Meloni e la sfida europea
di Ezio MauroPrigioniera della gabbia costruita con le sue contraddizioni, messe a nudo e ingigantite dalla sconfitta nella battaglia del referendum, Giorgia Meloni sta evidentemente cercando una chiave per uscire dalla crisi, liberarsi e ritrovare quel mix di energia, leadership, protagonismo e spregiudicatezza che le aveva consentito di stabilire un contatto con il Paese, in sintonia più con la sua figura che con la sua politica.
Oggi la sua politica ha catturato la sua figura soffocandola, come dimostra clamorosamente la campagna elettorale referendaria, scomposta, violenta, esasperata e comunque ambigua, con quel profilo riformatore che camuffava una sostanza ideologica, nel vero obiettivo di ridefinire la gerarchia dei poteri dello Stato a vantaggio dell’esecutivo. Gli elettori hanno capito che si stava configurando un abuso di potere che avrebbe alterato gli equilibri istituzionali, e hanno detto no. La contesa, e la ferita, riguardano dunque il potere, e nient’altro. Ecco perché tutte le m…
Prigioniera della gabbia costruita con le sue contraddizioni, messe a nudo e ingigantite dalla sconfitta nella battaglia del referendum, Giorgia Meloni sta evidentemente cercando una chiave per uscire dalla crisi, liberarsi e ritrovare quel mix di energia, leadership, protagonismo e spregiudicatezza che le aveva consentito di stabilire un contatto con il Paese, in sintonia più con la sua figura che con la sua politica.
Oggi la sua politica ha catturato la sua figura soffocandola, come dimostra clamorosamente la campagna elettorale referendaria, scomposta, violenta, esasperata e comunque ambigua, con quel profilo riformatore che camuffava una sostanza ideologica, nel vero obiettivo di ridefinire la gerarchia dei poteri dello Stato a vantaggio dell’esecutivo. Gli elettori hanno capito che si stava configurando un abuso di potere che avrebbe alterato gli equilibri istituzionali, e hanno detto no. La contesa, e la ferita, riguardano dunque il potere, e nient’altro. Ecco perché tutte le mosse della premier dopo il risultato elettorale sono un tentativo di restauro della leadership, per recuperare lo scettro caduto di mano, anche se non ancora perduto.
Il problema è che questa preoccupazione è talmente manifesta che sovrasta le scelte e confonde gli obiettivi. È come se la sconfitta avesse lasciato un batticuore che agita la presidente del Consiglio, inseguita da quell’ombra di cui non riesce a liberarsi e che le detta le decisioni da prendere, il ritmo dell’ansia, la fretta di battere un colpo. Con il risultato di trasmettere un senso di affanno, di impulso, di agitazione che produce inevitabilmente gesti più che atti politici.
L’importante è che dal Palazzo dopo il voto arrivi un chiaro segno di comando, per testimoniare che la leadership è intatta, è insediata, mantiene il pieno esercizio del potere, anzi è più decisa di prima, meno indulgente, addirittura implacabile: chi sbaglia paga. Senza accorgersi che questo cambio radicale di registro scopre un bisogno di catarsi dopo la sconfitta che ne rivela tutto il peso e la portata, l’ansia di un inventario degli errori, l’emergenza di una ricerca delle colpe, ma a spese degli altri.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’esercito è scompaginato, la falange si interroga inquieta sulla sua vulnerabilità, la sicurezza si è incrinata insieme con la solidarietà, le défaillance si allargano come per contagio, e alla fine il corpo mistico della destra non è più tutt’uno, perché la crisi erode, differenzia, divide. Ed è solo l’inizio.
Ma in realtà siamo ai fuochi artificiali, dove non brucia davvero nulla: dopo il botto, e la luminaria che fa spettacolo, resta solo la cenere. La premier non ha ancora trovato la chiave per uscire dal labirinto dove è finita, e la sta cercando. Il suo forte istinto politico le suggerisce che deve muoversi per uscire dall’angolo con una mossa coraggiosa, ma le fa anche capire che il patibolo innalzato in fretta e furia nel cortile di palazzo Chigi non può essere il simbolo nazionale di una rottura politica, un cambiamento strategico e un nuovo inizio.
