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Vivere nella grande frattura

Donald Trump (afp)

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Abbiamo il privilegio e la condanna di vivere dentro la grande frattura che ha spezzato la nostra epoca, una frattura di cui siamo insieme vittime e testimoni. Chi è venuto prima di noi abitava in un mondo regolato, con norme di comportamento riconosciute e accettate, culture politiche definite, organismi internazionali costruiti per tentare di garantire la pace e la coesistenza, mentre la democrazia dopo la caduta del Muro di Berlino, la sconfitta dei due totalitarismi europei e la fine del Novecento pensava addirittura di proporsi come nuovo canone universale: ogni trasgressione era un’eccezione. Chi verrà dopo erediterà un pianeta insicuro, pericoloso, non governato, senza più un sistema di credenze condiviso, sollecitato da un’energia dell’innovazione tecnologica che non ha precedenti nell’accelerazione delle nostre esistenze, ma intanto regredito a uno stadio primitivo dove la forza torna a essere lo strumento di regolazione dei conflitti. La storia si è rotta proprio adesso, pr…

Abbiamo il privilegio e la condanna di vivere dentro la grande frattura che ha spezzato la nostra epoca, una frattura di cui siamo insieme vittime e testimoni. Chi è venuto prima di noi abitava in un mondo regolato, con norme di comportamento riconosciute e accettate, culture politiche definite, organismi internazionali costruiti per tentare di garantire la pace e la coesistenza, mentre la democrazia dopo la caduta del Muro di Berlino, la sconfitta dei due totalitarismi europei e la fine del Novecento pensava addirittura di proporsi come nuovo canone universale: ogni trasgressione era un’eccezione. Chi verrà dopo erediterà un pianeta insicuro, pericoloso, non governato, senza più un sistema di credenze condiviso, sollecitato da un’energia dell’innovazione tecnologica che non ha precedenti nell’accelerazione delle nostre esistenze, ma intanto regredito a uno stadio primitivo dove la forza torna a essere lo strumento di regolazione dei conflitti. La storia si è rotta proprio adesso, precisamente qui, nel punto esatto dove il futuro si è separato dal progresso dopo una promessa lunga ottant’anni. Noi siamo gli sperimentatori e le cavie di ciò che resta, il nuovo disordine elevato a sistema. Ogni eccezione è senza sanzione.

Ci siamo resi conto da anni che la governance universale — il sistema di regole che ci siamo dati — faticava a tenere sotto controllo il mondo, e le grandi crisi, dall’economia al lavoro, alla pandemia, hanno rivelato la sua vulnerabilità. Ma non pensavamo che questa condizione di difficoltà dopo aver prodotto un distacco crescente tra il cittadino e lo Stato, una disaffezione evidente nei confronti della partecipazione civile ed elettorale, una sorta di secessione strisciante dalla cosa pubblica in nome dell’antipolitica, potesse scatenare l’attacco finale all’anima del sistema, la democrazia. La chiave di tutto quello che sta succedendo è qui. La destra reazionaria ha capito che il mix di risentimento dei ceti spodestati, di spossessamento dei non garantiti, di misconoscimento dei non rappresentati poteva essere raccolto in un movimento autenticamente rivoluzionario, non per un conflitto di classe ma per una ribellione degli scartati, o una vendetta degli esclusi: da indirizzare non verso un cambio di governo, ma per un rovesciamento di sistema.

È il cambio di regime, non in qualche stato satellite da richiamare all’ordine con pulsioni imperialiste (che hanno sempre fatto parte dell’ipocrisia democratica, come la chiama il premier canadese Mark Carney), ma nel Paese-guida della parte più avanzata del mondo: che ha dato alla libertà le istituzioni e le costituzioni liberal-democratiche, e ha garantito alla filosofia politica del diritto, dei diritti, dell’emancipazione, della solidarietà, del merito e della giustizia un dispositivo culturale trasformato in alleanza, sicurezza, stile di vita condiviso, creando una comunità di destino chiamata Occidente. Ed è proprio qui, nel centro della potenza liberale, che si è rotto l’equilibrio tra la regola democratica e l’esercizio del potere, e si è spezzato il secolo. La destra estrema intende prendersi la rivincita sulla storia, creando la scintilla del nuovo mondo col contatto sacramentale tra elettore ed eletto e trasferendo immediatamente su quest’ultimo la sovranità che appartiene al popolo e che non è più delegata ma trasfusa, in un’unione mistica e missionaria che si può spezzare e condizionare soltanto con un sacrilegio politico. Si realizza la profezia di Carl Schmitt: il potere diventa “qualcosa di più della somma di tutti i singoli consensi che ottiene”: una macchina in sé, autonoma dalla politica tradizionale, dunque totalmente sovrana.

