Si è chiuso il cielo, e di colpo si sono alzate barriere sui confini. Muri invisibili, invalicabili. Devi restare dove sei, aspettare. Sei un amatissimo artista italiano che è andato a cantare in Australia? Sei un arbitro australiano che doveva scendere in campo a Roma? Sei uno studente che deve tornare a casa, sei un lavoratore che deve prendere servizio, c’è un matrimonio, un funerale? Non puoi. Non puoi andare perché la guerra globale questo fa, come primo in apparenza minore effetto: ti inchioda dove sei. Ma va bene, perché intanto sei vivo e altri no. Perché sei al sicuro e altri no. Si tratta solo di aspettare, in fondo. Aspettare cosa? Adesso non sottilizziamo: aspettare.
Intanto non muoverti, però. Come in un videogioco di quelli che piacciono tanto al biondo presidente in crociata in nome di Dio: si sono rialzati i confini, mentre ascoltavamo canzoni un sabato sera alle otto, quelli che per mezzo secolo siamo cresciuti pensando non ci avrebbero mai più fermati. Quelli che …
Si è chiuso il cielo, e di colpo si sono alzate barriere sui confini. Muri invisibili, invalicabili. Devi restare dove sei, aspettare. Sei un amatissimo artista italiano che è andato a cantare in Australia? Sei un arbitro australiano che doveva scendere in campo a Roma? Sei uno studente che deve tornare a casa, sei un lavoratore che deve prendere servizio, c’è un matrimonio, un funerale? Non puoi. Non puoi andare perché la guerra globale questo fa, come primo in apparenza minore effetto: ti inchioda dove sei. Ma va bene, perché intanto sei vivo e altri no. Perché sei al sicuro e altri no. Si tratta solo di aspettare, in fondo. Aspettare cosa? Adesso non sottilizziamo: aspettare.
Intanto non muoverti, però. Come in un videogioco di quelli che piacciono tanto al biondo presidente in crociata in nome di Dio: si sono rialzati i confini, mentre ascoltavamo canzoni un sabato sera alle otto, quelli che per mezzo secolo siamo cresciuti pensando non ci avrebbero mai più fermati. Quelli che generazioni di Erasmus, di expat, di migranti per necessità o per interesse, per disgrazia o desiderio avevano imparato a considerare una linea sulla carta geografica, solo quella perché siamo tutti “cittadini del mondo”, ci ripetevano a scuola, ci dicevano ovunque. Globalizzato, reso accessibile da ogni tipo di tecnologia. Il mondo nella mano, i telefonini, e il mondo reale a portata di mano. Non come quando i nostri nonni partivano in nave e non tornavano più. No: il mondo delle carte d’imbarco, dell’andata e “vuoi prenotare il ritorno?”, degli amori e degli affari a sempre accessibile distanza ma persino, per chi non ha nient’altro che la disperazione da spendere, un mondo in cui puoi immaginare di provare a fuggire. Sperare di varcare un mare e approdare altrove, perché appunto: l’altra riva è lì. Puoi morire nel tentativo di raggiungerla ma lei è lì: se la raggiungi, c’è un’altra vita.
Se dovessimo dire in breve che cosa hanno prodotto le democrazie del Novecento nell’elenco ci sarebbe questo: hanno abbattuto le barriere, talvolta i muri, ricorderete Berlino, hanno insegnato che si costruiscono ponti e non ghetti. Almeno si dovrebbe. La cultura, per decenni, ha indicato questa rotta: sempre penso ad Alessandro Leogrande, a proposito di muri e di lager, di ponti e di confini, al lavoro di militanza viva che è stata la sua opera. Ma ovunque, non solo in Occidente, le avanguardie di attivisti, di filosofi e scienziati, di poeti e di artisti hanno indicato questa rotta, nella seconda metà del Novecento: il mondo è uno, lo abitiamo tutti, è il nostro posto. Perciò. Quando i muri si alzano, anche quelli invisibili delle rotte aeree, quando i cieli di chiudono muore un pezzo di democrazia. Cresce la paura, decresce la speranza.
