Gli ultimi giorni della campagna referendaria possono svolgersi in due modi. Il primo prevede di reiterare fino a venerdì sera, quando s’imporrà il cosiddetto silenzio elettorale (sempre più aleatorio nell’era dei “social”), una serie di aspri slogan politici: propaganda, in sostanza. Il che equivale ad accusare la controparte di ogni nefandezza, in un crescendo di attacchi che esprimono la volontà di delegittimare chi ha opinioni diverse. Per cui chi vota No diventa un fautore della “repubblica giudiziaria”, nella quale tutto il potere è nelle mani della magistratura. E chi preferisce il Sì si trasforma nel sostenitore di un totale asservimento di giudici e pubblici ministeri al volere della politica.
L’altro modo consiste nel riportare la discussione, almeno nelle ultime giornate, al meri…
Gli ultimi giorni della campagna referendaria possono svolgersi in due modi. Il primo prevede di reiterare fino a venerdì sera, quando s’imporrà il cosiddetto silenzio elettorale (sempre più aleatorio nell’era dei “social”), una serie di aspri slogan politici: propaganda, in sostanza. Il che equivale ad accusare la controparte di ogni nefandezza, in un crescendo di attacchi che esprimono la volontà di delegittimare chi ha opinioni diverse. Per cui chi vota No diventa un fautore della “repubblica giudiziaria”, nella quale tutto il potere è nelle mani della magistratura. E chi preferisce il Sì si trasforma nel sostenitore di un totale asservimento di giudici e pubblici ministeri al volere della politica.
L’altro modo consiste nel riportare la discussione, almeno nelle ultime giornate, al merito dei contenuti. Cosa davvero vuole la riforma; quali sono i suoi punti di forza, se ce ne sono, e di debolezza. Se contano più i primi o i secondi per giungere a un voto ben ponderato. Si dirà che queste voci più equilibrate, o se si preferisce più “laiche”, non sono mancate fin qui nel corso della campagna. Il problema è che sono state sovrastate da quanti nei due campi hanno giocato una partita tutta politica, come se si trattasse del primo tempo di un’elezione politica il cui secondo tempo si giocherà all’incirca tra un anno, al termine della legislatura. Era inevitabile, con ogni probabilità. Anche in passato i temi politici tendevano a prendere il sopravvento sul merito dei quesiti. Forse solo nel primo referendum — quello del 1974 sul divorzio — si decise in base a una scelta di civiltà e con una grande partecipazione popolare.
In ogni caso, gli ottimisti sperano che l’ultima settimana sia la migliore. Il calcolo, non si sa bene quanto fondato, immagina che gli slogan abbiano esaurito la loro carica, avendo raggiunto chi dovevano raggiungere. Adesso potrebbe essere la volta buona per parlare agli indecisi, a coloro che preferiscono ragionare senza eccessivo rumore di fondo; e questo riguarda sia il partito del Sì sia quello del No. Come è noto, i sondaggi sono ormai vietati e ci si affida al passaparola o alle sensazioni soggettive. Che in questi giorni vedono prevalere nettamente l’idea che il No sia in vantaggio: l’opposto di quanto si respirava nell’aria alla fine di dicembre, quando il successo della riforma presso l’opinione pubblica era dato, se non scontato, certo molto probabile. S’intende, ci si pone anche il problema del dopo referendum: a parte le ricadute sulla legge elettorale e gli equilibri politici generali, cosa accadrà nel campo specifico della giustizia? Secondo Giuseppe Calderisi, esperto come pochi — al limite della pignoleria — dei meccanismi che regolano la vita del Parlamento e delle altre istituzioni, la comunicazione del Sì è stata insufficiente, senza dubbio meno abile rispetto al fronte avverso.
Secondo lui, a lungo parlamentare proveniente dai radicali di Pannella, non si è trasmesso agli italiani il senso di “una riforma liberale e di civiltà giuridica” (al Foglio). Non solo: Calderisi è convinto che il prevalere del No renderebbe impossibile per almeno vent’anni una riforma complessiva della giustizia. Sarà una delle conseguenze della sconfitta dei “riformisti” di sinistra. Nella stessa linea di pensiero va segnalata l’analisi di Arturo Parisi su LibertàEguale: l’acuto osservatore che fu ispiratore della stagione legata a Prodi, annuncia un sofferto Sì “senza illusioni”. Ma è un Sì che si richiama a Vassalli e all’esigenza di completare il passo verso “il processo accusatorio” che postula la terzietà del giudice. Ed è anche il Sì di chi “non dimentica come da troppo tempo il paese sia attraversato a destra come a sinistra da tempeste ricorrenti di populismo di tipo qualunquista”.