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L’onda lunga del referendum

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Ancora una volta la maggioranza e l’opposizione sono disposte una contro l’altra: una prosecuzione della campagna destinata a durare per il residuo della legislatura
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Lo scarno dibattito in Parlamento ha detto poco agli italiani, salvo una cosa: il referendum sulla magistratura è finito solo in apparenza, in realtà i suoi riflessi continuano e così sarà per un tempo indefinito. Non si è concluso, quel referendum, per la premier Meloni che ha voluto adombrare di nuovo il tema della riforma della magistratura, addirittura tendendo la mano all’opposizione. Troppo poco e troppo tardi, verrebbe da dire.

Dopo la vittoria del No il 23 marzo non è pensabile che il tavolo di qualsiasi riforma nel campo della giustizia si riapra in questa legislatura. Il centrodestra ha avuto modo di pensarci prima, quando si trattava di varare il testo costituzionale Nordio, e forse avrebbe potuto coinvolgere in qualche misura l’opposizione o una parte di essa. Magari non si sarebbe ottenuto nulla, ma almeno avremmo evitato il passaggio un po’ malinconico alla Camera.

Nemmeno per il centrosinistra il referendum è terminato perché l’argomento più forte rivendicato da Elly S…

Lo scarno dibattito in Parlamento ha detto poco agli italiani, salvo una cosa: il referendum sulla magistratura è finito solo in apparenza, in realtà i suoi riflessi continuano e così sarà per un tempo indefinito. Non si è concluso, quel referendum, per la premier Meloni che ha voluto adombrare di nuovo il tema della riforma della magistratura, addirittura tendendo la mano all’opposizione. Troppo poco e troppo tardi, verrebbe da dire.

Dopo la vittoria del No il 23 marzo non è pensabile che il tavolo di qualsiasi riforma nel campo della giustizia si riapra in questa legislatura. Il centrodestra ha avuto modo di pensarci prima, quando si trattava di varare il testo costituzionale Nordio, e forse avrebbe potuto coinvolgere in qualche misura l’opposizione o una parte di essa. Magari non si sarebbe ottenuto nulla, ma almeno avremmo evitato il passaggio un po’ malinconico alla Camera.

Nemmeno per il centrosinistra il referendum è terminato perché l’argomento più forte rivendicato da Elly Schlein e Conte è stato il richiamo ai quindici milioni di voti che hanno difeso la Costituzione. Quindi ancora una volta due schieramenti disposti uno contro l’altro: una prosecuzione della campagna destinata a durare per il residuo della legislatura.

La presidente del Consiglio ha messo in chiaro che «io non scappo» davanti ai problemi. Frase orgogliosa e senza dubbio autentica, conseguenza dell’accusa invero poco generosa che le fu scagliata contro giorni fa, in occasione del rapido viaggio in Arabia e negli Emirati per affrontare le questioni energetiche. Tuttavia la discussione è stata nel complesso un’occasione persa. Si poteva dire e fare molto di più.

La premier ha garantito la sua dedizione al paese di fronte a situazioni drammatiche che la guerra ha inasprito in forme senza precedenti. Ma ha detto poco rispetto a ciò che intende fare nell’ultimo anno del mandato. Anche volendo mettere da parte la disputa ormai scaduta sulla magistratura, abbiamo capito che la prudenza sarà per lei il motivo conduttore dei prossimi mesi.

Andare avanti con maggiore determinazione, è il senso del discorso, puntando più che mai sul carisma personale della presidente del Consiglio, per quanto offuscato dal referendum che ancora incombe. E se la situazione precipita, non si esclude come estremo atto di aprire la valvola del Patto di stabilità, tuttavia come gesto concordato con i maggiori paesi europei. Il centrosinistra ha avuto gioco facile eppure anch’esso avrebbe potuto dire qualcosa di più.

Elly Schlein è stata più efficace del solito e ha segnato un punto nel lungo duello con il rivale Conte. Brillante lo slogan, tipico di una forza d’opposizione: «Potevate cambiare tutto, non avete cambiato niente». Al dunque il centrosinistra ripropone la battaglia per il salario minimo, ma la sua visione del paese rimane da definire. Per cui l’intervento più concreto sui singoli temi e sulla stagnazione economica, il più utile a un confronto in tempi d’emergenza, rimane quello di Carlo Calenda. Sfortunatamente questo confronto tra maggioranza e opposizione è tutto di là da venire.

Resta la politica estera, il terreno più idoneo per una curvatura retorica. Giorgia Meloni è in logica difficoltà di fronte a una guerra che divide l’Unione dagli Stati Uniti. Si è sforzata di marcare il dissenso con Trump e di accentuare le critiche a Netanyahu, senza perdere il contatto con le cancellerie europee.

L’opposizione, che pure è divisa su vari punti, a cominciare dall’invasione russa dell’Ucraina, non ha le remore del governo. Può fare sua la linea dello spagnolo Sánchez e martellare l’esecutivo di qui a qualche mese. Specie se le armi in Iran dovessero di nuovo sparare e lo Stretto rimanere quasi inagibile.

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