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Putin ne approfitta e l’Ue non arretra

Vladimir Putin 

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Sarà Vladimir Putin a uscire vincitore da questa guerra in Iran? Dopo tre settimane, lo shock energetico minaccia una crisi economica globale e il conflitto ha destabilizzato i paesi del Golfo e ha esasperato le divisioni tra gli Stati uniti e i loro alleati. Ma tra gli effetti collaterali ha anche generato una spinta favorevole per l’economia russa e una minore attenzione internazionale all’urgenza della guerra in Ucraina.

Per Mosca, questa boccata d’ossigeno arriva in uno dei momenti più difficili della sua lunga guerra, soprattutto perché sono venuti meno i due obiettivi che il Cremlino si era posto nei mesi scorsi: conquistare nuovi territori nelle porzioni del Donbass sotto controllo ucraino e fiaccare la resistenza della popolazione attraverso la sistematica distruzione degli impianti energetici. Gli ucraini al freddo e al buio, questo era il piano, avrebbero finalmente messo in forse la volontà di resistere e la leadership di Zelensky. Ora, con l’arrivo della primavera, è evi…

Sarà Vladimir Putin a uscire vincitore da questa guerra in Iran? Dopo tre settimane, lo shock energetico minaccia una crisi economica globale e il conflitto ha destabilizzato i paesi del Golfo e ha esasperato le divisioni tra gli Stati uniti e i loro alleati. Ma tra gli effetti collaterali ha anche generato una spinta favorevole per l’economia russa e una minore attenzione internazionale all’urgenza della guerra in Ucraina.

Per Mosca, questa boccata d’ossigeno arriva in uno dei momenti più difficili della sua lunga guerra, soprattutto perché sono venuti meno i due obiettivi che il Cremlino si era posto nei mesi scorsi: conquistare nuovi territori nelle porzioni del Donbass sotto controllo ucraino e fiaccare la resistenza della popolazione attraverso la sistematica distruzione degli impianti energetici. Gli ucraini al freddo e al buio, questo era il piano, avrebbero finalmente messo in forse la volontà di resistere e la leadership di Zelensky. Ora, con l’arrivo della primavera, è evidente che entrambi quegli obiettivi sono falliti.

Fino a che punto la guerra in corso in Medio Oriente può adesso cambiare i rapporti di forza in Ucraina? In un mondo in cui oltre alle economie anche le guerre sono interconnesse, i vantaggi per la Russia sono evidenti. La sua economia negli ultimi quattro anni si è convertita in un’economia di guerra. Industria, occupazione, spesa pubblica, tutto ruota attorno alla Difesa. Ma i limiti di questo “keynesismo militare” sono ormai venuti alla luce e l’economia russa, secondo le proiezioni del Fmi, era attesa a un 2026 di stagnazione, alta inflazione, alti tassi di interesse. Il quadro può cambiare, tuttavia, ora che si rafforza la principale fonte di entrate, gli introiti dall’esportazione di gas e petrolio. E questi introiti stanno aumentando eccome: il petrolio da 60 a 110 dollari al barile, il gas raddoppiato, portano alcuni miliardi in più nelle casse di Mosca. A questo si aggiunge il via libera americano agli acquisti di petrolio russo di paesi terzi, l’India soprattutto, fin qui minacciati di sanzioni secondarie e che continuavano a comprare soltanto a condizione di forti sconti. Il via libera ha rimesso in movimento una parte del traffico marittimo del petrolio russo, da mesi ridotto e affidato a precarie flotte ombra. Infine, il blocco di Hormuz penalizza soprattutto la Cina, il che potrebbe rilanciare le prospettive, dai costi fin qui incerti, del gasdotto siberiano collegato con la Cina.

I vantaggi sono chiari, dunque, anche se la loro entità dipende dalla durata della guerra in Medio Oriente e dalla effettiva capacità degli impianti russi, fragilizzati dalle sanzioni e bersagliati da Kiev, di moltiplicare in breve la loro capacità produttiva. Comunque, anche nelle nuove condizioni, va ricordato che restiamo lontani dall’età dell’oro dell’export dei combustibili russi nel primo ventennio di questo secolo. Costretta a rinunciare a buona parte dei mercati europei, la Russia è diventata uno junior partner della Cina.

A favore di Putin potrebbero poi giocare anche alcuni altri fattori. Sul piano militare, la diminuita disponibilità di armi americane, quelle che gli europei acquistano e girano a Kiev, a causa delle necessità in Iran. E sul piano politico un’attenzione ancora minore nell’agenda delle priorità di Trump, sempre più sbrigativo nell’incolpare Zelensky nonostante la persistente collaborazione russa con il regime di Teheran. Potrebbe pesare, soprattutto, il riaffacciarsi in Europa di posizioni che, facendo leva sull’impennata dei prezzi dell’energia, chiedono a gran voce, o magari sussurrando, di riaprire i rubinetti del gas russo.

Nel complesso, tuttavia, mentre il vantaggio per Putin è evidente, non pare sufficiente a rimettere stabilmente in carreggiata l’economia russa e a ribaltare il corso della guerra in Ucraina. A condizione che l’Europa, che da quindici mesi è il pilastro del sostegno a Kiev, non faccia passi indietro.

Nei rapporti europei con Kiev non tutto va nel migliore dei modi. Esempi recenti: il discorso critico sui limiti della Ue fatto da Zelensky a Davos ha suscitato qualche malumore, affiorano tensioni sui tempi dell’ingresso ucraino nell’Unione e il Consiglio europeo della settimana scorsa non è riuscito a sbloccare il prestito di 90 miliardi deciso a dicembre. Ma quest’ultima difficoltà, legata all’ostruzionismo di Orbán a venti giorni da un voto ungherese che potrebbe essergli fatale, verrà probabilmente superata ed entro fine aprile le risorse al bilancio ucraino cominceranno ad affluire, con o senza Orban.

L’Europa, per fortuna, non vacilla. Sa bene che sarà l’esito della guerra in Ucraina a decidere le sorti della nostra posizione in un mondo nel quale senza forza geopolitica è sempre più difficile mantenere forza commerciale e prosperità economica. Speriamo che questa convinzione si consolidi anche in Italia, nonostante le voci stonate emerse in questi giorni, e non soltanto da Salvini o Vannacci.

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