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Un voto contro chi pretende l’impunità in nome del potere

La segretaria del Pd Elly Schlein per un appuntamento a favore del no al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Napoli, 17 marzo 2026. ANSA/ CIRO FUSCO
La segretaria del Pd Elly Schlein per un appuntamento a favore del no al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Napoli, 17 marzo 2026. ANSA/ CIRO FUSCO 

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Per chiarirsi le idee non c’è niente di meglio che spiegare qualcosa di complesso a un bambino o a uno straniero. Fatene esperienza, se ne avete occasione. Ascoltate con attenzione le loro domande. Mi è successo sabato, di nuovo. Importante rassegna editoriale, autori arrivati da tutto il mondo, capannello di persone in attesa di entrare in sala. Una scrittrice spagnola, Clara Usòn, cresciuta durante la dittatura di Franco e autrice di un bel libro ambientato nei Paesi Baschi durante gli anni feroci del terrorismo domanda, a proposito del referendum: “Dunque si tratta di aprire la strada al controllo della politica sulla magistratura?”. Coro di risposte. Sì, non direttamente ma, un primo passo verso. Tentativi mai del tutto a fuoco fino a che un ragazzino portato lì controvoglia, più o meno dodici anni, dice svagatamente: “Beh, nessuno vuole essere scoperto quando fa quello che non deve. Dalle guardie è sempre meglio stare lontani”. Dalle guardie, ma vale per i genitori, per gli insegnanti, vale per chi è li a far rispettare le regole. Per i giudici, naturalmente.

Penso al sottosegretario Delmastro, ultimo in ordine di tempo a essere “scoperto a fare quello che non deve”. La questione è questa: nel grande insieme di chi spera ogni giorno di farla franca — un insieme che va dal ragazzino al sottosegretario fino a ministri e presidenti — le “guardie”, i giudici, sono una grandissima rottura di scatole. Sono lì per impedirti di fare quello che ti pare: fare soldi con chi vuoi, siano camorristi o tagliagole, truffare mentire rubare. Regole che cercano di evitare che si viva nella giungla secondo la legge del più forte. Per quanto. Cercano di limitarlo, diciamo. Con sempre maggior difficoltà.

Certo che i giudici sono una spada di Damocle perché a ciascuno può succedere o è successo o conosce qualcuno a cui è successo di essere accusato ingiustamente, di essere per anni vittima di processi interminabili che finiranno vent’anni dopo con un’assoluzione o un’accusa (l’altro ieri, Saviano) e intanto hai vissuto vent’anni in un inferno. Il processo è esso stesso la pena. La vita, intanto, è trascorsa: a difenderti innocente e magari intanto ti sei ammalato, talvolta sei morto e resta agli eredi il compito di riscattare almeno il tuo onore. So di cosa parlo, ne ho fatta lunga esperienza. So perfettamente che la categoria dei magistrati gode di pessima fama. È molto facile, in un paese in cui la stella polare della politica è quella di fare ciascuno un po’ come gli pare, il suo proprio interesse, “padroni a casa nostra”, è facilissimo individuare il nemico in chi ti dice guarda che no: non puoi. Basta dire che sono politicizzati, i magistrati, che sono corrotti, che sono “ragazzini” ignari, narcisisti in cerca di fama, che sbagliano. Eccome se sbagliano.

È vero. I magistrati, in quanto persone, rispondono alle categorie degli umani: possono essere corruttibili, innamorati di sé, possono non separare la loro funzione dalla loro opinione. Possono, alcuni. Ma alcuni altri muoiono, invece, per garantire la giustizia e combattere le corruttele e le mafie, molti sono morti ammazzati esplosi nel tritolo — lo ricorderete. Molti vivono sotto scorta (ultima la giudice antimafia di Lecce, Francesca Mariano, proiettili di kalashikov recapitati a casa, una testa di capretto sulla tomba del padre). Sono diecimila, i magistrati, in Italia. Alcuni mettono sotto indagine oggi i poliziotti di Rogoredo, ieri quelli della scuola Diaz di Genova, Salvini e Delmastro, vivono sommersi da carte di processi che durano decenni allo scopo di tutelare un clandestino ammazzato nei campi in cui era schiavo, la memoria di un ragazzo ammazzato di botte in una cella, un figlio nostro, si oppongono a chi pretende impunità in nome della carica che riveste, ai soldi che ha. Fanno da argine allo strapotere del potere. Se non ci fossero, a disturbare chi fa “un po’ come gli pare”, sarebbe peggio per tutti: ricordiamocelo, ripensiamo al passato. La corruzione nei regimi è sempre altissima. Il potere dei soldi vince su tutto. Anche nelle democrazie, certo, ma meno: c’è sempre da qualche parte un giudice che non ha paura. La conversazione con la scrittrice spagnola si è conclusa così: io ricordo bene la corruzione dei dittatori, ha detto, ma non se ne parlava perché dei dittatori non si parla. La prima cosa che fanno, i despoti, è ridurre al silenzio il dissenso e fare dei giudici i loro dipendenti. Garantirsi l’impunità. Trasformare i cittadini in sudditi.

Torniamo agli errori giudiziari, alla lentezza dei processi, alla corruzione e ai narcisisimi di chi svolge la funzione di magistrato. Il referendum (si vota ancora oggi, fino alle 15. Non c’è quorum: chi non vota fa decidere chi vota) non riguarda niente di tutto questo: lo abbiamo detto, ripetiamolo. Non diventeranno giusti, i processi, con una lista di componenti del Consiglio superiore della magistratura decisa dalla maggioranza di governo, con una estrazione a sorte dentro quella lista. Diventeranno pilotati dal potere, che metterà se stesso al riparo dal fastidio della giustizia. Le guardie. C’è una ragione per cui i costituenti hanno scritto nella Carta che fra le materie sulle quali non si può indire referendum (abrogativo) c’è il fisco, le tasse. È ovvio. Se vi chiedessero volete o non volete pagare le tasse, a non essere santi, cosa direste? Ecco. La magistratura nella pubblica opinione è oggi l’equivalente di una tassa. Chi ti dice non si può — parcheggiare in terza fila, ricattare un lavoratore, fare affari con le mafie — è un fastidio. La leva della propaganda sono gli errori giudiziari. Vedete? Hanno condannato un innocente, non hanno preso il colpevole. Garlasco, Tortora, i bambini del bosco. Ma non è di questo che tratta il referendum: votare sì non impedirà che ci sia chi sbaglia, c’è sempre qualcuno che sbaglia. Medici, meccanici, commercialisti, geometri. Sbagliano: si può sempre pretendere rimedio per quanto tardivo. C’è però anche sempre qualcuno che non sbaglia non si piega e non si arrende. Su diecimila, la stragrande maggioranza. Far scegliere le destinazioni e le carriere dei magistrati (questo fa il Csm) a chi comanda non ci metterà al riparo dagli errori né dalle lungaggini: ci metterà alla mercé di chi comanda. Chi ti perseguita ingiustamente è odioso, devi e puoi difenderti, ma ancora più odioso è chi pretende l’impunità in nome del potere.

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