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La caduta dei pigmei di Meloni

Giorgia Meloni 
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Senza scomodare gli “dei” del capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, possiamo dire che nella destra italiana è iniziata “la caduta dei pigmei”. Uno alla volta, vengono giù i mediocri protagonisti del teatro ipnotico costruito da Giorgia Meloni. A dispetto delle anime belle che nei palazzi romani, nei talk cortigiani e nei giornali ruffiani concionavano su un quesito “tecnico” privo di ricadute politiche, la disfatta referendaria sta terremotando il governo e la maggioranza. E suona quasi grottesco, adesso, sentire tromboni e trombettieri di regime entusiasti della “maschia reazione” della premier, che in un colpo solo fa dimettere una ministra, un sottosegretario e un’alta funzionaria. Capri e capre espiatorie di una sconfitta che in realtà ha una sola responsabile: lei, la Sorella d’Italia. Quella che per quasi quattro anni è stata magnificata da nutrite schiere di adulatori e profittatori come la presidente-fenomeno, la più brava la più intelligente la più furba, che ha sem…

Senza scomodare gli “dei” del capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, possiamo dire che nella destra italiana è iniziata “la caduta dei pigmei”. Uno alla volta, vengono giù i mediocri protagonisti del teatro ipnotico costruito da Giorgia Meloni. A dispetto delle anime belle che nei palazzi romani, nei talk cortigiani e nei giornali ruffiani concionavano su un quesito “tecnico” privo di ricadute politiche, la disfatta referendaria sta terremotando il governo e la maggioranza. E suona quasi grottesco, adesso, sentire tromboni e trombettieri di regime entusiasti della “maschia reazione” della premier, che in un colpo solo fa dimettere una ministra, un sottosegretario e un’alta funzionaria. Capri e capre espiatorie di una sconfitta che in realtà ha una sola responsabile: lei, la Sorella d’Italia. Quella che per quasi quattro anni è stata magnificata da nutrite schiere di adulatori e profittatori come la presidente-fenomeno, la più brava la più intelligente la più furba, che ha sempre avuto un solo problema: la corte dei miracoli che gli sta intorno. È la narrazione più farlocca, in questa piccola e autarchica Italietta avvinta come l’edera alle mura di una Casa Bianca abitata dal re dei folli.

È in atto questo tentativo, subdolo e ingannevole, di rappresentare il voto del 22 e 23 marzo. Come la premier non è riuscita a separare le carriere di giudici e pm, ora si cerca di separare lei da quella disfatta. Operazione meschina e mendace. Lo confermano le stesse epurazioni di quest’ora più buia, che adesso si allargano a Forza Italia, dove rotola la testa di un altro impresentabile come Gasparri, pasdaran azzurro da ben 9 legislature, noto solo ai bei tempi del Cav per aver firmato una riforma del sistema radiotelevisivo che non aveva neanche letto e che Ciampi rispedì alle Camere. Anche nel partito di Marina Berlusconi inizia un regolamento di conti dall’esito imprevedibile, che prima o poi arriverà anche a Tajani. E difficilmente si salverà dal redde rationem la Lega di Salvini, orfana di Bossi e vittima di Vannacci. Dal Golgota meloniano sta rotolando un sassolino che può diventare valanga. E la “sentenza”, pressochè definitiva, la emette Wolfgang Munchau sul Financial Times: “Meloni è una politica decisamente sopravvalutata”.

Chi ha trascinato il Paese in uno scontro tossico e ideologico, promettendo il Terrore di Robespierre in caso di vittoria del no? Chi è andato in tv e in rete quasi ogni giorno, a vaneggiare di Enzo Tortora e Garlasco, di agenti a Rogoredo e bimbi nel bosco? E chi ha scelto con il solo misurino della fedeltà lo sgangherato dream team dei ministri e vice-ministri, capigruppo e capibastone, bardi e boiardi al comando? Scopriamo solo adesso, dopo il doloroso lavacro referendario, che proprio quel Superior Stabat Mater, per il quale veniva venerata e celebrata da molti, non era la sua grande virtù ma il suo gigantesco problema? Invece di cercare “manine” altrove per distogliere l’attenzione dei gonzi, guardi le sue, di mani, e si chieda come le ha usate finora.

