Referendum, la politica sopra tutto
di STEFANO FOLLIBologna piazza San Francesco - Incontro per il NO referendum del 22 e 23 marzo
E così siamo arrivati alla fine della campagna referendaria sulla magistratura. Qualcuno la definisce pessima. Altri la considerano non peggiore di altre in diversi momenti della storia recente. Si è confermata la tendenza a sovrapporre i temi politici generali alle questioni di merito. Forse è inevitabile, soprattutto quando si affrontano problemi legati all’organizzazione degli istituti democratici. Tutti, i sostenitori del Sì e quelli del No, rivendicano la propria posizione come la migliore per consolidare la democrazia e vedono invece nella controparte una minaccia reale, un attacco agli equilibri costituzionali.
Non è la prima volta che l’opinione pubblica è divisa lungo una discriminante radicale. E va detto che, aldilà delle caratteristiche tipiche di ogni referendum, stavolta …
E così siamo arrivati alla fine della campagna referendaria sulla magistratura. Qualcuno la definisce pessima. Altri la considerano non peggiore di altre in diversi momenti della storia recente. Si è confermata la tendenza a sovrapporre i temi politici generali alle questioni di merito. Forse è inevitabile, soprattutto quando si affrontano problemi legati all’organizzazione degli istituti democratici. Tutti, i sostenitori del Sì e quelli del No, rivendicano la propria posizione come la migliore per consolidare la democrazia e vedono invece nella controparte una minaccia reale, un attacco agli equilibri costituzionali.
Non è la prima volta che l’opinione pubblica è divisa lungo una discriminante radicale. E va detto che, aldilà delle caratteristiche tipiche di ogni referendum, stavolta il merito è molto tecnico, per cui al cittadino elettore viene richiesto uno sforzo ulteriore per formarsi un’opinione che richiederebbe conoscenze giuridiche non occasionali. Ora che è tempo di bilanci, bisogna riconoscere che lo scontro politico ha prevalso in modo netto durante la campagna e anche negli ultimi giorni. Tuttavia chi ha cercato di chiarirsi le idee sulla sostanza dei quesiti ha avuto la possibilità d’informarsi e di approfondire gli interrogativi sui quali domenica e lunedì potrà esprimersi.
Volendo semplificare, i due campi tendono a riflettere approcci differenti. Il Sì è più impegnato a spiegare il merito della riforma, salvo le continue “gaffe” e gli scivoloni che hanno spesso contraddetto le buone intenzioni. Quando il ministro Nordio annunciò che avrebbe rilanciato ogni giorno qualche enormità pronunciata in passato da questo o quel magistrato, non si rendeva conto delle differenze di ruolo e di responsabilità che in quel momento lo obbligavano a un linguaggio e un atteggiamento istituzionali. E infatti il proposito non ha avuto seguito, qualcuno deve avergli fatto notare l’incongruenza. Peraltro, come sappiamo, le “gaffe” sono continuate da parte di esponenti del governo o dell’alta amministrazione, indifferenti al corto circuito e desiderosi di punire la magistratura. Non c’è da stupirsi se i passi falsi siano stati amplificati dal fronte del No. In ogni caso, al netto di tali incidenti, va detto che il Sì ha tutto l’interesse a illustrare le ragioni della riforma. Sul piano tecnico, è noto il richiamo a Giuliano Vassalli e all’esigenza di separare le carriere. Tuttavia il testo Nordio ha un respiro limitato ed è vero che la maggioranza, durante le quattro letture parlamentari, non ha mai cercato un vero dialogo con l’opposizione.
Quanto al campo del No, la sua battaglia è sempre stata soprattutto politica. Senza dimenticare che in passato i fautori della separazione delle carriere erano abbastanza numerosi nel Pd e dintorni. Il ripensamento è avvenuto quando la bandiera è stata impugnata da Giorgia Meloni, vincitrice nelle elezioni del 2022. Oggi lo slogan è: salviamo la democrazia. E ancora: impediamo che la vittoria eventuale del Sì apra la strada non solo a una nuova legge elettorale, ma anche alla riforma costituzionale del “premierato”. Sullo sfondo, una volta ripetuto il successo nelle urne (2027), ci sarebbe la conquista del Quirinale nel 2029: l’eventualità che più inquieta e unifica il centrosinistra, da Renzi a Conte. Tuttavia questa posizione radicale non è condivisa da tutti nel cosiddetto “campo largo”.
I riformisti, a lungo silenziosi e incapaci di incidere sulle scelte del vertice, hanno trovato un’occasione per farsi sentire. Nelle ultime due settimane, il loro numero è aumentato in modo sensibile: con uscite sulla stampa, in tv e interventi nelle manifestazioni pubbliche. Dopo lunedì prossimo, capiremo il loro peso effettivo. E soprattutto se sono destinati a contare nell’ultimo anno della legislatura e in vista del voto politico.