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Primarie o no, la sinistra non si perda

Silvia Salis ed Elly Schlein (ansa)

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Non so voi, ma a me la prospettiva di passare un anno a discutere se il centrosinistra debba fare o no le primarie sembra una catastrofe. Sento i primi squilli di tromba (interviste, autocandidature, consigli non richiesti) e mi vorrei ibernare, risvegliarmi quando avranno finito. Tra l’altro, avendo un’età e un’antica consuetudine coi protagonisti del dibattito che sì, sono sempre gli stessi, mi sconforta sapere già da prima cosa diranno. Cioè, intendo: uno leggerebbe o ascolterebbe più volentieri un ragionamento sorprendente, un argomento insolito che possa istillare un dubbio, un pensiero, ma no. Sai perfettamente chi dirà cosa, difatti lo fa. Un anno così porterà il centrosinistra al suicidio politico, i suoi elettori allo sfinimento. Meglio sarebbe non fare niente, stare fermi, dedicarsi alle arti, alle relazioni, allo studio dei classici. Viaggiare. Concentrarsi sul fatto che con la destra indebolita (sempre che non si riprenda, non sai mai) forse varrebbe la pena capitalizzare …

Non so voi, ma a me la prospettiva di passare un anno a discutere se il centrosinistra debba fare o no le primarie sembra una catastrofe. Sento i primi squilli di tromba (interviste, autocandidature, consigli non richiesti) e mi vorrei ibernare, risvegliarmi quando avranno finito. Tra l’altro, avendo un’età e un’antica consuetudine coi protagonisti del dibattito che sì, sono sempre gli stessi, mi sconforta sapere già da prima cosa diranno. Cioè, intendo: uno leggerebbe o ascolterebbe più volentieri un ragionamento sorprendente, un argomento insolito che possa istillare un dubbio, un pensiero, ma no. Sai perfettamente chi dirà cosa, difatti lo fa. Un anno così porterà il centrosinistra al suicidio politico, i suoi elettori allo sfinimento. Meglio sarebbe non fare niente, stare fermi, dedicarsi alle arti, alle relazioni, allo studio dei classici. Viaggiare. Concentrarsi sul fatto che con la destra indebolita (sempre che non si riprenda, non sai mai) forse varrebbe la pena capitalizzare la sconfitta di questo governo al referendum, le sue imbarazzanti e nefaste amicizie internazionali, la sua inerzia di progetto, la balbuziente mediocrità della classe dirigente e fare uno sforzo non autolesionista. Mettersi d’accordo prima, partire già intesi e non arrivare alla meta stremati, contusi, feriti e reciprocamente colmi di rancore. Lo dicono in tanti. Le benemerite primarie in passato così foriere di sorprese democratiche — Elly Schlein non sarebbe segretaria del Pd se non avesse vinto le primarie contro Stefano Bonaccini, il favorito indicato dal partito — oggi forse non sono consigliabili: per motivi strategici, non per ragioni di principio. Perché il quadro generale indica, sul campo, la necessità di una risposta efficace in condizioni mutate rispetto a tre anni fa. Se cambia la scena te ne devi accorgere, devi adeguarti e velocemente rispondere. Ho sentito persino Manuel Agnelli, artista molto amato, fare un discorso convincente, su questo. Dico “persino” perché Agnelli non è solito fare comizi, non è un quadro né un militante di partito. Parlava da cittadino dotato di passioni e spiegava cosa gli parrebbe sensato, cosa preferirebbe veder succedere: non una guerra fra potenziali alleati ma un accordo, fin d’ora, con l’obiettivo di andare a governare. Lo dice Silvia Salis, sindaca di Genova, che sabato sera ha trasformato il centro storico della sua città nello scenario di un colossale rave, la regina della musica techno Charlotte de Witte alla consolle e diecimila persone in piazza, giovani in estasi. Non può sfuggire a nessuno che un rave organizzato dal Comune, la sindaca che balla, è una ironica e intelligente sfida a Giorgia Meloni che tra i primi provvedimenti del suo governo indicò questa come emergenza sociale: la piaga dei rave. Ma su Silvia Salis torniamo.

