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Le terre rare oltre il petrolio

il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar con il collega cinese Wang Yi (afp)

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Nella prima sera di Pesach, la Pasqua ebraica, milioni di famiglie israeliane hanno celebrato la tradizionale cena del “Seder” sotto una pioggia di allarmi per i missili lanciati dall’Iran mentre la discussione a tavola è stata spesso sul bivio di Donald Trump fra il cessate il fuoco e l’escalation militare con la Repubblica Islamica. Se l’accelerazione bellica può significare l’arrivo dei marines sull’isola di Kharg nel Golfo, lo scenario del negoziato passa dal Pakistan portando con sé uno dei tasselli più strategici e meno noti di questo conflitto: la presenza in Iran di significative quantità delle molto ambite terre rare.

È il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, il protagonista del tentativo di trovare un accordo Washington-Teheran e per riuscirci ha redatto con il collega cinese Wang Yi un piano in cinque punti che sovrappone fine delle operazioni militari e inizio della cooperazione economica. Ed è qui che spuntano le terre rare perché l’Iran non ha solo riserve petroli…

Nella prima sera di Pesach, la Pasqua ebraica, milioni di famiglie israeliane hanno celebrato la tradizionale cena del “Seder” sotto una pioggia di allarmi per i missili lanciati dall’Iran mentre la discussione a tavola è stata spesso sul bivio di Donald Trump fra il cessate il fuoco e l’escalation militare con la Repubblica Islamica. Se l’accelerazione bellica può significare l’arrivo dei marines sull’isola di Kharg nel Golfo, lo scenario del negoziato passa dal Pakistan portando con sé uno dei tasselli più strategici e meno noti di questo conflitto: la presenza in Iran di significative quantità delle molto ambite terre rare.

È il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, il protagonista del tentativo di trovare un accordo Washington-Teheran e per riuscirci ha redatto con il collega cinese Wang Yi un piano in cinque punti che sovrappone fine delle operazioni militari e inizio della cooperazione economica. Ed è qui che spuntano le terre rare perché l’Iran non ha solo riserve petrolifere stimate in 157 miliardi di barili — il 9-10 per cento del totale mondiale — ma ha anche il 7 per cento dei minerali cruciali per l’hi-tech, concentrati fra Yazd, Bafq e Saghand.

Se il greggio iraniano va in gran parte verso Cina, India ed Europa e gli Stati Uniti non ne hanno bisogno, sul fronte delle terre rare l’interesse di Washington invece è indubbio. Per il semplice motivo che i 17 minerali cruciali per la produzione di nuove tecnologie sono oggi in gran parte sotto il controllo della Cina — sul proprio territorio ma anche in molti paesi africani — mentre gli Stati Uniti sono impegnati in una difficile rincorsa ai restanti giacimenti. Non a caso il tema delle terre rare è comparso nell’agenda della Casa Bianca in occasione del tentativo di impossessarsi della Groenlandia — che ne ha in misura significativa nel sottosuolo — e ora torna sul fronte dell’Iran per il semplice motivo XX che, anche qui, si tratta di risorse in gran parte inesplorate perché Teheran non possiede le tecnologie necessarie per estrarle come non ha neanche accesso — a causa delle sanzioni — alle catene di distribuzione internazionali per esportarle.

L’Iran è dunque una potenza mineraria incompiuta perché possiede una delle più ampie basi minerarie — tra 37 e 60 miliardi di tonnellate di risorse accertate — ma la sua presenza sul mercato è molto limitata. Nelle regioni di Yazd, Bafq e Saghand, nell’Iran centrale, le terre rare sono associate a depositi di fosfati, ferro-apatite e sabbie minerali con monazite. Non sono grandi giacimenti ma un sistema diffuso di mineralizzazioni. Uno dei pochi dati accertati riguarda il sito di Saghand, che contiene circa 500 mila tonnellate di ossidi di terre rare con una concentrazione media dello 0,5%. A questo si aggiunge una rete di 30-40 depositi principali e numerose anomalie geologiche. Tale struttura ha due conseguenze: aumenta il potenziale complessivo ma rende più complessa la trasformazione industriale. Le terre rare iraniane sono, inoltre, prevalentemente leggere, fondamentali per molte industrie ma meno strategiche rispetto a quelle pesanti.

In particolare, secondo studi iraniani di cui Washington è a conoscenza, il cuore dei giacimenti si trova nella regione di Yazd ovvero dove i Guardiani della rivoluzione hanno scavato dentro una montagna per costruire l’impianto balistico sotterraneo da dove fanno partire contro Israele e i Paesi del Golfo i missili a lungo raggio con le testate più pesanti. Secondo alcune fonti anche i vettori Khorramshar-4 lanciati contro l’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano sarebbero partiti dalle viscere di Yazd dove i bunker più protetti del programma balistico convivono con il tesoro inesplorato di terre rare. Da qui alla mediazione pakistana il passo è breve perché Islamabad è legata a doppio filo a Pechino — dalle forniture militari alla cooperazione di intelligence fino alle infrastrutture della Nuova Via della Seta — e Xi Jinping ha interesse a diventare parte della composizione della guerra nel Golfo nella cornice del più ampio negoziato strategico con Donald Trump che vedrà i due leader incontrarsi a metà maggio. Sulle terre rare Trump e Xi hanno prima duellato, fino alla minaccia cinese di bloccarne l’export negli Usa, ma poi sono diventate un tassello del compromesso sui dazi per il semplice motivo che Washington ha ancora la leadership della costruzione dei microchip — per i quali le terre rare sono necessarie — grazie ai giganti dell’hi-tech in California e al legame privilegiato con Taiwan. Insomma, se durante il primo anno di presidenza Trump le terre rare sono state il maggior tema di negoziato fra Washington e Pechino, adesso il possibile scenario di un cessate il fuoco in Iran vede tornare alla ribalta le stesse materie prime nella cornice di una trattativa che ha due dimensioni sovrapposte: regionale Usa-Iran e globale Usa-Cina. Perché Washington e Pechino, acerrime rivali su più fronti strategici, hanno in realtà anche il comune interesse a trovare un nuovo equilibrio globale. Tutto ciò spiega come la sorte di ciò che resta del regime degli ayatollah è destinata ad avere un impatto che va ben oltre lo stretto di Hormuz.

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