L’Europa si è svegliata
di Paolo GarimbertiL’Europa s’è desta? La condanna dell’intervento israelo-americano in Iran espressa dall’Alta rappresentante Kaja Kallas al Consiglio europeo, accompagnata dalla scelta di quattro Paesi, insieme con Regno Unito, Canada e Giappone, di contribuire a un piano per garantire la navigazione dello stretto di Hormuz, sono un indizio importante, anche se non sufficiente, che gli europei hanno capito che non possono continuare a restare inerti e divisi di fronte all’ennesima crisi provocata dalla spocchia unilaterale del presidente americano.
“Trump ha finalmente unito l’Europa?”, si chiede il Financial Times, pur cautelandosi con la constatazione che “la Ue è ancora alla mercé degli eventi”. È vero, ma per una volta è il caso di lasciare che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo della ragione. Se pensiamo che ancora due settimane fa nello studio ovale il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva espresso a Trump il suo sostegno alla campagna contro l’Iran, il fatto che ora i l…
L’Europa s’è desta? La condanna dell’intervento israelo-americano in Iran espressa dall’Alta rappresentante Kaja Kallas al Consiglio europeo, accompagnata dalla scelta di quattro Paesi, insieme con Regno Unito, Canada e Giappone, di contribuire a un piano per garantire la navigazione dello stretto di Hormuz, sono un indizio importante, anche se non sufficiente, che gli europei hanno capito che non possono continuare a restare inerti e divisi di fronte all’ennesima crisi provocata dalla spocchia unilaterale del presidente americano.
“Trump ha finalmente unito l’Europa?”, si chiede il Financial Times, pur cautelandosi con la constatazione che “la Ue è ancora alla mercé degli eventi”. È vero, ma per una volta è il caso di lasciare che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo della ragione. Se pensiamo che ancora due settimane fa nello studio ovale il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva espresso a Trump il suo sostegno alla campagna contro l’Iran, il fatto che ora i leader europei siano unanimi nel dire che “questa non è la nostra guerra” (lo ha ribadito ieri anche il ministro degli Esteri Tajani: “Non siamo parte della guerra e non vogliamo esserlo”) è già un segnale che qualcosa sta cambiando nelle coscienze europee. Se non altro, anche i più filo-trumpiani, come la presidente del consiglio Meloni, hanno preso atto che compiacere il presidente americano, come hanno fatto durante la prima parte del suo secondo mandato, non è l’atteggiamento più produttivo. Anzi, rende lui e i suoi cortigiani ancora più assertivi e verbalmente violenti nel loro anti-europeismo. “I nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa al presidente Trump: grazie”, ha tuonato ieri Pete Hegseth, il capo del Pentagono.
L’aggressività e l’unilateralismo esasperato di Trump in politica estera (dalla Groenlandia al Venezuela, ora l’Iran e domani magari Cuba), insieme con la sua manifesta propensione per Putin, a dispetto di Zelensky, hanno avuto un primo merito: riavvicinare sempre più la Gran Bretagna all’Europa. Non è un caso che il documento dei sei Paesi sul piano per lo stretto di Hormuz sia stato diffuso da Downing Street. Nell’intervista apparsa ieri sul nostro giornale il sindaco di Londra Sadiq Khan si è spinto a dire che chiederà al premier Starmer di rientrare nella Ue senza passare attraverso un nuovo referendum.
Il secondo merito delle intemperanze di Trump sulla scena internazionale è stato di far capire ai capi di Stato e di governo dell’Europa, e della Nato, che mostrargli i denti per rispondere alle sue minacce paga assai più che mostrarglieli per sorridere. Tanto più perché Trump ha più volte abbaiato senza poi mordere. Il caso della Groenlandia è stato emblematico. Il presidente americano ha minacciato la Danimarca e alcuni altri membri della Nato di sanzionarli con dazi per aver mandato un piccolo contingente sull’isola per proteggerla dalla sue pretese. L’Unione europea ha risposto con la minaccia di contro-dazi e di ricorrere al suo più forte strumento commerciale, il cosiddetto “bazooka”. E Trump ha fatto retromarcia. Così come ha fatto con il premier spagnolo Sánchez, minacciato di embargo commerciale per aver rifiutato di dare le basi per gli attacchi all’Iran.
L’ottimismo della volontà, corroborato dal rifiuto della guerra in Iran, non può portare a sottovalutare le crepe che ci sono nell’Unione e ad affermare che l’Europa ha risolto uno dei suoi più grandi deficit: avere una politica estera e di sicurezza davvero comune (anche se nel 2015 era riuscita a fare da broker proprio dell’accordo sul nucleare iraniano, poi bocciato da Trump nel suo primo mandato). Le continue crisi cui l’espone l’ondivago presidente americano dimostrano che l’Unione non riesce ancora a tradurre la sua potenza economica in uno strumento di politica estera. Ma il fatto che la Gran Bretagna, potenza nucleare come la Francia, sia sempre più vicina a ripensare la scelta della Brexit è quantomeno un segnale significativo. E incoraggiante.