Come accade nei momenti gravi, Sergio Mattarella ha dato voce al suo ruolo di garante della posizione internazionale dell’Italia. Il Consiglio Supremo di Difesa si è riunito al Quirinale per sottolineare la sintonia delle istituzioni rispetto alla guerra in Iran. Un conflitto a cui l’Italia non intende prendere parte, per cui l’unica iniziativa segnalata è l’invio di una nave della Marina per concorrere alla salvaguardia di Cipro, territorio che fa parte dell’Unione europea e dove esiste una base inglese fatta oggetto del lancio di missili iraniani. Tutto chiaro quindi: il vertice istituzionale è saldo e l’altro giorno, come sappiamo, la premier Meloni ha inviato un messaggio alle opposizioni per rafforzare la coesione nazionale nella crisi.
Si è subito capito che il risultato di questa mano tesa sarà deludente, visto che Giuseppe Conte è contrario alla foto di gruppo a Palazzo Chigi insieme alla presidente del Consiglio. E in nome del “campo largo” Elly Schlein non può o non intende …
Come accade nei momenti gravi, Sergio Mattarella ha dato voce al suo ruolo di garante della posizione internazionale dell’Italia. Il Consiglio Supremo di Difesa si è riunito al Quirinale per sottolineare la sintonia delle istituzioni rispetto alla guerra in Iran. Un conflitto a cui l’Italia non intende prendere parte, per cui l’unica iniziativa segnalata è l’invio di una nave della Marina per concorrere alla salvaguardia di Cipro, territorio che fa parte dell’Unione europea e dove esiste una base inglese fatta oggetto del lancio di missili iraniani. Tutto chiaro quindi: il vertice istituzionale è saldo e l’altro giorno, come sappiamo, la premier Meloni ha inviato un messaggio alle opposizioni per rafforzare la coesione nazionale nella crisi.
Si è subito capito che il risultato di questa mano tesa sarà deludente, visto che Giuseppe Conte è contrario alla foto di gruppo a Palazzo Chigi insieme alla presidente del Consiglio. E in nome del “campo largo” Elly Schlein non può o non intende dividersi dai 5S. Per cui i più disponibili ad accettare un minimo di convergenza in politica estera (la linea Mattarella, potremmo dire) sono gli interpreti di un “terzo polo” residuale: Renzi, Calenda, Della Vedova per +Europa. Ognuno con una propria, specifica sensibilità. Calenda e Renzi non dicono quasi mai le stesse cose, come è noto, e tuttavia sono lontani dalle posizioni di politica estera di un Conte. E lo stesso vale per +Europa. Il resto dipende da come evolverà la guerra, che adesso ha il suo punto critico nello Stretto di Hormuz e nell’esigenza di garantire la libertà di navigazione alle petroliere.
Consiglio Supremo di Difesa, vertice al Quirinale con Mattarella e Meloni sullle strategie di sicurezza
Per restare alla politica domestica, c’è da domandarsi fino a che punto le tensioni internazionali sono destinate a riflettersi sulla campagna referendaria ormai giunta agli ultimi giorni. Qui vale lo stesso auspicio formulato per la politica estera: evitare una lacerazione distruttiva tra gli schieramenti parlamentari. Ovvio che la materia è diversa e un referendum si fa proprio per dividersi in due campi, il Sì e il No. Eppure non è secondario come si arriva al giorno del voto e soprattutto come si pensa di riprendere, all’indomani del risultato, la normale dialettica democratica.
Alle urne è ormai chiaro che si arriverà al termine di una campagna cruenta, spesso in malafede, ultra-politicizzata da una parte e dall’altra. Le voci che si sono sforzate di restare al merito del quesito hanno finito per essere relegate ai margini. Eppure erano le sole in grado di spiegare ai cittadini elettori il senso di una scelta non semplice. Ha prevalso fino all’ultimo l’offensiva verbale contro l’avversario, la volontà di trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro il governo, e in particolare pro o contro la presidente del Consiglio. Un’occasione persa per chi ancora s’illude che il nostro bipolarismo possa mostrarsi maturo e desideroso di legittimazione. Certo, non tutti hanno ceduto alla rissa. Violante e Morando, a esempio, hanno dato vita a una polemica tra loro rispettosa e legata ai contenuti della riforma. Il presidente emerito della Consulta, Augusto Barbera, non è stato da meno. Lo stesso si deve dire per Sabino Cassese e qualche altro nome di prestigio. Troppo pochi, nel complesso, per dare un’impronta decisiva alla campagna.
Da martedì si tratterà di ricomporre le fratture e non sarà facile. Se dovesse prevalere il No, che ne sarà della proposta di legge elettorale? Già ora ha bisogno di essere ripensata, ma una sconfitta del governo potrebbe portare al suo insabbiamento. E viceversa, se vincesse il Sì, qualcuno nella maggioranza non pretenderà di stravincere attraverso le modalità di attuazione della riforma? In entrambi i casi saranno necessarie dosi non banali di equilibrio e rispetto reciproco.