Dieci giorni di guerra non hanno fatto luce sugli obiettivi di Donald Trump. Il Presidente intima la resa, minacciando di morte chiunque vi si opponga, ma poi evoca anche una soluzione “alla Maduro”, cercando una Delcy Rodriguez tra i Pasdaran. Esiti entrambi finora improbabili. In questa cupa incertezza, tutti si augurano che almeno la guerra sia breve, per limitare le sofferenze inferte ai civili ed evitare conseguenze economiche peggiori. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tranne Israele, e tranne forse chi crede che questo sia davvero un “intervento umanitario”, mentre l’impressione è che Trump sia pronto a sacrificare, in nome degli affari, gli iraniani che si sono battuti per la libertà contro il regime.
Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose. A soffrirne sarebbero in particolare i Paesi che più importano petrolio e gas attraverso Hormuz, e quindi in prim…
Dieci giorni di guerra non hanno fatto luce sugli obiettivi di Donald Trump. Il Presidente intima la resa, minacciando di morte chiunque vi si opponga, ma poi evoca anche una soluzione “alla Maduro”, cercando una Delcy Rodriguez tra i Pasdaran. Esiti entrambi finora improbabili. In questa cupa incertezza, tutti si augurano che almeno la guerra sia breve, per limitare le sofferenze inferte ai civili ed evitare conseguenze economiche peggiori. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tranne Israele, e tranne forse chi crede che questo sia davvero un “intervento umanitario”, mentre l’impressione è che Trump sia pronto a sacrificare, in nome degli affari, gli iraniani che si sono battuti per la libertà contro il regime.
Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose. A soffrirne sarebbero in particolare i Paesi che più importano petrolio e gas attraverso Hormuz, e quindi in primis la Cina e altri paesi asiatici, e poi molti paesi europei, tra cui l’Italia. Ma un impatto duraturo sull’energia, come pure sul trasporto di fertilizzanti, finirebbe per contagiare l’intera economia globale, indebolendo il ritmo della già ridimensionata crescita cinese e frenando la modesta crescita europea. Gli Stati uniti potrebbero sentirsi immuni: l’estrazione del petrolio shale ha quasi annullato le importazioni di combustibili fossili e l’aumento di prezzo del gas finisce nelle tasche di chi dagli Usa lo esporta in Europa. Ma una spirale prezzo dell’energia-volatilità dei mercati-inflazione-tassi di interesse colpirebbe duramente anche l’economia americana che è assai lontana da un’età dell’oro.
Mentre ci auguriamo che questa guerra si concluda presto, non possiamo sottovalutare le conseguenze che ha già prodotto in appena dieci giorni. Nei paesi del Golfo, prima di tutto. Paesi nei quali il bene più ricercato è sempre stata la stabilità, e che erano riusciti a preservarla, nonostante i rischi connessi al terrorismo, la rivalità tra sciiti e sunniti e la minaccia politica dei Fratelli musulmani. Ora che il conflitto li ha resi bersaglio della reazione ingiustificata e indiscriminata di Teheran, all’improvviso il paradiso di Dubai si veste di fragilità e la visione 2030 dell’Arabia saudita appare un azzardo. E magari si incrina anche la fiducia negli Accordi di Abramo, visti i dubbi sollevati dall’influenza eccessiva di Netanyahu sulle scelte Usa.
Sono bastati, questi dieci giorni, anche per complicare i già logorati rapporti transatlantici. Trump, che qualche settimana fa aveva deriso l’impegno degli europei in Afghanistan, questa volta li ha proprio ignorati, salvo indirizzare qualche mala parola a Starmer e Sanchez. La reazione per fortuna non è mancata. Con pazienza strategica, e senza assurde posture “neutrali” tra gli alleati americani e la dittatura iraniana, i governi europei hanno preso le distanze dall’intervento di Trump e Netanyahu, hanno limitato la collaborazione con le forze Usa escludendo coinvolgimenti diretti nella guerra, hanno messo in campo assetti militari inviando una decina di unità navali nella regione, hanno offerto sponda ai paesi arabi del Golfo. L’Europa, certo, non ha il peso di una superpotenza, ma sarebbe il caso di smetterla con le lamentele esagerate sulla sua assenza e di moltiplicare piuttosto gli sforzi per colmare il ritardo nella difesa. Sugli europei grava ora anche un altro compito: impedire che tra gli effetti collaterali di questa guerra ci sia un rafforzamento di Putin in Ucraina. Trump non ha reagito al sostegno di intelligence che la Russia fornisce a missili e droni iraniani, ha invece dato il via libera agli acquisti indiani di petrolio russo ed è tornato a ripetere che “Zelensky deve darsi una mossa, perché ha sempre meno carte”. Ora che di Ucraina si parla meno, che i prezzi dei combustibili fossili danno una boccata d’ossigeno a Putin, che tornano a farsi sentire anche in Italia i “realisti” nostalgici del gas russo, ora è il momento di mostrare la forza del sostegno a Kiev. Se si vuole un test del ruolo geopolitico europeo, eccolo: è l’Ucraina.
La geografia, che proietta l’Italia verso Mediterraneo e Medio Oriente, e la storia dei nostri rapporti con la regione, incluso l’Iran prima dell’avvento dello Scià (a proposito del tanto evocato nome di Enrico Mattei), tutto dovrebbe spingere il nostro Paese a essere in prima linea nel formare una strategia europea. Il che purtroppo non avviene. Se si esclude qualche incoraggiante conversazione telefonica, il Governo predilige il ruolo di osservatore. Quando partecipa, si collega da remoto. Vorrebbe dire la sua, ma non vuole prendere le distanze da questa guerra. Contare in Europa e stare dalla parte di Trump si fa ogni giorno più difficile. Non scegliere sta diventando una scelta, e non va certo incontro agli interessi italiani.