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Conte,Trump e la tela della politica estera

Paolo Zampolli 

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Il punto di Folli del 2 aprile 2026
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È illuminante l’incontro tra Giuseppe Conte e uno degli amici più fidati di Trump, l’italiano americanizzato Paolo Zampolli. Non era un abboccamento clandestino, svolgendosi in un noto ristorante del centro di Roma. Tuttavia era destinato a rimanere riservato, finché un giornalista di Libero ha incrociato in modo casuale — almeno così sembra — l’ex premier con il suo ospite e ha scattato un paio di foto pubblicate poi dal suo giornale. Uno “scoop”, senza dubbio. E quale lezione se ne può ricavare? La più ovvia, ma non la più convincente, è che esiste un doppio Conte: da un lato, intransigente nemico del “trumpismo” e pacifista filo-putiniano in Ucraina, nonché fustigatore delle guerre americane in Medio Oriente; dall’altro, uomo attento a curare i rapporti con la Casa Bianca, memore degli anni felici in cui egli a Palazzo Chigi era semplicemente “Giuseppi” per il presidente allora al primo mandato.

Se ne ricava che il leader dei Cinque Stelle, oggi candidato a guidare il centrosinistr…

È illuminante l’incontro tra Giuseppe Conte e uno degli amici più fidati di Trump, l’italiano americanizzato Paolo Zampolli. Non era un abboccamento clandestino, svolgendosi in un noto ristorante del centro di Roma. Tuttavia era destinato a rimanere riservato, finché un giornalista di Libero ha incrociato in modo casuale — almeno così sembra — l’ex premier con il suo ospite e ha scattato un paio di foto pubblicate poi dal suo giornale. Uno “scoop”, senza dubbio. E quale lezione se ne può ricavare? La più ovvia, ma non la più convincente, è che esiste un doppio Conte: da un lato, intransigente nemico del “trumpismo” e pacifista filo-putiniano in Ucraina, nonché fustigatore delle guerre americane in Medio Oriente; dall’altro, uomo attento a curare i rapporti con la Casa Bianca, memore degli anni felici in cui egli a Palazzo Chigi era semplicemente “Giuseppi” per il presidente allora al primo mandato.

Se ne ricava che il leader dei Cinque Stelle, oggi candidato a guidare il centrosinistra nella gara elettorale del 2027, si preoccupa di rinverdire le relazioni con il mondo ruotante intorno al presidente degli Stati Uniti. Conte garantisce che le sue posizioni anti-Trump non sono cambiate e che tali sono state rappresentate, senza indorarle, a mr. Zampolli. Può darsi, ma in realtà non è nemmeno questo l’aspetto più importante. L’ex presidente del Consiglio ha tutto l’interesse a mostrare una certa coerenza agli occhi del suo elettorato, per cui una palese, clamorosa inversione di rotta sarebbe solo un errore. E Conte non è un ingenuo: sa muoversi nelle sabbie mobili della politica con un’astuzia che ad altri è sconosciuta. Soprattutto ha una carta nella manica che non esita a giocare all’occorrenza. Ha già guidato un governo ed è conosciuto da Trump, il quale l’anno venturo sarà ancora in carica. Nell’eventualità di una vittoria elettorale delle sinistre, questo aspetto consente al capo dei 5S un vantaggio significativo rispetto ad altri concorrenti, a cominciare da Elly Schlein: sconosciuta oltre oceano, salvo i circoli della sinistra “radical”, e meno duttile di Conte.

Del resto, non è strano che i “trumpiani” vogliano rendersi conto di come stanno le cose in Italia tra gli avversari di Giorgia Meloni: uno schieramento schierato su posizioni quasi opposte a quelle che il centrodestra, con la parziale eccezione di Salvini, ha difeso lungo tutta la legislatura in nome della tradizione euro-atlantica. E nemmeno il segnale di Sigonella, più che altro un episodio, ha incrinato più di tanto il rapporto tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Tuttavia, come si è detto, tra un anno qualcosa potrebbe cambiare. E da entrambe le sponde dell’Atlantico c’è l’esigenza di prepararsi alla novità.

Questo spiega perché Conte, rapido di riflessi e con una naturale propensione al trasformismo, ha cominciato a usare toni meno aspri verso la resistenza dell’Ucraina aggredita, a costo di deludere i più accaniti sostenitori di Putin che si aggirano nel “campo largo”. Niente di troppo evidente, per ora, ma l’ex premier sembra essere in attesa di qualche forma di compromesso sia nell’Europa dell’Est sia in Iran. Non si può dire che si tratti di una politica estera ben definita e sostenuta da una visione, ma è quello che gli serve per mantenersi sempre un passo avanti rispetto ai suoi competitori. Nella consapevolezza che proprio la politica estera, se da un lato lo aiuta a fare il pieno di consensi negli ambienti anti-americani e anti-israeliani, dall’altro lo obbliga a fornire spiegazioni all’alleato di ieri che sarà anche quello di domani: ovviamente gli Stati Uniti.

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