I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio ad alibi: l’ Italia resta indietro, anche nel G20 quanto a occupazione femminile. È la fotografia di un sistema che continua a non offrire pari opportunità e nel quale una parte rilevante delle donne viene ancora oggi svalorizzata, suo malgrado. I dati raccolti dall’Osservatorio Svimez–Women20 “Rita Levi Montalcini”, appena avviato e presentato ieri, mostrano con chiarezza quanto sia ampia per le donne la distanza tra Paesi nel G20, che produce circa l’80% del pil mondiale. Germania, Canada, Australia, Giappone, Russia e Regno Unito superano il 70% di tasso di occupazione femminile. Francia e Stati Uniti si collocano poco sotto, al 67%, mentre la Corea del Sud raggiunge il 63%. L’Italia resta invece in un gruppo più arretrato, accanto al Messico, con valori poco sopra il 50% e al di sotto anche di Brasile (58%), Argentina (56%) e Indonesia (54%). In fondo alla graduatoria c’è l’Arabia Saudita, con il 31%, e subito prima l’ India, il Sud A…
I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio ad alibi: l’ Italia resta indietro, anche nel G20 quanto a occupazione femminile. È la fotografia di un sistema che continua a non offrire pari opportunità e nel quale una parte rilevante delle donne viene ancora oggi svalorizzata, suo malgrado. I dati raccolti dall’Osservatorio Svimez–Women20 “Rita Levi Montalcini”, appena avviato e presentato ieri, mostrano con chiarezza quanto sia ampia per le donne la distanza tra Paesi nel G20, che produce circa l’80% del pil mondiale. Germania, Canada, Australia, Giappone, Russia e Regno Unito superano il 70% di tasso di occupazione femminile. Francia e Stati Uniti si collocano poco sotto, al 67%, mentre la Corea del Sud raggiunge il 63%. L’Italia resta invece in un gruppo più arretrato, accanto al Messico, con valori poco sopra il 50% e al di sotto anche di Brasile (58%), Argentina (56%) e Indonesia (54%). In fondo alla graduatoria c’è l’Arabia Saudita, con il 31%, e subito prima l’ India, il Sud Africa e la Turchia. A sottolineare quanto l’esclusione femminile dal mercato del lavoro possa essere grave anche tra i “grandi” del mondo, con livelli che richiamano la condizione di alcune aree del nostro Mezzogiorno.
Ma non basta guardare ai livelli di occupazione. È rilevante anche la distanza tra uomini e donne nel lavoro. In Italia il gender gap tra tassi di occupazione maschili e femminili è pari a 17,8 punti percentuali e da anni fatica a ridursi. Nel G20 divari ancora più ampi si registrano in Arabia Saudita (52,2), India (42,7) e Turchia (36,2). Al contrario, Canada, Francia e Regno Unito presentano differenze intorno ai cinque punti. È un segnale inequivocabile: dove ci si impegna in politiche a lungo termine i risultati vengono raggiunti, e il gap di genere tende a scomparire. Alla Commission of the status of women dell’Onu a New York, a cui ho partecipato con la delegazione del Women20 , le ministre dei paesi nordici lo hanno detto chiaramente: i loro risultati di parità umo-donna sono dovuti al fatto che l’approccio di genere nelle politiche è stato avviato fin dagli anni sessanta. Dove invece le politiche sono intermittenti, come da noi, il divario permane, l’occupazione femminile resta bassa e la criticità tende a mantenersi nel tempo.
Anche dentro i confini italiani i numeri raccontano un paese profondamente diviso. Nessuna regione raggiunge il livello del 70% che caratterizza i paesi leader del G20 neanche nel 2025. Dodici regioni superano il 60%, con Valle d’Aosta, Bolzano e Trento in testa, seguite da Emilia-Romagna e Toscana. Lazio, Sardegna e Abruzzo si collocano poco sopra il 50%. Basilicata e Molise restano sopra il 40%, mentre Calabria, Sicilia e Campania si fermano tra il 34 e il 35%. Nel 2024 erano addirittura sotto il 30%, con valori inferiori a quelli dell’Arabia Saudita. Le criticità emergono anche nella qualità del lavoro. L’Italia è il paese del G20 con la quota più alta di part-time involontario, dove le donne sono meno a lavorare, e quando ci riescono sono più precarie, a part time e meno pagate. Una condizione particolarmente diffusa nel Sud,
A ciò si aggiunge un altro elemento decisivo: l’istruzione. In molti paesi del G20 le giovani donne sono ormai in maggioranza laureate e più pronte alle sfide del futuro. In Corea del Sud hanno raggiunto il 78,2%, seguite a breve distanza da Canada, Giappone e Australia. In Italia le laureate sono il 38,2% delle giovani, circa la metà delle coreane. Di fronte a questi dati la domanda è ineludibile: quanto ancora dovremo aspettare per cambiare rotta? I numeri non descrivono un destino ineluttabile. Sono il prodotto di scelte, o più spesso di non scelte. Anni di politiche discontinue e servizi insufficienti hanno limitato la partecipazione delle donne al lavoro.Di tempo ne abbiamo perso fin troppo. Bisogna fare i conti con la realtà, assumersi la responsabilità dell’accaduto, e attuare politiche radicali, concentrate, con un accordo serio che impegni tutti per il futuro. Sarebbe un impulso straordinario allo sviluppo sociale , civile ed economico di tutto il Paese. Perché la risorsa sommersa più preziosa che abbiamo sono le donne. Sono loro che cambieranno il mondo. Ma devono diventare la vera priorità del Paese.