✕

Come si arriva allo scontro di civiltà

Giorgia Meloni con Donald Trump 

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

Promette l’età dell’oro al suo popolo; minaccia l’età della pietra per i suoi nemici; trascina nell’età del ferro e del fuoco tutto il resto del mondo. Questo è il perimetro iperbolico in cui si muove Donald Trump, l’orizzonte culturale che ha disegnato, il compito che assegna alla politica trasformata in missione. Sono categorie fantasiose, epiche e immaginifiche, in realtà primitive. Si cammina dentro la mitologia del contemporaneo, convincendo il popolo che sta partecipando a una grande avventura annunciata in suo nome ma che si riassume, si realizza e si giustifica nella figura del leader e nella sua guida. Occorre dunque qualcosa di più di un voto elettorale, di una maggioranza al Congresso, di un tweet di consenso, cioè degli strumenti tradizionali dello scambio politico: serve un’adesione ideologica, la consegna di sé al carisma della leadership, per seguirla fino a quel punto estremo che riemerge dal passato, dove si gioca lo scontro di civiltà.

Promette l’età dell’oro al suo popolo; minaccia l’età della pietra per i suoi nemici; trascina nell’età del ferro e del fuoco tutto il resto del mondo. Questo è il perimetro iperbolico in cui si muove Donald Trump, l’orizzonte culturale che ha disegnato, il compito che assegna alla politica trasformata in missione. Sono categorie fantasiose, epiche e immaginifiche, in realtà primitive. Si cammina dentro la mitologia del contemporaneo, convincendo il popolo che sta partecipando a una grande avventura annunciata in suo nome ma che si riassume, si realizza e si giustifica nella figura del leader e nella sua guida. Occorre dunque qualcosa di più di un voto elettorale, di una maggioranza al Congresso, di un tweet di consenso, cioè degli strumenti tradizionali dello scambio politico: serve un’adesione ideologica, la consegna di sé al carisma della leadership, per seguirla fino a quel punto estremo che riemerge dal passato, dove si gioca lo scontro di civiltà.

Tutto è dilatato, esasperato, e soprattutto definitivo, come il compimento di un destino: perché il mondo sopravviveva, anonimo e ordinario nello spazio quotidiano tra la fatica e la meraviglia, incapace di risolversi finché è arrivato il demiurgo, ha invertito il corso della vicenda umana e l’ha portata al suo esito, purificando la storia. Oggi tutto è nitido: l’operazione è ancora in corso, ma già sono cadute tutte le sovrastrutture che il secolo democratico aveva costruito per proteggere la libertà dei cittadini, custodirla e garantirla nel passaggio delle generazioni e delle ere politiche. Quelle tutele, ci viene rivelato, col loro meccanismo combinatorio di controlli, autorizzazioni, bilanciamenti di potere, erano dei freni impropri, dei limiti abusivi al momento supremo del processo politico, quando la leadership si trasforma in potere, e il governo in sovranità. Una politica mediocre produceva una quota di potestà limitata e una qualità di autorità scadente, dunque condizionabile, negoziabile, compromissoria. Il grande inganno in cui abbiamo vissuto, ci viene spiegato, chiamava democrazia questa riduzione al minimo del potere sovrano, imbrigliandolo nel culto dell’equilibrio istituzionale. Caduti i veli, rotti i freni, noi possiamo assistere adesso all’alba del nuovo ordine, che spezza quegli equilibri, instaura la gerarchia, impone la supremazia: e pazienza se nel passaggio intanto il governo del mondo (certamente mediocre, ma comunque rassicurante) si è mutato in caos.

Il fatto è che nel momento in cui si spoglia di tutti quegli elementi di garanzia democratica (come la coscienza del limite, il rispetto delle regole, il riconoscimento delle altre autorità concorrenti legittime) per mostrarsi finalmente nudo e autentico nella sua vera essenza-potenza, il potere assume sempre più i connotati del comando, si autonomizza tendendo al dominio, fuoriesce naturalmente dai confini costituzionali sovraordinandosi, perché diventa l’unica misura di se stesso e insieme la vera fonte che rinnova la sua legittimità, perpetuandola. È il punto in cui il potere coincide con la forza, anzi si esprime con la forza, che diventa la sua forma, divorando la politica. Potremmo dire che la tensione perenne tra il potere come responsabilità e la potenza come autorità si risolve infine consegnando al leader tutta la potestà e insieme anche il diritto supremo di fissare il limite all’esercizio di questa potestà. La sovranità disarmata e continuamente bilanciata della democrazia è un relitto del passato, gettata nel cestino europeo degli utensili arrugginiti del Novecento: la forza del potere risplende e risuona egemone, mentre riordina il mondo e disciplina la storia.

La forza ha bisogno del nemico per esprimersi. Ma non usando più il filtro morale della politica, in questa nuova età post-democratica il nemico non viene selezionato sulla base dei valori, ma degli interessi. Non è più la democrazia il discrimine e il criterio, ma il petrolio. La guerra diventa semplicemente un mezzo attraverso cui la forza raggiunge i suoi obiettivi, la pace non è un ideale ma una carta negoziale. Ciò che serve sostituisce ciò che vale, non ci sono più valori assoluti perché ormai non servono gli universali per guidare il cammino e illuminare la strada. È finita la norma, è saltato il codice, è scomparsa la regola: perché a questo punto non dovrebbe cambiare la geografia, visto che si sta trasformando la storia? La forza che per definizione è potente ma cieca, dopo aver creato il nuovo disordine mondiale non sembra capace di riordinarlo, distrugge ma non ricostruisce. I nuovi imperatori signoreggiano sul caos: contemplando lo spettacolo, Trump lo ha battezzato come il più potente reset della storia, auto-assegnandosi il compito di ridisegnare il pianeta, quasi una nuova creazione del mondo. Si capisce che una missione così epocale abbia bisogno di arruolare Dio, naturalmente in posizione subordinata al comandante in capo: deve soltanto conferire all’impresa una cornice di sacralità, come un cappellano militare che benedice le bombe.

La radicalità ideologica cambia anche la natura della guerra: non si combatte per guadagnare posizioni, ma per decidere chi ha il diritto a restare nella storia e chi deve esserne espulso. E l’Occidente che aveva affidato la propria legittimazione all’universalismo dei diritti e al rispetto del diritto internazionale, si realizza nell’opposto, diventando il titolare dell’esclusione altrui, l’arbitro incontrastato della distinzione tra chi può continuare a vivere dentro il perimetro della civiltà e chi è escluso e respinto nella zona oscura priva di diritti. È il rovesciamento di Huntington, che profetizzava lo scontro di civiltà come esito di differenze inconciliabili, mentre oggi assistiamo alla pretesa di una civiltà di degradare, escludere e infine cancellare l’altra.

La vera distruzione in corso è quella del “mondo comune che sta tra gli uomini”. Questa prova di inciviltà portata avanti in nome di una presunta civiltà superiore che crede nella divisione primordiale tra oro e pietra, è contro la leggenda di sé stessa che l’America ha sempre raccontato al mondo, contro il concetto di Occidente che fonda la libertà sulla democrazia, contro la costruzione dell’Europa come terra del diritto e dei diritti, contro la storia italiana degli ultimi ottant’anni. Ma proprio il nostro Paese nasconde un’incognita per il destino nazionale, europeo e occidentale: quale modello di civiltà sceglie Giorgia Meloni?

Leggi i commenti