Ora il rischio è una campagna elettorale infinita. Da qui all’eternità. O almeno fino al termine della legislatura, che in teoria si conclude nell’autunno del 2027, ma potrebbe avere un piccolo anticipo tecnico per tornare a votare nella tarda primavera, secondo un vecchio costume. La campagna più lunga significa logoramento e ulteriore perdita di credibilità. Il che colpirebbe soprattutto le forze che sono uscite sconfitte dal referendum; e per essere più precisi, colpirebbe soprattutto la presidente del Consiglio.
Per quasi tre anni e mezzo Giorgia Meloni è riuscita con abilità a scansare il logorio del potere. Adesso corre il pericolo di farsi sfuggire il bandolo della matassa nel momento in cui sarebbe essenziale per lei ritrovare polso e leadership.
E dunque la novità arrivata dal ministero della Giustizia è clamorosa almeno quanto devastante è stata la disfatta referendaria per la maggioranza di governo. È al tempo stesso un segnale tardivo, perché tutti avevano capito qua…
Ora il rischio è una campagna elettorale infinita. Da qui all’eternità. O almeno fino al termine della legislatura, che in teoria si conclude nell’autunno del 2027, ma potrebbe avere un piccolo anticipo tecnico per tornare a votare nella tarda primavera, secondo un vecchio costume. La campagna più lunga significa logoramento e ulteriore perdita di credibilità. Il che colpirebbe soprattutto le forze che sono uscite sconfitte dal referendum; e per essere più precisi, colpirebbe soprattutto la presidente del Consiglio.
Per quasi tre anni e mezzo Giorgia Meloni è riuscita con abilità a scansare il logorio del potere. Adesso corre il pericolo di farsi sfuggire il bandolo della matassa nel momento in cui sarebbe essenziale per lei ritrovare polso e leadership.
E dunque la novità arrivata dal ministero della Giustizia è clamorosa almeno quanto devastante è stata la disfatta referendaria per la maggioranza di governo. È al tempo stesso un segnale tardivo, perché tutti avevano capito quale danno avessero fatto Delmastro e Bartolozzi con le loro sconcertanti iniziative e dichiarazioni; ma è anche un segnale che potrebbe rivelarsi persino insufficiente, se si guarda agli errori fatti da tanti esponenti del centrodestra, non solo i due dimissionari: vedi la ministra Santanchè in bilico.
Indifferenza verso il rapporto con il paese, considerato ormai solido e inattaccabile; sottovalutazione della psicologia di massa, per cui l’opinione pubblica sembra perdonare tutto per un certo tempo finché non perdona più nulla; una sottile e crescente arroganza del potere, così da ripercorrere le orme dei predecessori, quelli che non hanno lasciato il ricordo migliore.
Adesso sappiamo che Giorgia Meloni ha deciso di non restare passiva subendo il logorio. Può darsi che non basti; può darsi che avendo riconosciuto in modo implicito la propria debolezza verso qualche collaboratore dell’esecutivo e del partito, fino al doloroso risveglio di lunedì, ora la ferita venga allargata dagli avversari. Lo capiremo nei prossimi giorni.
Tuttavia è evidente che il temperamento ha suggerito alla premier che non è tempo di prudenze eccessive. Il risultato finale del referendum parla della fine, o almeno della sospensione, del rapporto privilegiato con gli italiani. E il minimalismo non è la risposta in grado di offrire garanzie di fronte alle insidie di una lunghissima campagna elettorale.
Minimalismo vuol dire considerare il referendum fallito come una parentesi e riprendere la routine quotidiana. Certo, la guerra, Trump, l’energia alle stelle, l’economia stagnante. Ma anche il consueto tran tran delle polemiche con l’opposizione, il dialogo con la controparte sì, no, forse. La legge elettorale trascinata per mesi perché non c’è vero accordo nemmeno nella maggioranza e il passo falso del capo di sicuro non aiuta.
La premier ha capito subito che ogni giorno di attesa si traduce in una scivolata all’indietro. E che le speranze di risalire la china sono legate a idee chiare sul da farsi nei prossimi giorni. Voltare pagina rispetto a persone malfidate o inefficienti o incapaci è solo il primo passo: necessario per non farsi schiacciare dagli avversari che si sentono finalmente all’offensiva. Ma c’è ben altro se si vuole tornare, diciamo così, ai giorni magici del ’22. E chissà se sarà mai possibile.
Era stata promessa una visione per l’Italia di domani, ma ben poco è stato fatto. Tra l’immigrazione irregolare da contenere e le tasse da ridurre, nessuno ha capito cosa è stato realmente realizzato delle vecchie promesse annunciate in nome della destra di governo. L’unica vera riforma, quella della giustizia, è andata come si è visto. E adesso la clessidra si sta consumando.