✕

Nell’urna la nuova gerarchia del potere

Milano, 21 marzo: la preparazione dei seggi per il referendum sulla riforma della giustizia 

Ascolta l'audio

Il referendum è l’occasione per il governo di verificare se il Paese è disponibile e pronto a questa ridefinizione, che comincia dal regolamento dei conti con la magistratura. Tocca ai cittadini rispondere, perché hanno in mano la prima e ultima potestà
3 minuti di lettura

La partita che si gioca nell’urna del referendum è politica, mascherata da tecnica, in realtà ideologica. Dunque tre diversi involucri concettuali l’avviluppano, e sta al cittadino scioglierli, per arrivare veramente a toccare la natura della cosa. È nata come una riforma, subito sottratta dal governo a qualsiasi vero confronto con la minoranza in Parlamento per cercare un minimo di condivisione, si è arroventata in questi tempi di guerra e di disordine mondiale come la questione capitale del momento per l’Italia, capace di dividere radicalmente un Paese sommerso da ben altre urgenze concrete, è diventata la misura suprema dello scontro tra destra e sinistra che influenzerà l’ultima parte della legislatura, e infine ha rivelato nella campagna elettorale la sua vera posta in gioco: la ridefinizione del potere, dentro e fuori la Carta costituzionale.

Man mano che i giorni passavano nel confronto pubblico tra il “sì” e il “no”, avvicinandosi al voto, la natura della scelta referend…

La partita che si gioca nell’urna del referendum è politica, mascherata da tecnica, in realtà ideologica. Dunque tre diversi involucri concettuali l’avviluppano, e sta al cittadino scioglierli, per arrivare veramente a toccare la natura della cosa. È nata come una riforma, subito sottratta dal governo a qualsiasi vero confronto con la minoranza in Parlamento per cercare un minimo di condivisione, si è arroventata in questi tempi di guerra e di disordine mondiale come la questione capitale del momento per l’Italia, capace di dividere radicalmente un Paese sommerso da ben altre urgenze concrete, è diventata la misura suprema dello scontro tra destra e sinistra che influenzerà l’ultima parte della legislatura, e infine ha rivelato nella campagna elettorale la sua vera posta in gioco: la ridefinizione del potere, dentro e fuori la Carta costituzionale.

Man mano che i giorni passavano nel confronto pubblico tra il “sì” e il “no”, avvicinandosi al voto, la natura della scelta referendaria nella rappresentazione che ne faceva la destra trasfigurava, abbandonando la dimensione tecnica per gonfiarsi di significati esemplari, estremi, apocalittici, dipingendo i magistrati come un ordine autoreferenziale totalmente irresponsabile, anzi pronto a compiere qualsiasi abuso e qualunque sopruso pur di mantenere inviolata la torre corporativa che protegge la categoria sotto la bandiera dell’autonomia e dell’indipendenza.

Un evidente ritratto simbolico, dipinto in una realtà parallela, non solo per trasformare la magistratura nel principale ostacolo alla modernizzazione del Paese, ma per segnalarla come il vero antagonista politico del governo scelto dal popolo, quindi portatore di un progetto illegittimo di interdizione esplicita e di una strategia illegale di opposizione mascherata. In un quadro come questo, la separazione delle carriere assumeva per forza di cose la configurazione biblica della separazione della luce dalle tenebre, e il referendum diventava la vera sfida capitale della legislatura.

Oggi siamo qui, esattamente nel punto dove ci ha portati la destra radicale che governa l’Italia. È il punto dove avviene quotidianamente una svalutazione della democrazia liberale, ormai interpretata come una sopravvivenza del passato con il suo apparato di controlli, bilanciamenti, equilibri, nella coscienza del limite democratico.

Tutti strumenti concepiti come meccanismi di tutela liberale, ma oggi vissuti dalla cultura politica della destra come una rinuncia alla piena manifestazione della potestà sovrana premiata dal voto, e immediatamente dopo frenata, sminuita e svalutata dalla rete istituzionale e procedurale degli organi di garanzia e dei soggetti arbitri.

Come tutte le costruzioni umane realizzate nel nome e nel segno della democrazia, questo impianto culturale è fragile, perché l’equilibrio complessivo del sistema nasce dalla libera obbligazione collettiva alla regola generale, nel riconoscimento di un orizzonte democratico comune per tutti, e di un vincolo specifico autoimposto per ciascuno.

Il voto cade nel momento in cui il soggetto più forte e con maggior potere di influenza — il governo legittimo del Paese — rompe questo equilibrio, si sottrae al concerto istituzionale che sostiene e alimenta il sistema, scuce la trama di garanzie reciproche che organi, istituti, ordini si scambiano l’un l’altro riconoscendosi come parte di una struttura democratica che dà forma, spazio e dimensione alla libertà.

Il governo non vuole più essere parte, ecco il punto: perché l’investitura popolare, nella lettura ideologica che ne fa la destra, lo sovraordina rispetto a tutti gli altri attori, e lo rende la misura di se stesso, rifiutando ogni indice di valutazione esterno.

È la proposta di una scomposizione e ricomposizione del potere che non arriva per caso oggi, anzi risponde pubblicamente allo spirito del tempo, intercetta e trascina anche il sentimento antipolitico che ha corroso il sistema nell’ultimo ventennio, rappresenta e risolve persino quelle pulsioni post-democratiche che nel deserto di pensiero politico sono oggi disponibili a rappresentanze radicali e misure “forti”. E inaugura, proprio per queste caratteristiche, la stagione inedita e inesplorata della supremazia dell’esecutivo.

Il referendum è l’occasione per il governo di verificare se il Paese è disponibile e pronto a questa ridefinizione gerarchica del potere, che comincia dal regolamento dei conti con la magistratura.

Di questo si tratta, accompagnato da un primo tentativo di scioglimento del vincolo costituzionale ormai vissuto come una costrizione impropria e una delimitazione anacronistica, da parte di una destra estranea per storia e per cultura a quell’esperienza e a quei principi: ma pronta a farsi madre costituente di una seconda Repubblica modellata sul nuovo impianto del potere, sganciata dalla genesi nell’antifascismo e dalla legittimazione democratica che deriva dalla lotta per la riconquista della libertà nella Resistenza. Con tutte le culture storiche del Paese a quel punto accettate e parificate come affluenti del gran fiume della Nazione.

Tocca ai cittadini rispondere, perché hanno in mano la prima e ultima potestà, un potere rilevante e decisivo se esercitato liberamente in coscienza e responsabilità. Anche perché ormai tutto è chiaro, e domani nessuno potrà dire che non sapeva.

Leggi i commenti