Quindi no, non è per nulla un effetto minore della catastrofe questo collettivo e corale annuncio di chi avvisa: sono bloccato, non posso venire, non posso tornare. Non sono inconvenienti. È un interruttore che spegne, non sappiamo per quanto, un’idea collettiva e condivisa di futuro. Devi pensare alla tua incolumità, fare in modo che non ti esploda una bomba accanto. Non puoi più pensare a dove — a chi — vorresti essere, quello è un lusso. Devi preoccuparti di non morire. Rifugiarti al sicuro, restare immobile. Chiudere, non aprire. Conservare quello che c’è, non immaginare quello che potrebbe.
I confini fisici generano confini mentali e viceversa. Le parole e le azioni generano mondi e i mondi determinano parole e azioni. Sembra un gioco di parole, un concetto astratto ma è semplice e concreto, invece. Se puoi pensare che una linea sulla carta geografica sia solo una convenzione, che per passare da Francia a Spagna non serva il passaporto, che per cambiare continente serva solo attraversare valli, mari e montagne allora lo farai. Se i fatti ti impediscono di pensarlo non lo penserai più: non lo immaginerai possibile e dunque non accadrà. Poi, certo: esistono le ribellioni, le rivoluzioni. Ma devono incubare. Noi non sappiamo la storia a che velocità cammini. Sappiamo solo, con certezza, che la memoria della storia non ci serve a ripeterla. La ripetiamo sempre. Sappiamo anche, con altrettanta certezza, che non sempre la comprendiamo mentre accade. Spesso lo capiamo quando è tardi, è già successo.
Noi più anziani abbiamo preso l’abitudine di leggere, in gioventù nell’altro secolo. Dunque abbiamo spesso qualche libro, nelle reclusioni e nelle attese. Rileggevo in questi giorni Operazione Massacro di Rodolfo Walsh, argentino. Un capolavoro di giornalismo narrativo, lo ripubblica Sur, che a metà degli anni Cinquanta (Era il 1956. Walsh fu il primo, Truman Capote scrisse A sangue freddo otto anni dopo) segnò per sempre e per tutti noi l’orizzonte del potere della scrittura. Profetico sul terrorismo di Stato e sulle tirannie che da allora in avanti avrebbero scritto la storia di tutti, compresa quella dell’autore. Ancora e fino ad oggi. Ho di nuovo letto La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite, Sellerio, titolo che cita il volantino diffuso dall’esercito israeliano prima di iniziare a bombardare Gaza, fine ottobre 2023. Samara Yazbek, intellettuale nata in Siria, espatriata a Parigi (i cieli erano aperti, si poteva) nel 2011. Raccoglie testimonianze di superstiti che saremmo più poveri e più soli a non aver letto, a non leggere. Intanto, nella war room della più importante democrazia occidentale un leader eletto dal popolo dichiara guerra al mondo “in nome di Dio”. Sappiamo, ricordate le Crociate?, che parlare in nome di Dio — intanto: quale Dio — significa sempre cercare uno sponsor al proprio potere. Ma no, invece. Siamo di nuovo qui, come l’uomo della pietra, a dire bene, dai, che vinca il più forte, che decida per noi. Siamo qui, negli anni Venti del Duemila, che non possiamo partire nè tornare, pieni di sgomento e di impotenza. Ma proviamo a ricordare, facciamo lo sforzo. I ghetti, i confini, i campi di cotone degli schiavi, i lager e i muri sono stati gli architetti delle nostre paure. Hanno generato, quei luoghi, la nostra coscienza. Stati mentali, comportamenti quotidiani che hanno scritto le vite e la Storia. I confini imposti suscitano infine anche ribellione, certo. Ma ci vuole tempo. Quanto? Per ripartire per tornare bisogna aspettare, chiama la compagnia aerea senti cosa dice. Quanto tempo? Purtroppo non sappiamo.