In questo schema appare naturale che il leader abbia i pieni poteri, non soltanto come dotazione strumentale per prendere le decisioni necessarie — compresa la guerra, che non è più trasgressione ma pratica politica — ma come cultura e spirito di sistema. Dunque basta con le cautele costituzionali che nascevano dal timore storico dell’uomo forte e costruivano un meccanismo di controlli e garanzie, bilanciando il potere del vincitore e autorizzandolo a realizzare il suo programma nella coscienza dei limiti. Questo apparato di salvaguardia della libertà, vissuto dalla neo-destra in tutto il mondo come un ciarpame politico di condizionamento improprio, deve sparire. Entriamo in una fase di democrazia della sovranità, con l’esecutivo sovraordinato, libero per statuto, sgravato dal dovere del rendiconto, fuoruscito dallo stato di diritto. Le vecchie regole o cadono o si adattano: oppure più semplicemente, vengono ignorate e travolte. Il linguaggio si adegua, le procedure seguono, le alleanze si ribaltano, gli impegni saltano perché le contraddizioni del leader sono la prova quotidiana della sua libertà. Infine la politica economica e la politica estera diventano armi contundenti della nuova manifestazione di potenza.

Non si capisce l’orizzonte e la portata di questa svolta (che nasce in America, ma contagia quotidianamente l’Europa) se non si considera che la reazione oggi non si presenta come difesa della tradizione, ma come alfiere dell’innovazione. L’alleanza tra tecnologia e ideologia — dove ognuna delle due è convinta di usare l’altra come un cavallo di Troia — è un certificato di novità che fa invecchiare le costituzioni arrugginite, le istituzioni appassite, le socialdemocrazie surgelate, il conservatorismo inappetente. La furia del nuovo spalanca, squalifica e promette: da qualche parte il tecno-capitale starà già progettando una democrazia artificiale, 2.0, seducente nel design, smart, semplificata, mutante ad ogni aggiornamento: per stare al passo coi tempi, si capisce. Ormai niente sarà più fisso, assoluto, per sempre. Anche le costituzioni, se vogliono sopravvivere, devono imparare a correre.

Nasce più di un problema, naturalmente, ma soprattutto nasce una domanda. Per realizzare questo cambio di regime i neoreazionari hanno bisogno di essere completamente padroni del campo per tutto il tempo della metamorfosi, perché è difficile sviluppare una rivoluzione nel corpo di una democrazia: dunque cosa succederà se perderanno il potere, o ancor prima, nel momento in cui avvertiranno il rischio di perderlo? La logica e l’impeto della trasformazione non prevedono il viaggio di ritorno, col leader che rientra a casa per struccarsi l’unzione del Signore e per riporre il carisma nell’armadio, disattivandolo: è ancora più difficile riadattare senza traumi una rivoluzione alle procedure e ai riti liberal-democratici provando ad andare avanti facendo finta che non sia successo niente, accendendo e spegnendo la democrazia con il tasto on/off.

Chi non vuole vedere ciò che sta accadendo, e non sente il dovere di difendere lo spazio occidentale di libertà, ripete da mesi che il pericolo di uno scarto autoritario è da escludere, perché la democrazia americana (come le democrazie europee) è munita di anticorpi di controllo, di garanzia e di salvaguardia: ci penseranno loro, intervenendo al momento giusto per bloccare ogni manovra minacciosa per gli equilibri istituzionali. È quel che speriamo tutti, perché significherebbe che il sistema è immune. Ma qual è il momento giusto? Chi lo decide, con quale autorità? E con quale possibilità reale d’intervento? In realtà consumiamo giorno dopo giorno gli istituti di garanzia che cadono come foglie morte, mentre stiamo vedendo che proprio gli organi di tutela, le funzioni arbitre, i presidi dello stato di diritto oggi sono attaccati direttamente e platealmente da Donald Trump e dai suoi seguaci, che devono delegittimarli per poterli devitalizzare, svuotandoli. Così, alla fine, non possiamo nasconderci e dobbiamo ripetere: gli anticorpi siamo noi.

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