Si potrebbe dire che il mini rimpasto nel governo è stato il passo più facile per la presidente del Consiglio. Il difficile arriva adesso: l’urgenza di misure economiche in grado di spingere la produzione, vale a dire soddisfare le imprese. Ma soprattutto la necessità di dare agli italiani un po’ di sollievo rispetto alle loro paure: ossia la sensazione che la guerra in Medio Oriente sia destinata alla lunga ad abbassare in modo significativo il tenore di vita delle classi più disagiate, i dubbi sulla capacità di reazione del ceto politico, l’idea che le misure adottate fino a oggi siano solo palliativi. La premier Meloni sa di dover fare presto in un contesto che resta sfavorevole. Non a caso quasi tutto quello che succede viene letto, magari a torto, come la prova che l’esecutivo si è indebolito e che altri problemi sono all’orizzonte, anche le perquisizioni della Guardia di Finanza al ministero della Difesa, a Terna e Rfi.
Si potrebbe dire che il mini rimpasto nel governo è stato il passo più facile per la presidente del Consiglio. Il difficile arriva adesso: l’urgenza di misure economiche in grado di spingere la produzione, vale a dire soddisfare le imprese. Ma soprattutto la necessità di dare agli italiani un po’ di sollievo rispetto alle loro paure: ossia la sensazione che la guerra in Medio Oriente sia destinata alla lunga ad abbassare in modo significativo il tenore di vita delle classi più disagiate, i dubbi sulla capacità di reazione del ceto politico, l’idea che le misure adottate fino a oggi siano solo palliativi. La premier Meloni sa di dover fare presto in un contesto che resta sfavorevole. Non a caso quasi tutto quello che succede viene letto, magari a torto, come la prova che l’esecutivo si è indebolito e che altri problemi sono all’orizzonte, anche le perquisizioni della Guardia di Finanza al ministero della Difesa, a Terna e Rfi.
Di sicuro quello che l’elettorato di centrodestra attende da Palazzo Chigi è un percorso più chiaro e consapevole sui temi identitari. Insomma, su ciò che distingue la destra dalla sinistra. Troppe volte l’azione dell’esecutivo è sembrata la stessa di un centrosinistra moderato o di un governo tecnico. La risposta è che Giorgia Meloni ha voluto essere rassicurante, senza cadere nell’estremismo e senza perdere i contatti con l’Europa che conta: vedi il rapporto con il cancelliere tedesco Merz, un democristiano sperimentato ancorché senza particolare carisma. Con il risultato che questa legittimazione la Meloni l’ha ottenuta solo a metà. E il referendum perso le ha attirato addosso di nuovo tutte le accuse di nutrire pulsioni autoritarie, un modo appena più circospetto per darle della neofascista nostalgica.
Quanto all’opposizione, fa il suo mestiere e chiede qualcosa di più. Altre dimissioni, a cominciare da quelle della premier. E ovviamente iniziative del governo a tutto campo, quelle per le quali nessuno forse dispone delle risorse adeguate. S’intende che un conto è mettere in campo i provvedimenti concreti che servono a governare; tutt’altra questione è stilare un programma di massima — dieci paginette prima delle elezioni — per giustificare un’alleanza di coalizione. Nel 2022 il vantaggio toccò all’attuale premier e ai suoi amici. Adesso la carta è nelle mani del centrosinistra. Quindi, chi non vuole le primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi del “campo largo”, dice: prima il programma. È la frase che ripetono Franceschini, Zanda, la sindaca Salis e altri. Cioè tutti coloro che preferiscono dare una mano alla segretaria Schlein, capo del partito più forte, il Pd, contro l’attacco di Giuseppe Conte che già bussa al portone con gli stivali.
Come dargli torto, peraltro? Conte sa che questo è il suo momento. Gli indici di popolarità lo collocano ai massimi livelli. Nel referendum il tono della musica lo ha dato lui, benché Elly Schlein si sia mossa con una certa abilità. Inoltre il leader dei Cinque Stelle può vantare un profilo più istituzionale, se così si può dire, grazie alla sua precedente esperienza a Palazzo Chigi. Dunque il pericolo è concreto e ne sono preoccupati in parecchi nel Pd e dintorni. Per ora la linea è quella di fare quadrato intorno alla segreteria, escludendo il ricorso a figure esterne (il famoso “papa straniero”). Ma è una linea debole. Se l’offensiva di Conte continuerà, come tutto fa pensare, e sarà all’insegna delle “primarie aperte” (gazebo dove chiunque può votare), il rischio per il maggiore partito della sinistra sarà molto rilevante. Equivalente a quello di fare dei 5S la forza di riferimento del campo che proprio Conte preferisce definire “progressista”.