La parabola leghista che ha tradito Bossi
di Stefano FolliAgli interrogativi su chi era veramente Umberto Bossi ha risposto con la consueta maestria Filippo Ceccarelli da queste colonne. Resta invece un dubbio di non poco conto circa il futuro di una Lega che Salvini ha trasformato in modo radicale rispetto alle intuizioni e alle astuzie tattiche del padre fondatore.
Questo non significa che Bossi avesse ancora una residua capacità d’influire sui destini del Carroccio: da almeno dieci anni era quasi un corpo estraneo nel Carroccio. Con lui restavano gli amici della vecchia guardia, a cominciare da Roberto Castelli e Giancarlo Giorgetti; inoltre, se vogliamo, al vecchio capo erano idealmente vicini alcuni dei presidenti o ex presidenti di regione che nutrivano motivi di risentimento verso Salvini: un nome tra tutti, Luca Zaia.
Di fatto, la Lega del dopo Bossi è diventata, come è noto, un partito nazionalista, o meglio “sovranista”, come si preferisce dire, senza vera parentela con il movimento politico delle origini. Salvini l’ha avvicinata…
Agli interrogativi su chi era veramente Umberto Bossi ha risposto con la consueta maestria Filippo Ceccarelli da queste colonne. Resta invece un dubbio di non poco conto circa il futuro di una Lega che Salvini ha trasformato in modo radicale rispetto alle intuizioni e alle astuzie tattiche del padre fondatore.
Questo non significa che Bossi avesse ancora una residua capacità d’influire sui destini del Carroccio: da almeno dieci anni era quasi un corpo estraneo nel Carroccio. Con lui restavano gli amici della vecchia guardia, a cominciare da Roberto Castelli e Giancarlo Giorgetti; inoltre, se vogliamo, al vecchio capo erano idealmente vicini alcuni dei presidenti o ex presidenti di regione che nutrivano motivi di risentimento verso Salvini: un nome tra tutti, Luca Zaia.
Di fatto, la Lega del dopo Bossi è diventata, come è noto, un partito nazionalista, o meglio “sovranista”, come si preferisce dire, senza vera parentela con il movimento politico delle origini. Salvini l’ha avvicinata alle varie formazioni dell’estrema destra europea: dai lepenisti francesi ai tedeschi di Alternative (AfD).
Timoroso, non a torto, di cedere elettori a Giorgia Meloni, Salvini si è chiuso dentro i confini di una linea in apparenza intransigente, in pratica disposta a vari compromessi pur di non perdere le porzioni di potere conquistate. Risultato, gli obiettivi storici del leghismo si sono rarefatti fino a scomparire.
L’autonomia in senso federalista che doveva cambiare l’Italia si è ridotta a poca cosa. E su questo, almeno, Salvini ha camminato sulle orme di Bossi, visto che anche quest’ultimo aveva messo parecchia acqua nelle sue ampolle, e non acqua del Po.
Il capo-popolo che inneggiava alla «secessione» del Nord senza crederci era tuttavia abile nell’indicare ai suoi elettori un traguardo messianico. Il suo successore, privo dello stesso carisma, ha abbandonato la retorica localista, i miti delle «piccole patrie», ma non ha saputo sostituirvi nulla di avvincente. Certo, abbiamo avuto la propaganda anti-immigrati, la nave bloccata, la famiglia nel bosco: gesti estemporanei che non hanno salvato il Carroccio dal declino.
E si capisce: Alberto da Giussano sulle spille evoca bene o male un passato glorioso per le genti del Nord, una tradizione magari costruita a tavolino. Viceversa, il nazionalismo stile Le Pen, dal Lombardo-Veneto a Siracusa, è un progetto troppo confuso per essere attuabile da un partito nordista, nato per dare voce alle frustrazioni dell’Italia più produttiva. Oltretutto, l’Italia non è la Francia, con una storia di centralismo più credibile della nostra.
È vero, Salvini aveva ereditato una Lega bossiana molto depressa dopo gli incidenti di percorso del padre-padrone. E all’inizio ebbe un sorprendente quanto effimero successo. Ma oggi la realtà non è incoraggiante. Fallito il progetto nazionalista, il Carroccio paga anche l’errore di aver dato spazio al neofascismo di Vannacci: lui, sì, determinato a battere i sentieri dell’estremismo. Ma si tratta di un’ambizione minore, oscillante tra il 2 e 3 per cento. Saranno però voti sottratti a Salvini: quei voti, peraltro scarsi, di chi si era fatto sedurre dai toni risoluti del capo, dal suo atteggiarsi ad alfiere di Putin in Italia.
Quei consensi sembrano trovare un approdo più consono nell’accampamento del generale, forse nella speranza di maggiore concretezza: visto che al dunque Salvini si guarda bene dal rompere la solidarietà di coalizione. A Putin rivolge pensieri amichevoli, ma ai suoi deve promettere posti in lista e la prospettiva d’essere eletti. E così anche la velleità sovranista appassisce. Forse sarebbe stato meglio provare a modellare una versione più moderna di Bossi, adeguata a un’Italia cambiata.