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Una campagna radicale e i suoi ultimi fuochi

Doha, 4 aprile: la premier Giorgia Meloni con l'emiro del Qatar Al-Thani 

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Sta prendendo forma una minaccia mai così grande al livello di vita dei paesi europei
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Nel momento in cui queste pagine di Repubblica vanno in stampa non è ancora chiaro come ci sveglieremo. Se l’ultimo avviso del volubile Donald Trump ha un senso, l’Iran potrebbe essere sottoposto a un bombardamento a tappeto tale da «cancellare un’intera civiltà», come ha detto il comandante in capo. Non si sa se l’intenzione sia quella di spargere il terrore per indurre Teheran a piegarsi nell’ultimo secondo utile, ovvero se Trump alzi la voce per il timore di non essere credibile.

In ogni caso il presidente degli Stati Uniti, con il suo animo da giocatore di poker, si sta prendendo delle straordinarie responsabilità. Se dà seguito alle sue parole e supera il punto di “non ritorno”, l’intero mondo occidentale dovrà misurare le conseguenze di un attacco devastante contro il paese degli ayatollah. Potrà essere risolutivo o potrebbe non esserlo, come molti analisti temono. In questo caso avremo gli Stati Uniti impegnati in una guerra di logoramento e l’intero mondo occidentale costrett…

Nel momento in cui queste pagine di Repubblica vanno in stampa non è ancora chiaro come ci sveglieremo. Se l’ultimo avviso del volubile Donald Trump ha un senso, l’Iran potrebbe essere sottoposto a un bombardamento a tappeto tale da «cancellare un’intera civiltà», come ha detto il comandante in capo. Non si sa se l’intenzione sia quella di spargere il terrore per indurre Teheran a piegarsi nell’ultimo secondo utile, ovvero se Trump alzi la voce per il timore di non essere credibile.

In ogni caso il presidente degli Stati Uniti, con il suo animo da giocatore di poker, si sta prendendo delle straordinarie responsabilità. Se dà seguito alle sue parole e supera il punto di “non ritorno”, l’intero mondo occidentale dovrà misurare le conseguenze di un attacco devastante contro il paese degli ayatollah. Potrà essere risolutivo o potrebbe non esserlo, come molti analisti temono. In questo caso avremo gli Stati Uniti impegnati in una guerra di logoramento e l’intero mondo occidentale costretto a riconsiderare le priorità della vita collettiva.

Dire “non è la mia guerra”, come già oggi fanno alcune capitali europee sulla scia dello spagnolo Pedro Sánchez, è comprensibile sul piano umano ma piuttosto miope sul terreno politico. Purtroppo la guerra in Iran è diventata un conflitto che in un modo o nell’altro tende a coinvolgere entrambe le sponde dell’Atlantico.

Lo stesso vale per la guerra in Ucraina: nonostante i “distinguo” di Trump ormai non si tratta di uno scontro che interessa solo gli europei e lascia indifferenti gli Stati Uniti, come vorrebbero i campioni dell’universo Maga. Che peraltro hanno quasi rotto i rapporti con il loro ex idolo Donald, considerato in un certo senso alla stregua di un traditore della causa.

Vedremo gli sviluppi. Quel che è certo, il presidente ha solo una carta vincente da giocare: imporre a Teheran di accettare la disfatta — e con essa un autentico cambio di regime — nonché avviare una stagione di collaborazione con americani ed europei: nel campo dell’energia, in primo luogo, per ricavare il massimo dalla riapertura di Hormuz, e dalla fine del programma nucleare. Qualunque altro esito equivarrebbe a uno smacco per gli Stati Uniti, con conseguenze drammatiche sugli equilibri internazionali per molti decenni a seguire.

Ne deriva che gli avvenimenti in Iran e nel Golfo Persico avranno ricadute anche in Italia. L’emergenza è già in atto, per quanto le misure in via di adozione non siano finora tali da aumentare il senso di paura nell’opinione pubblica. Il che senza dubbio è un bene. Ma per quanto tempo la realtà potrà essere edulcorata? Dipende ancora una volta dal famoso Stretto: da quanto rimarrà chiuso in assenza di alternative.

È vero peraltro che sta prendendo forma uno scenario senza precedenti. Non è il covid, ma è un conflitto sui rifornimenti energetici a minacciare il livello di vita dei paesi europei. In teoria la risposta della politica, a Roma come altrove, dovrebbe essere nel segno dell’unità nazionale.

Non per invocare un irrealistico governo di solidarietà aperto alle forze di maggioranza e di opposizione. O tanto meno per augurarsi un esecutivo “tecnico” formato da un gruppo di ottimati di cui non si vede traccia. Quanto per respirare un sentimento di unità nelle scelte parlamentari di fondo.

Nessuno dovrebbe immaginare di ricavare un profitto elettorale dalla crisi; nessuno dovrebbe rifugiarsi nei consueti sotterfugi della polemica quotidiana di fronte a un momento eccezionale. Purtroppo non sembra che un simile riflesso morale prima che politico abbia probabilità di realizzarsi a breve.

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