Una volta che la presidente del Consiglio gliele ha chieste, il ritardo di Daniela Santanchè nel presentare le dimissioni da ministro è stato solo dannoso. Anzi, privo di una logica che non fosse il caparbio narcisismo nel marcare la propria autonomia dalla premier Meloni.
Le ragioni addotte per guadagnare tempo erano ancora più insostenibili. In sintesi: “perché adesso? Non sono colpevole della sconfitta nel referendum e non c’è nulla di nuovo rispetto a qualche mese fa, quando invece sono stata coperta nonostante le inchieste giudiziarie”. Ma il garantismo in questa vicenda non c’entra nulla.
Il problema — lo capiscono tutti — non è l’essere «penalmente immacolata», come la dimissionaria ha dipinto se stessa con chiaro sottofondo polemico. La questione è il rapporto di fiducia con la presidente del Consiglio: se viene a mancare in modo esplicito, come è accaduto con la nota ufficiale di martedì sera, il ministro non ha altra strada se non dimettersi.
Oppure si entra in un’are…
Una volta che la presidente del Consiglio gliele ha chieste, il ritardo di Daniela Santanchè nel presentare le dimissioni da ministro è stato solo dannoso. Anzi, privo di una logica che non fosse il caparbio narcisismo nel marcare la propria autonomia dalla premier Meloni.
Le ragioni addotte per guadagnare tempo erano ancora più insostenibili. In sintesi: “perché adesso? Non sono colpevole della sconfitta nel referendum e non c’è nulla di nuovo rispetto a qualche mese fa, quando invece sono stata coperta nonostante le inchieste giudiziarie”. Ma il garantismo in questa vicenda non c’entra nulla.
Il problema — lo capiscono tutti — non è l’essere «penalmente immacolata», come la dimissionaria ha dipinto se stessa con chiaro sottofondo polemico. La questione è il rapporto di fiducia con la presidente del Consiglio: se viene a mancare in modo esplicito, come è accaduto con la nota ufficiale di martedì sera, il ministro non ha altra strada se non dimettersi.
Oppure si entra in un’area oscura di cui esiste il solo precedente di Filippo Mancuso, l’alto magistrato che fu responsabile del dicastero della Giustizia durante l’esecutivo guidato da Lamberto Dini: un “governo del presidente” vissuto sotto l’ombrello del capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro. Anche Mancuso puntò i piedi e fu necessario votare una mozione di sfiducia per rimuoverlo dall’incarico. Ma in realtà le analogie si fermano qui.
In quel lontano caso si trattò di una ribellione dovuta alla rottura del rapporto personale e amicale con Scalfaro. E la causa era l’atteggiamento da tenere verso i magistrati di Mani Pulite. La frattura del ministro con il Quirinale si riverberò all’istante sulla relazione con il premier Dini che non difese il suo ministro. Ma da parte di Mancuso il puntiglio ebbe dei risvolti intellettuali più che politici: il desiderio — alquanto impolitico, appunto — di non darla vinta a figure che nel campo del diritto egli considerava non alla sua altezza.
La vicenda Santanchè si è svolta all’interno di tutt’altra sfera ed è finita come non poteva non finire. È la prova che Giorgia Meloni si sta sforzando di superare la frustrazione di lunedì 23 marzo, quel modesto 46 per cento di Sì, spezzando i vincoli da cui si è sentita soffocare e condizionare nel corso del tempo. Parliamo di personaggi da cui pensa di aver ricavato solo svantaggi e per proteggere i quali ha dovuto mettere a rischio il proprio consenso popolare, fino al disastro di un referendum che si poteva vincere.
Ora, in modo persino brutale, ha deciso di rovesciare il tavolo e di esercitare fino in fondo la sua leadership. Il tempo dirà se si è trattato di una mossa solo emotiva, e quindi persino poco lucida; ovvero se stiamo assistendo all’alba di una nuova Meloni, decisa a sfruttare al meglio l’anno abbondante che manca alla fine della legislatura.
La tempra della combattente non si discute, ma la strategia deve ancora essere definita. In primo luogo i punti deboli della squadra di governo non si esauriscono con Santanchè e Delmastro, né conviene attribuire loro il ruolo del capro espiatorio. Inoltre, quando si parla delle cose da realizzare nei prossimi mesi, è rischioso partire dalla legge elettorale. Per almeno due ragioni.
La prima è che si trasmette agli italiani l’idea di una reazione difensiva della cosiddetta “casta politica”, la stessa già bastonata con il referendum. La legge elettorale appare come un’astruseria che non riguarda la vita delle persone. La seconda ragione è che Giorgia Meloni deve ricostruire la propria immagine pubblica di leader vincente. Fino a quel momento sarà debole nelle trattative con gli alleati e con gli avversari. E questo vale soprattutto quando si negozia sulle regole del gioco.