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Meloni, il capolinea della propaganda

Daniela Santanchè e Giorgia Meloni (ansa)

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Dopo il referendum la carrozza dalla quale la premier salutava il popolo plaudente si è rivelata per quella che è: una zucca
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Questa volta, a volare, non sono gli stracci, bensì i tailleur pantalone indossati da Daniela Santanchè. Risulta davvero difficile simpatizzare per la ministra del Turismo: e non perché rappresenti «plasticamente» — come sostiene la diretta interessata — «tutto ciò che la sinistra detesta», ma per l’esatto contrario. Perché offre, cioè, una immagine proterva e nel contempo ordinaria — tanto è compiaciuta — del potere come affermazione di una soggettività egotica e solipsistica.

Tuttavia, le parole di Giorgia Meloni, che con soave perfidia invita la ministra a levarsi di torno, suscitano una qualche solidarietà verso la dimissionaria. Ma come? Fino alle ore 15 di lunedì 23 marzo, Santanchè sembrava destinata a una sopravvivenza tutto sommato tranquilla, ma poi — in un batter d’occhio — viene messa rudemente alla porta.

Giusi Bartolozzi è stata quella che, in una campagna elettorale limacciosa e lutulenta, ha trovato le parole più limacciose e lutulente; Andrea Delmastro Delle Vedove …

Questa volta, a volare, non sono gli stracci, bensì i tailleur pantalone indossati da Daniela Santanchè. Risulta davvero difficile simpatizzare per la ministra del Turismo: e non perché rappresenti «plasticamente» — come sostiene la diretta interessata — «tutto ciò che la sinistra detesta», ma per l’esatto contrario. Perché offre, cioè, una immagine proterva e nel contempo ordinaria — tanto è compiaciuta — del potere come affermazione di una soggettività egotica e solipsistica.

Tuttavia, le parole di Giorgia Meloni, che con soave perfidia invita la ministra a levarsi di torno, suscitano una qualche solidarietà verso la dimissionaria. Ma come? Fino alle ore 15 di lunedì 23 marzo, Santanchè sembrava destinata a una sopravvivenza tutto sommato tranquilla, ma poi — in un batter d’occhio — viene messa rudemente alla porta.

Giusi Bartolozzi è stata quella che, in una campagna elettorale limacciosa e lutulenta, ha trovato le parole più limacciose e lutulente; Andrea Delmastro Delle Vedove ha mostrato tutta la sua «adamantina coerenza nella lotta contro le mafie» (parole sue) nell’associarsi, sia pure per interposta figlia, a un associato a una associazione mafiosa.

Tutto questo è sembrato funzionare fino all’apertura delle urne. Poi, il magico mondo di Giorgia Meloni è stato terremotato. La carrozza trainata da dodici destrieri dalla quale la premier salutava il popolo plaudente si è rivelata per quella che è: una zucca ancora succosa d’un bell’arancione vivo, che tuttavia presenta evidenti tracce di avvizzimento.

La reazione di Meloni non è stata propriamente quella di una leader autorevole e di una capa assoluta: non c’è stata alcuna assunzione di responsabilità, riconoscimento di errori, ammissione di passi falsi, riflessione autocritica, ma solo il tradizionale ricorso alla procedura del capro espiatorio.

E non si scorge l’impegno a una riqualificazione dei gruppi dirigenti, né tantomeno a una ridefinizione del programma e dell’identità. L’unico cambiamento ipotizzato sembra andare — come richiesto da settori della coalizione — nella direzione di una maggiore connotazione securitaria, di un profilo più aggressivo e di una radicalizzazione illiberale.

Emerge, così, tutta l’improntitudine della Meloni underdog che l’ha portata via via a una postura sempre più autoritaria, marziale e divisiva, inadeguata a rappresentare qualunque forma non dico di concordia nazionale, ma nemmeno di confronto e dialogo. Riaffiorano lo spirito di rivalsa e l’antico revanscismo che furono del Movimento sociale italiano. A ben vedere, il tentativo di riforma costituzionale della magistratura senza intesa con l’opposizione e senza emendamenti ne è la prova provata e fallimentare.

Insomma, nel dopo-referendum la premier non è stata all’altezza di chi si vorrebbe riferimento politico e morale di una buona metà del popolo italiano. È apparsa piuttosto drammaticamente sola, anche se leggermente inebriata come dopo un Camparino a mezzogiorno.

Non ci sono stati il mellifluo Ignazio La Russa e il callido Alfredo Mantovano a farla meditare su quello che è stato il suo strafalcione più rovinoso: quel «se vincesse il No ci ritroveremo immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà». Quale indecente impostura, in tali parole, e quale offesa all’intelligenza e al buonsenso degli italiani e delle italiane. E quale idea gretta della facoltà di giudizio dell’elettorato, incapace — a parere della premier — di discernere tra le sacrosante esigenze della sicurezza pubblica e le cupe paranoie del giornalismo splatter.

Si può arrivare a dire che la sconfitta del Sì abbia svelato la crisi, certo provvisoria, della propaganda come tecnica suprema di governo. La propaganda è, da sempre, risorsa essenziale della politica, ma c’è una soglia oltre la quale l’agitazione verbale e verbosa e la produzione parossistica di parole e di immagini rivelano solo il vuoto.

Consideriamo l’esempio più significativo. Se, come documentano ricerche attendibili, nemmeno un elettore di centrodestra dichiara che lo stato della sicurezza pubblica è migliorato in oltre tre anni di governo, è fatale che la responsabilità degli «spacciatori rimessi in libertà» possa ricadere non sulle procure ma sul ministro Matteo Piantedosi. Sia chiaro: sbaglierebbe il centrosinistra a ritenere che la vittoria alle prossime elezioni sia a portata di mano. Tutt’altro.

Il governo è attraversato da una crisi acuta e la politica estera è destinata a produrre crepe ancora più profonde; e quella che sembrava la risorsa più preziosa di Meloni, il rapporto privilegiato con Donald Trump, si sta trasformando in un pesante handicap. Tuttavia, il centrodestra conserva tuttora una forte capacità di attrazione e una notevole influenza sulla formazione del senso comune e della mentalità collettiva. Insomma, può perdere innanzitutto per i propri errori.

Ed è esattamente questo il momento in cui la premier non sembra in grado di elaborare la strategia più adeguata. Ancora una volta, è il “fattore umano” che sembra tradirla: la sindrome dell’underdog si traduce nella tentazione dell’autosufficienza, il vittimismo cronico in un tratto di narcisismo acuto, la sicurezza di sé in autarchia culturale.

È possibile che Meloni sappia riprendersi e azzeccare le mosse future, ma resterà comunque una leader fragile: pervicacemente convinta che quella zucca di governo, affollata di ministri improbabili, sia davvero un cocchio scintillante trainato non da smunti topolini ma da fieri cavalli.

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