Meloni non aveva bisogno di questa Caporetto, per capire che un Delmastro non avrebbe mai dovuto fare il sottosegretario alla Giustizia, e comunque non sarebbe mai dovuto restare al suo posto dopo l’allegra sparatoria di Capodanno e soprattutto la condanna in primo grado di un anno fa, per aver regalato al suo camerata Donzelli un rapporto riservato del Dap al solo scopo di poter gridare alla Camera “la sinistra va a trovare i terroristi in carcere”. L’ultimo scandalo, le 5 forchette e le mazzette di contante condivise coi prestanome del clan Senese, sono solo l’epilogo di una storia maledetta che non doveva neanche cominciare, ma che la premier ha invece protetto. Lo stesso vale per Giusi Bartolozzi, zarina onnipotente di un ministero di cui lei possiede la “scatola nera”: per questo l’ha lasciata lì? E vale ancora di più per Santanchè: è da due anni che a casa Meloni c’è una pitonessa in corridoio, indagata e imputata per falso in bilancio, bancarotta e truffa all’Inps. Perché se l’è tenuta tutto questo tempo? Perché conosce troppi segreti, o perché conosce La Russa? Cacciarli tutti, ora, è facile ma non è credibile. All’Underdog non basta rifarsi il trucco, quando la faccia se l’è già giocata. Viene quasi da dar ragione alla perfida Danielona in tacco 12: “Diventiamo giustizialisti solo adesso?”.

Ora è tutto un rilancio e una rivincita. Ma con quali persone? E con quali risorse? Le persone, appunto: fatti fuori tre pigmei, gli altri cosa sono? Non serve il trionfo del no, per sapere che i due vicepremier sono ormai poco più che macchiette, uno disperso tra Pontida e Ponte sullo Stretto e l’altro smarrito tra droni e garage. Che Nordio, al di là delle corrive ironie sul tasso alcolemico, non è un Guardasigilli all’altezza del ruolo. Che Urso, tra l’Ilva che marcisce e il tavolo delle 160 crisi industriali che imputridisce, è materia preziosa solo per la satira di Maurizio Crozza. Che Giuli, in cappotto nero di pelle come i gerarchi delle SS, non produrrà mai alcuna “egemonia culturale”. Che Lollobrigida, al di là delle ormai lontane nozze con la prestigiosa sorella di Giorgia, non ha altre “virtù” da portare in dote. Per non dire di quelli di cui da tempo immemore si sono perse le tracce, i Calderoli e le Calderone, i Foti e i Zangrillo, gli Schillaci e i Ciriani, le Roccelle e le Locatelli. Persino Crosetto pare ormai “mascariato” dopo il viaggio-fantasma a Dubai, tuttora coperto da una coltre di nebbia. Per azzardare una “riscossa” resterebbe solo Giorgetti, l’unico della squadra che ha spesso mugugnato ma non ha quasi mai sfigurato. Al Tesoro non ha fatto una sola riforma, né fisco né lavoro, né salari né sanità, e su bollette e carrello della spesa solo pannicelli caldi: però ha tenuto a bada il disavanzo e ha risparmiato un po’ di interessi grazie allo spread ribassato. Ma cosa può offrire agli italiani arrabbiati, in quest’ultimo scorcio di legislatura? Per un governo così ammaccato un colpo di reni sull’economia sarebbe fondamentale, ma non ci sono soldi. Quelli del Pnrr finiscono a luglio e in deficit non possiamo spendere, visto che abbiamo sforato il 3% nel 2025 e ci portiamo dietro la procedura d’infrazione europea anche nel 2026.

Meloni è in un angolo, e non sa come uscirne. Dopo aver preso uno schiaffo da 15 milioni di italiani sulla giustizia, sarebbe suicida uno strappo sull’altra riforma costituzionale, il premierato elettivo, dove incontrerebbe sulla sua strada Sergio Mattarella. E la nuova legge elettorale? Altro autodafé, che le farebbe esplodere tra le mani una maggioranza già a pezzi. Davanti allo scenario di un anno di logoramento, resta l’arma fine di mondo del voto anticipato, benché a deciderlo non sia lei ma il Capo dello Stato. In pochi giorni, la premier ha perso il tocco magico e l’ingrata patria le ha quasi voltato le spalle. È il prezzo che si paga, quando ci si crogiola nel mito della propria onnipotenza e della propria autosufficienza. Quando ci si rinchiude a Chigi e si smette di ascoltare il Paese reale, perdendosi tra gli osanna degli ex-camerati in livrea.

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