Guerra in Iran, nel segno della pazzia
di Maurizio MolinariA dodici giorni dall’inizio, la guerra di Usa e Israele contro gli ayatollah iraniani si distingue per una costante imprevedibilità nelle iniziative militari come nelle dichiarazioni politiche dei maggiori protagonisti, svelando che su entrambi i fronti si combatte richiamandosi a un metodo che viene dalle viscere del Medio Oriente: quello del majnun, in arabo “pazzo” o “imprevedibile”.
Sono le cronache di queste ore a descrivere cosa sta avvenendo. Il presidente americano Trump dichiara che la guerra «finirà presto» poco prima dell’annuncio del suo ministro della Guerra, Pete Hegseth, sulla «fase più dura dei bombardamenti». Così come il premier israeliano Benjamin Netanyahu segue un binario ancora differente, parlando di «guerra lunga» e rivolgendosi al «popolo iraniano» auspicandone la sollevazione mentre il capo della Casa Bianca fa riferimento alla «soluzione venezuelana» con un colpo di mano interno al regime.
Tali e tante esternazioni, a prima vista contrastanti, servono per …
A dodici giorni dall’inizio, la guerra di Usa e Israele contro gli ayatollah iraniani si distingue per una costante imprevedibilità nelle iniziative militari come nelle dichiarazioni politiche dei maggiori protagonisti, svelando che su entrambi i fronti si combatte richiamandosi a un metodo che viene dalle viscere del Medio Oriente: quello del majnun, in arabo “pazzo” o “imprevedibile”.
Sono le cronache di queste ore a descrivere cosa sta avvenendo. Il presidente americano Trump dichiara che la guerra «finirà presto» poco prima dell’annuncio del suo ministro della Guerra, Pete Hegseth, sulla «fase più dura dei bombardamenti». Così come il premier israeliano Benjamin Netanyahu segue un binario ancora differente, parlando di «guerra lunga» e rivolgendosi al «popolo iraniano» auspicandone la sollevazione mentre il capo della Casa Bianca fa riferimento alla «soluzione venezuelana» con un colpo di mano interno al regime.
Tali e tante esternazioni, a prima vista contrastanti, servono per consentire ai due alleati di tenersi aperta ogni ipotesi: l’offensiva militare, il negoziato con possibili traditori a Teheran e la rivoluzione. Per arrivare sempre allo stesso obiettivo: una svolta radicale a Teheran, da regime ostile all’Occidente a interlocutore con cui trattare sui nuovi equilibri regionali.
E a ben vedere la tattica del majnun vale anche per le operazioni militari degli alleati perché l’offensiva dall’aria viene accompagnata da continue indiscrezioni su possibili operazioni terrestri e navali: per controllare i siti nucleari, impossessarsi dei 400 kg di uranio arricchito, occupare l’isola petrolifera di Kharg o consentire la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Sul fronte opposto, la Repubblica islamica ha fatto dell’imprevedibilità militare un elemento identitario. La strategia del «cerchio di fuoco» del generale Qassem Soleimani — eliminato dagli americani nel 2020 — si basava su fondi e armi per i gruppi armati attorno a Israele al fine di strangolarla con il terrorismo. Con il dato evidente che Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad islamica a Gaza e West Bank, Houthi in Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq sono composti da arabi — sunniti e sciiti — mentre gli iraniani si dedicano al comando.
E per tentare di far sopravvivere il regime all’attacco israelo-americano Ali Khamenei ha pianificato con i Guardiani della Rivoluzione una difesa a “mosaico”, niente affatto tradizionale perché assegna al capo pasdaran in ognuna delle 31 province l’autonomia di combattere, in caso di collasso della catena di comando. È proprio questa tattica majnun, imprevedibile, che ha sorpreso i Paesi arabi del Golfo — Emirati, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Oman e Iraq — investiti da una pioggia di droni e missili contro gli obiettivi più diversi, dagli alberghi alle basi militari, lanciati da unità iraniane indipendenti le une dalle altre.
È questa, forse, la stessa genesi che ha portato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a chiedere scusa per tali attacchi ai Paesi arabi prima di essere smentito dalla loro continuazione da parte dei pasdaran: tutto e il contrario di tutto pur di battere il nemico. Per non parlare della raffica di sorprese tattiche: Israele non si aspettava che la metà dei missili iraniani fossero armati con “testate a grappolo” così come è in difficoltà davanti agli attacchi simultanei di missili da Iran e Libano mentre le truppe Usa hanno perso almeno sette super-radar antiaerei a causa di droni iraniani con una precisione tale da far immaginare lo zampino di russi o cinesi.
A ben vedere i più prevedibili di tutti sembrano essere i monarchi del Golfo: sorpresi, beffati e umiliati dagli attacchi iraniani. Ecco perché il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, sente l’obbligo di correre ai ripari e rivolgendosi a Teheran dice: «Siamo belli e simpatici ma abbiamo la pelle dura e la carne aspra». Ovvero, adesso tocca a noi essere majnun.
La guerra in corso in Medio Oriente si sviluppa dunque su piani paralleli. In superficie ci sono Usa-Israele che tentano di far cadere il regime khomeinista con le armi mentre l’Iran sfrutta gli attacchi al greggio per ostacolarli e riuscire a sopravvivere. Ma in profondità c’è lo scontro tra avversari che praticano l’imprevedibilità più totale.
D’altra parte, è la storia del Medio Oriente che suggerisce questo tipo di combattimento. Dall’impulsivo Sansone che abbatte le colonne del Tempio dei Filistei per morire assieme ai nemici alla sorpresa con cui Ciro devia il corso dell’Eufrate per conquistare Babilonia, dagli attacchi improvvisi di Alessandro alla ferocia rituale degli Assiri. Fino al generale israeliano Moshe Dayan che applica la strategia del “cane pazzo” nell’attacco preventivo della Guerra dei Sei Giorni e al parigrado Ariel Sharon che nel 1973 rovescia le sorti della Guerra del Kippur disobbedendo agli ordini per superare il Canale di Suez, accerchiando gli egiziani.
Sono tali e tanti majnun a farci comprendere perché questa guerra viene combattuta — anche dagli Stati Uniti — con un metodo che si origina dalle viscere del deserto. E ha come unica regola, l’assenza di regole. Da qui l’interrogativo se sia possibile anche la sorpresa che pare più lontana: la rivolta dei persiani contro la teocrazia sciita.