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Meloni, Berlusconi, Santanchè e Bartolozzi: quelle lotte di potere tra le donne della destra

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Per paradosso rispetto a una famiglia politica che non può certo dirsi – in nulla – femminista, e che soprattutto non tiene ad esserlo, quello che è in atto nella destra di governo è uno scontro tutto tra donne.

Giorgia Meloni ha deciso di sacrificare l’amica Daniela Santanchè sull’altare della sconfitta al referendum. Lo ha fatto dopo averla difesa per tre anni, in un momento in cui nulla di nuovo era successo riguardo ai tre procedimenti giudiziari di cui è protagonista. Lo ha fatto nonostante la vicinanza di Santanchè al cofondatore del partito Ignazio La Russa, i viaggi insieme a New York, la consapevolezza che – a differenza del fedelissimo Delmastro – non è facile prevedere come potrà ancora reagire l’ormai ex ministra del Turismo. Che già nella sua lettera ha fatto capire tutto quel che pensa di questa mossa della presidente del Consiglio: le sta facendo pagare conti non suoi, viene messa nel mucchio insieme a persone sospettate di fare affari con gli affiliati dei Casalesi, le…

Per paradosso rispetto a una famiglia politica che non può certo dirsi – in nulla – femminista, e che soprattutto non tiene ad esserlo, quello che è in atto nella destra di governo è uno scontro tutto tra donne.

Giorgia Meloni ha deciso di sacrificare l’amica Daniela Santanchè sull’altare della sconfitta al referendum. Lo ha fatto dopo averla difesa per tre anni, in un momento in cui nulla di nuovo era successo riguardo ai tre procedimenti giudiziari di cui è protagonista. Lo ha fatto nonostante la vicinanza di Santanchè al cofondatore del partito Ignazio La Russa, i viaggi insieme a New York, la consapevolezza che – a differenza del fedelissimo Delmastro – non è facile prevedere come potrà ancora reagire l’ormai ex ministra del Turismo. Che già nella sua lettera ha fatto capire tutto quel che pensa di questa mossa della presidente del Consiglio: le sta facendo pagare conti non suoi, viene messa nel mucchio insieme a persone sospettate di fare affari con gli affiliati dei Casalesi, le vengono imputate responsabilità politiche che non ha avuto nella campagna referendaria.

Non è tipa da stare zitta e buona, Daniela Santanchè, e Meloni lo sa. Ha però accettato il rischio di defenestrarla perché ha bisogno di ripartire da una sorta di tabula rasa rispetto ai suoi elettori più giustizialisti, quelli che le hanno voltato le spalle nel voto di domenica e lunedì scorsi. E per convincerla, ha mandato due uomini: un emissario di FdI che Santanchè non ha nemmeno ricevuto al ministero, e infine quell’Ignazio La Russa che ha difeso la sodale fino all’ultimo momento possibile. Ma ha poi dovuto cedere, perché non aveva scelta e perché anche al presidente del Senato la presidente del Consiglio potrebbe imputare mosse incaute in una campagna per il Sì tutta sbagliata.

C’è poi Marina Berlusconi, la vera leader di Forza Italia se non altro perché sono i suoi soldi a tenere in vita il partito. Da mesi fa capire di essere delusa dalla gestione di Antonio Tajani, dice pubblicamente di volere un partito più moderno e attento ai diritti, ha chiamato Meloni per fare con lei l’analisi della sconfitta ben sapendo che le loro posizioni sono lontanissime: così come il padre era lontana da colei che si è presa il potere senza chiedere il permesso.

Anche Marina è in vena di repulisti. Ma non chiamiamole pulizie di Pasqua: non c’è niente di “femminile”, tanto meno di “casalingo”, e neanche di differente rispetto al machismo della politica in queste donne di potere che hanno forse faticato più dei maschi per ottenerlo, ma che hanno deciso di giocare seguendo le loro regole e non tentando di cambiarle neanche per chi verrà dopo di loro.

E quindi non bisogna scambiare per una crisi isterica quella secondo cui Giusi Bartolozzi avrebbe litigato furiosamente, fin quasi a venire alle mani, con un’alta dirigente di via Arenula nel momento in cui ha dovuto accettare la sua defenestrazione da capo di gabinetto del ministro della Giustizia. Lei lì era la “zarina” non per diritto ereditario, ma per le relazioni che aveva saputo tessere a destra con grande sicumera. Basti vedere come ha affrontato il caso del generale Almasri, il criminale libico ricercato dalla Corte penale internazionale, lui sì assassino e stupratore rimandato a casa non dai giudici, ma da una decisione del governo per la quale ora Bartolozzi rimane l’unica indagata. Visto che il tribunale dei ministri non ha dato l’autorizzazione a procedere per Mantovano, Nordio e Piantedosi.

E se è vero che al posto del sottosegretario Delmastro andrà un’altra donna del partito, e che il capo dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Donzelli rischia il posto a favore di Arianna Meloni, il quadro si completa con in prima fila le donne al comando.

A sinistra può venir voglia di guardarle con un po’ di invidia: sia Elly Schlein che Silvia Salis sanno cosa sia il sessismo in politica, e quanto pesi mentre si cerca di avanzare. Il fatto che la segretaria del principale partito di centrosinistra non sia considerata da molti una possibile candidata premier, e che se ne debba cercare un altro, ha – in un angolo nascosto della coscienza progressista – anche a fare col suo essere donna. Quanto alla sindaca di Genova, piena di ambizioni che non cerca di nascondere, c’è chi sussurra alle sue spalle: chi c’è dietro? Come se debba, per forza, esserci un uomo.

Ma nonostante sia forse più dura, per incrostazioni che arrivano dritte da partiti storicamente maschilisti come il Pci e la Dc, in un Paese dove il patriarcato esiste nonostante chi si affanna a negarlo, l’augurio è che le donne che vogliono costruire l’alternativa a sinistra non prendano esempio da chi non ha fatto nulla per la parità e anzi biasima le quote rosa. Con l’idea che debbano andare avanti le donne toste, più dure, “con gli attributi”. Lasciando indietro tutte le altre.

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