro risoluzioni, segno di un’incertezza di fondo che si accentua via via che gli eventi precipitano. Sono posizioni utili per guadagnare spazio nei “media” e forse conquistare consensi, ma tutti sanno che alla prova dei fatti — ossia in caso di successo elettorale — il governo Pd-5S-Avs dovrebbe rientrare nell’alveo tradizionale. Magari con qualche sottolineatura retorica come ha fatto Pedro Sánchez in Spagna, il cui populismo è stato subito stigmatizzato da Renzi che non ci tiene a condividere certi riflessi anti-occidentali.
Anche a destra la situazione è abbastanza confusa, come si è visto in Parlamento e non solo. Alla fine l’Italia ha condiviso, senza enfasi, le iniziative militari coordinate dei maggiori Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Il governo Meloni vuole essere l’ultimo a prendere le distanze da Washington, ma non può e di fatto non vuole spezzare un minimo di solidarietà europea per inseguire un rapporto privilegiato con Trump che al dunque sarebbe sterile. Ne deriva che in una chiave puramente difensiva anche Roma cerca di fare la sua parte, nei limiti di una media potenza. Sul fondo, resta la sintonia con la Germania di Merz: la più attenta, con l’Italia, a salvaguardare il rapporto atlantico.
È indispensabile, peraltro, che la presidente del Consiglio riprenda al più presto la sua funzione di leader della maggioranza. Accadrà in Parlamento mercoledì prossimo, l’11 marzo. Senza di lei, gli interventi di Tajani e Crosetto hanno dato l’impressione di un governo impacciato sulla via da seguire. Quando invece è palese che il sentiero è obbligato, come sempre quando la crisi internazionale s’incrocia con la principale alleanza politico-militare dell’Italia: quella con gli Stati Uniti, chiunque sia il presidente in carica. Detto questo, nessuno sa con sufficiente certezza cosa accadrà nelle prossime settimane. Più il conflitto si prolunga, più assume la fisionomia del salto in una dimensione sconosciuta del quadro internazionale. Non si tratta di condividere gli scenari catastrofisti proposti in questi giorni da vari punti di osservazione: lo stesso Crosetto ammonisce che siamo a un passo dall’abisso e forse da lui, data la responsabilità che ricopre, ci si attenderebbe maggiore prudenza. Ma tant’è. C’è di vero che le novità sono clamorose e qualche analisi non ha fatto in tempo ad aggiornarsi. Ma spaventare l’opinione pubblica non si rivela di solito un’opzione lungimirante.