Tornare ai corpi. Trovarsi, parlarsi, guardarsi. Contarsi, gioire quando si è moltitudine. Abbiamo fatto un giro lunghissimo per tornare qui, a questa antica evidenza: la politica — qualsiasi battaglia — si fa con i corpi. Presenza fisica, condivisione reale. Con i social si fa propaganda, che è molto diverso: si costruiscono carriere, si insegue e manipola il consenso difatti tutti i leader li usano per diffondere il loro micropensiero, gli slogan, le menzogne, per dirottare le campagne elettorali. Ma questa non è azione politica: è tecnica di battaglia per allestire eserciti. È il mezzo, non il fine. Politica non è quanta gente salirà sul tuo bastimento: è dove andrà il bastimento, a fare cosa.
Ce lo indicano con chiarezza le nuove generazioni, proprio quelle cresciute nel mondo virtuale: è così, ogni ciclo si consuma e si rinnova. Sale di livello, torna al punto di partenza ma in un luogo diverso, con nuovi mezzi in un tempo nuovo, dunque non è mai uguale, la storia. I ragazzi che…
Tornare ai corpi. Trovarsi, parlarsi, guardarsi. Contarsi, gioire quando si è moltitudine. Abbiamo fatto un giro lunghissimo per tornare qui, a questa antica evidenza: la politica — qualsiasi battaglia — si fa con i corpi. Presenza fisica, condivisione reale. Con i social si fa propaganda, che è molto diverso: si costruiscono carriere, si insegue e manipola il consenso difatti tutti i leader li usano per diffondere il loro micropensiero, gli slogan, le menzogne, per dirottare le campagne elettorali. Ma questa non è azione politica: è tecnica di battaglia per allestire eserciti. È il mezzo, non il fine. Politica non è quanta gente salirà sul tuo bastimento: è dove andrà il bastimento, a fare cosa.
Ce lo indicano con chiarezza le nuove generazioni, proprio quelle cresciute nel mondo virtuale: è così, ogni ciclo si consuma e si rinnova. Sale di livello, torna al punto di partenza ma in un luogo diverso, con nuovi mezzi in un tempo nuovo, dunque non è mai uguale, la storia. I ragazzi che riempiono le piazze (e le urne, quando è il caso) lo fanno per dire sì o no a qualcosa di concreto e lo fanno con i corpi. Non torneranno alla politica come la ricordiamo dal secolo scorso e come sempre più stancamente tuttora si trascina.
Sbaglia di grosso chi pensa di poter reclutare sotto una o un’altra insegna la generazione che ha votato no al referendum sulla giustizia, quella che nel mondo è appena scesa in strada a dire «no kings», non vogliamo re né despoti né tiranni, vogliamo libertà e democrazia. I ragazzi che manifestano per Gaza, che sostengono Sumud Flottilla, che si accingono a dire “un altro no” al ddl Bongiorno e che dunque combattono per una reale uguaglianza tra uomini e donne, che hanno alzato striscioni perché Giulia Cecchettin non sia morta invano. Che si preoccupano dei consumi, dell’inquinamento, degli allevamenti intensivi, del pianeta.
Sanno benissimo di cosa parlano, lo sanno meglio di chi va a votare per appartenenza a un partito, i quali sono del resto sempre meno. Hanno le loro fonti, i ragazzi, sono assai informati. Vedete? Moltissimi di loro, a osservare i dati di affluenza elettorale e paragonarli direi la maggioranza, si mobilitano quando c’è una causa forte, un diritto da difendere. Vanno, con il corpo, dove c’è speranza di cambiare. Vanno a indicare una rotta, cioè: a fare politica. E non ha nessun senso etichettarli o, peggio, provare ad “andarseli a prendere”, come si sente nei dibattiti di questi giorni. Non si faranno prendere da nessuno.
