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Se torna il Dio delle guerre

Mosca, 27 marzo: Vladimir Putin celebra il decimo anniversario della Guardia nazionale 

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I nuovi autocrati, da Vladimir Putin a Donald Trump, si sentono gli unti del Signore. E riportano il divino sui campi di battaglia
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«I guerrieri russi portano avanti questa missione per comando del Signore: una missione di difesa del nostro Paese e della sua gente». Non lo ha detto lo zar Nicola ne 1914, anche se queste parole sembrano uscire direttamente dall’arsenale retorico della Grande Guerra. È il messaggio ufficiale di auguri inviato da Putin ai suoi concittadini per il Natale ortodosso a gennaio: «I nostri soldati agiscono seguendo il volere di Dio». Non è certo la prima volta che Vladimir Vladimirovic arruola Dio nell’armata di chi lotta per riunire le province ucraine alla rodina, la patria russa.

Qualcuno potrebbe pensare che lo faccia per ravvivare il consenso alla sua politica neoimperiale, visto che i risultati di quella che doveva essere una rapida «operazione militare speciale» non sono all’altezza delle aspettative. Ma sarebbe un errore sottovalutare la visione mistica che il dittatore di Mosca ha delle proprie guerre. Lanciate per «sollevare la Russia dalle ginocchia», come ha scritto lo st…

«I guerrieri russi portano avanti questa missione per comando del Signore: una missione di difesa del nostro Paese e della sua gente». Non lo ha detto lo zar Nicola ne 1914, anche se queste parole sembrano uscire direttamente dall’arsenale retorico della Grande Guerra. È il messaggio ufficiale di auguri inviato da Putin ai suoi concittadini per il Natale ortodosso a gennaio: «I nostri soldati agiscono seguendo il volere di Dio». Non è certo la prima volta che Vladimir Vladimirovic arruola Dio nell’armata di chi lotta per riunire le province ucraine alla rodina, la patria russa.

Qualcuno potrebbe pensare che lo faccia per ravvivare il consenso alla sua politica neoimperiale, visto che i risultati di quella che doveva essere una rapida «operazione militare speciale» non sono all’altezza delle aspettative. Ma sarebbe un errore sottovalutare la visione mistica che il dittatore di Mosca ha delle proprie guerre. Lanciate per «sollevare la Russia dalle ginocchia», come ha scritto lo storico Serhii Polkhy, per restaurare l’impero caduto nel 1991. Insomma per riportare la Madre Russia alla grandezza che le spetta di diritto e che i nemici che la circondano, dai prussiani nel XVIII secolo alla Nato oggi, cercano di negarle da sempre.

Una fandonia, certo. Ma anche un’ossessione antica per il Cremlino. Un debito con la storia in nome del quale ogni mezzo è lecito. Compreso mobilitare il sacro e spedirlo in battaglia. «È stato per la volontà divina che questo destino è ricaduto sulle nostre spalle», appunto.

Non è strano che gli europei facciano fatica a capire la portata di questo fanatismo. Il Dio degli eserciti era scomparso nel Vecchio Mondo da tempo. Era stato chiamato alle armi nelle trincee del primo conflitto mondiale, quando i reggimenti si annientavano con la benedizione di sacerdoti commossi, convinti che il diavolo giocasse nella squadra avversaria e indifferenti agli appelli di papa Benedetto sull’«inutile strage».

Era stato invocato sull’Isonzo, dove nel 1917 Luigi Cadorna aveva fatto consacrare l’intero Regio esercito al Sacro Cuore di Gesù. E ancora aveva accompagnato i tedeschi nelle campagne polacche del 1939 o nelle steppe russe del 1941, dove gli uomini della Wehrmacht occupavano e sterminavano convinti che Dio fosse con loro. Gott mit uns, come era scritto sulla fibbia della loro cintura.

Ma poi nel 1945 gli europei, vinti e vincitori, si sono ritrovati a vagare in un continente in macerie, contando milioni di civili inermi massacrati nei Lager e nelle fosse comuni o polverizzati nelle città bombardate, e l’idea che in questa carneficina ci potesse essere una ragione sacra si è finalmente rivelata assurda. È stato quel giorno che Dio, ha scritto Blaise Cendrars, ha abbandonato i campi di battaglia.

Peccato che oggi qualcuno ce lo voglia trascinare di nuovo. E che Putin non sia l’unico autocrate a credersi l’unto del Signore. Sostiene Pete Hegseth, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) di Donald Trump, che quelle degli americani sono «guerre sante», una crociata (l’ha definita proprio così nel suo libro American Crusade) per garantirsi grandezza e sicurezza in un mondo infido in cui non ci sono alleati ma solo nemici o vassalli. Da questa parte dell’Atlantico possiamo farci beffe delle sue grottesche predicazioni, condite di citazioni bibliche, sull’«ethos guerriero».

Possiamo trovare più ridicola che inquietante la foto in cui il presidente degli Stati Uniti prega nello studio ovale circondato dai pastori evangelici per la vittoria in Iran, ed essere confortati dal fatto che la maggioranza dei concittadini li disapprova. Ma resta il fatto che i padroni della nuova America e i loro elettori della destra radicale alla ragione del più forte, alla supremazia come destino sacro e all’idea folle di un complotto globale sembrano crederci veramente.

È il nuovo militarismo a stelle e strisce, così come l’ha raccontato il politologo (ed ex colonnello dell’esercito) Andrew Bacevich. Una fede cieca nel diritto assoluto degli Stati Uniti di difendersi da ogni minaccia, reale o immaginaria, usando la forza in modo arbitrario, senza sentirsi vincolati dalle regole di quell’ordine multilaterale che loro stessi avevano contribuito a edificare dopo il 1945. E che ora Trump ha deciso di condannare a morte.

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