Le primarie le vuole chi pensa di vincerle. Nessuno reclama una gara che prevede di perdere. Le vuole Giuseppe Conte, che è stato di nuovo il più svelto. Le vuole perché è sicuro di vincere, dal momento che. Primo: ha già governato, conosce il mestiere, è percepito come persona affidabile. Secondo. Ha una fanbase, come dicono gli influencer, granitica e di incondizionata adesione al leader. Tutti i grillini sono gente social, il Movimento è nato sulle piattaforme digitali, la famosa democrazia del web: sono cresciuti nel “con noi o contro di noi”, sono in genere poco inclini ad alleanze a meno che non convengano a loro, non all’alleanza. Hanno in odio la cosiddetta “casta” della politica, per quanto nel tempo lo siano a loro volta diventati — correnti e manuale Cencelli delle poltrone compresi — ma non c’è nessuno tra loro, naturalmente, disposto ad ammetterlo. È un uomo, metti caso che ci sia nel paese una sparuta minoranza maschilista e retrograda che pensa che le donne sono volubili, isteriche e inadatte al comando. Ha anche vagheggiato, vagheggia di creare un partito (o un club, un collettivo, una chat di gruppo, o Ugo se non volete chiamarlo partito) con un nuovo nome così che all’improvviso diventi nuovo tutto, lui compreso, nuovo e talmente attraente da convincere gli elettori e persino alcuni fra i quadri del Pd di transumare. Non un atteggiamento cordiale, in partenza, verso i potenziali alleati.

Elly Schlein non può che acconsentire, alle primarie, essendone figlia. Ha vinto ai gazebo, ricordavamo, e come potrebbe adesso dire no. Tuttavia è un rischio enorme. Non può non farle e non può permettersi di perderle, ma vai a sapere come si disporranno i suoi stessi colleghi di partito. Il nemico interno. Il Pd è campione mondiale nella specialità di vincere le primarie e perdere le elezioni per la ragione che chi perde le primarie poi non vota, per ripicca, chi le ha vinte: lo manda a perdere contro l’avversario e festeggia pure. Gli altri candidati finora emersi sono bravissime persone, anche molto dotate, ma sono associati, nelle prime due righe dalla bio, chi alle tasse da pagare, chi a una sconfitta, chi a una sobrietà accademica che è stata anche di Prodi, certo, ma senza avere di Prodi quell’arguzia e quell’uso di mondo, politico. Candidati a perdere. La corsa sarebbe fra Schlein e Conte, ed ecco che tornano ad affacciarsi gli eterni king maker. Il più andreottiano dei democratici, Franceschini, il più craxiano, Renzi. Sono sempre lì in cabina di regia, sempre lì a dire cosa conviene, a fondare associazioni, disegnare strategie. Silvia Salis sarebbe più tranquilla senza l’ombra dei due che ora le suggeriscono di correre, nella gara a reciproca esclusione, sebbene lei non voglia. D’altra parte. Pretendere di essere scelti per acclamazione dicono che nasconda una nuance di tracotanza. È vero. Dicono che risponda al detestato principio per cui il leader conta più della coalizione e del programma, vero anche questo. Sempre però che la coalizione non sia una congerie di persone che si vorrebbero morte a vicenda e che i programmi non constino di millecinquecento pagine incomprensibili. Dieci cose, devi dire. Semplici, che non è facile perché la semplicità richiede un viaggio di andata e ritorno nella complessità: dopo averla molto frequentata devi anche uscirne. Infine, ultima obiezione. Sarebbe uno spreco di talenti, la gara a esclusione. Si potrebbe perdere per strada qualche figura eccellente. Vero anche questo. Ma solo chi ha talento può sprecarlo, e questo limita i rischi. Moltissimo.

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