Se c’è una cosa da fare, per provare seminare un campo che non darà frutti domani né dopodomani, ma lì darà, è concedere loro spazi. Aprire luoghi, ovunque, nei quartieri, nelle città, nei paesi, dove possano fisicamente andare, trovarsi. Che non siano già etichettati, circoli identitari: luoghi aperti a tutti, neutrali, dove si possa esprimere un reale confronto di parola. Ci torno, sui luoghi che servono ai corpi. Noi più anziani ne abbiamo fatta in gioventù lunga esperienza.
Prima però, un piccolo episodio di vita reale. Sono reduce da un lunghissimo pranzo della domenica in cui ero per così dire ospite tollerata, unica adulta sopra i trenta, mi sono perciò disposta al silenzio e all’ascolto. Una ventina di ragazzi delle più varie condizioni sociali e convinzioni riuniti per un’occasione di festa privata condividevano il loro fastidio per le app di incontri, qualsiasi natura di incontro.
Dicevano quanto sia preferibile trovarsi in situazioni che nel discorso definivano Irl. In real life, acronimo inglese. Che è la lingua della tecnologia, dunque quella che più di tutte disegna il presente con un piede nel futuro. In real life. Che sia una serata in cui si fa musica, si leggono versi, si incontra qualcuno per vedere insieme qualcosa su uno schermo o per proseguire altrove la notte. Da lì è stato un passo. Perché anche se vuoi capire meglio una questione, dicevano, approfondire un argomento, ecco: dal vivo, insieme, di persona è meglio che in rete. È più faticoso, certo — spesso ti tocca parlare, in effetti — ma più interessante.
La storia sta completando il suo giro, dunque. Chi ha qualche anno, qui, ricorderà i tempi in cui la politica dei partiti da solida si è fatta liquida, poi gassosa. Infine è svanita. Quando hanno iniziato a chiudere i posti dove andare, nei luoghi di lavoro e nei quartieri, quelli in cui se avevi un problema o una proposta eri sicuro di trovare qualcuno. Le stanze reali, quelle che la sera si chiudevano con una saracinesca. È arrivata la piattaforma, così democratica no? La casta l’avrebbe sconfitta il web, partecipate pure da casa. Il resto della storia lo conoscete.
Ma no, non sto facendo qui l’ennesima inutile lamentazione sui danni prodotti dalla Rete. Non c’è niente di più stupido che discutere la realtà e questa è la realtà. Per giunta la Rete, la digitalizzazione, l’informatizzazione dei processi è per molti versi utilissima. È però anche la via per cui si sono persi milioni di posti di lavoro, umane funzioni: qualcuno si è arricchito, pochi, qualcun altro impoverito, molti. È il labirinto anonimo in cui moltissime persone si perdono. Tutta l’ordinaria routine digitale che ha sostituito le relazioni umane, persino nella burocrazia, taglia fuori le persone più anziane.
Tra i giovani, sono di oggi le cronache di due tredicenni. Una aveva chiesto a ChatGpt se lasciare il ragazzo che di lì a poco l’avrebbe uccisa. Un altro ha trovato su Telegram le istruzioni per realizzare un ordigno, voleva uccidere. Avere qualcuno con cui parlare sarebbe meglio di un tutorial. Non si può più sostituire, il web, ma si può sempre affiancare.
Luoghi per i corpi. Se potessi amministrare risorse pubbliche le spenderei per riaprire nei quartieri i mercati ormai chiusi perché sostituiti dai super, beni del demanio abbandonati. Un investimento modesto, sono già lì. Un bando per la gestione degli spazi. Un criterio democratico di utilizzo.
Abbiamo ovunque coworking dove tutti stanno chini sul loro computer: benissimo. Potremmo avere anche, accanto, luoghi dove generazioni diverse possano andare a fare quel che ciascuno desidera. Camminare fino a lì, incontrarsi per caso. Conoscersi. Darsi, magari, una mano a vicenda. Fare progetti, dunque politica. Non è un’idea nuova, lo so. Ma non è nuovo quello che non è mai successo: è nuovo quello che non è mai successo a te.