La ghigliottina non ha lasciato il segno: salvo che per i proprietari delle teste tagliate, s’intende. Ma è davvero qui che si può ritrovare lo slancio perduto, rilanciare la squadra di governo, dare una missione alla destra, proporre un nuovo traguardo al Paese? Certamente Meloni si rende conto che il piccolo cabotaggio basta per galleggiare, ma al costo di consumarsi ogni giorno di più.
La verità è a portata di mano, talmente evidente da essere ineludibile: è in Europa che si può e si deve giocare la partita decisiva, una partita che serve all’Unione, serve all’Occidente, e soprattutto serve al nostro Paese. Molto semplicemente è il nuovo disordine mondiale a imporre questa scelta che è la necessità del momento.
Nel venir meno di ogni regola c’è bisogno che il deposito di storia europea, con la sua civiltà democratica del diritto e dei diritti, si traduca in politica corrente, in soggettività, in protagonismo, in presenza. L’Europa ha bisogno di una nuova legittimazione, di un nuovo assetto che superi e risolva la frammentazione interna in un mondo che si sta riorganizzando per blocchi, potenze, imperi: vincendo la maledizione che l’ha trasformata in un gigante regolatorio e in un nano politico.
E l’Italia, che è un Paese fondatore della Ue, è in attesa di una politica che le consenta di fare la sua parte a Bruxelles e a Strasburgo, aspetta di avere un ruolo, è pronta a ritrovare una missione nello spirito di Ventotene. Al governo, alla destra e a Giorgia Meloni la crisi presenta una grande occasione: trasformare una difficoltà interna in una leva continentale, non limitandosi a difendersi da una sconfitta, ma usandola per cambiare scala.
Sappiamo tutti che la vicenda storica della destra va in un’altra direzione, scettica o addirittura contraria all’Europa. Ma la storia ha fatto un giro, e se le difficoltà oggi si presentano come opportunità, anche le opposizioni possono cogliere le occasioni. Non si chiede alla destra di fare la politica della sinistra, sarebbe insensato prima ancora che innaturale: qui si tratta piuttosto di fare gli interessi dell’Italia, facendola diventare protagonista con altri Paesi volenterosi di un vero e proprio salto politico di qualità.
E probabilmente — ma non tocca a me dirlo — anche di fare gli interessi di una destra moderna, che ha capito arrivando a palazzo Chigi come la dimensione attuale delle crisi (dalla grande recessione alla pandemia, alla disaffezione dal voto, alla trasformazione del lavoro, alle guerre, allo scarto dovuto all’accelerazione tecnologica) imponga l’uso della leva lunga europea, perché la sola politica nazionale è inadeguata. Tutto spinge in questa direzione, anche lo spirito della fase: perché è evidente che il ciclo politico nazionale si va restringendo, mentre quello europeo si sta riaprendo in forme nuove, anche se ancora instabili.
Non c’è bisogno di abiure. Ciò che è necessario oggi è il superamento da un lato dell’europeismo passivo, un’adesione senza iniziativa, e dall’altro del sovranismo ideologico, un’opposizione senza inventiva. Per questa strada si può realizzare un forte consenso intorno a una politica ritrovata, capace davvero di costruire il futuro.
Non c’è tempo da perdere: bisogna avere il coraggio di lanciare una proposta di rifondazione politica, strategica e inevitabilmente istituzionale, per costruire una vera politica estera, una difesa condivisa, una politica degli Interni che trasformi l’immigrazione in un problema comune da fronteggiare con una responsabilità collettiva, per arrivare infine a superare l’ostacolo dell’unanimità che imbriglia il meccanismo decisionale europeo, depotenziando il ruolo politico dell’Unione.
La destra ha l’occasione di partecipare a un processo costituente, dando al Paese l’occasione di giocare un ruolo di primo piano sullo scenario europeo, oggi povero di leadership, mantenendo un forte legame con l’America ma opponendosi al disordine creato da Trump.
Ma per farlo serve il coraggio di superare il limite ideologico autoimposto, che impedisce alla destra di capire come il concetto di Occidente non si sostanzi in un’alleanza militare (che è un semplice strumento) ma in un patto di ideali e valori tra Europa e America, che ha alla base la democrazia, il diritto, i diritti e la libertà.
Questa è la vera scelta patriottica che serve all’Italia, tutto il resto è politica mediocre. Perché quando il consenso si incrina non basta inseguirlo, bisogna cambiare il terreno di gioco: altrimenti, inevitabilmente, si cambiano i giocatori.