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Dl sicurezza, l’immigrazione come questione morale

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È relativa all’identità della nazione, alla sua prosperità e al suo futuro. Tutte categorie che nella retorica dei sovranisti sono state piegate a una interpretazione regressiva. Ma che possono indicare, al contrario, una prospettiva di sviluppo e crescita
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Chissà se Daniluc Tiberi Un Mihai, rumeno di 49 anni, e Najahi Jaleleddine, tunisino di 41, sarebbero stati destinatari di un eventuale provvedimento di “remigrazione”? Non lo sapremo mai, perché il 10 aprile sono morti precipitando da una gru, mentre lavoravano alla ristrutturazione di un attico in un palazzo di Palermo. È la stessa sorte toccata, in questi primi mesi del 2026, a oltre un centinaio di lavoratori e, tra essi, ad alcune decine di stranieri.

In particolare, i due morti di Palermo, così come tanti altri, vivevano e lavoravano in condizioni extra-legali. Non disponevano di un regolare contratto e la ditta da cui dipendevano non risultava in alcun modo registrata. Palesemente, dunque, presentavano uno dei requisiti che — secondo i promotori della remigrazione — motiverebbero il rimpatrio forzato nel paese di origine.

Infatti, frugando tra proclami e invettive dei sostenitori di quel programma di deportazione, si trova che esso va indirizzato contro «i clandestini, i crim…

Chissà se Daniluc Tiberi Un Mihai, rumeno di 49 anni, e Najahi Jaleleddine, tunisino di 41, sarebbero stati destinatari di un eventuale provvedimento di “remigrazione”? Non lo sapremo mai, perché il 10 aprile sono morti precipitando da una gru, mentre lavoravano alla ristrutturazione di un attico in un palazzo di Palermo. È la stessa sorte toccata, in questi primi mesi del 2026, a oltre un centinaio di lavoratori e, tra essi, ad alcune decine di stranieri.

In particolare, i due morti di Palermo, così come tanti altri, vivevano e lavoravano in condizioni extra-legali. Non disponevano di un regolare contratto e la ditta da cui dipendevano non risultava in alcun modo registrata. Palesemente, dunque, presentavano uno dei requisiti che — secondo i promotori della remigrazione — motiverebbero il rimpatrio forzato nel paese di origine.

Infatti, frugando tra proclami e invettive dei sostenitori di quel programma di deportazione, si trova che esso va indirizzato contro «i clandestini, i criminali e chi non si integra nel nostro paese». E chi è meno integrato del lavoratore in nero? Chi è più irregolare di colui che vive nelle pieghe oscure della società e negli spazi angusti della fatiscenza urbanistica?

Ma se tutti costoro venissero “remigrati” chi costruirebbe i palazzi di Palermo? Chi raccoglierebbe i pomodori del Piennolo del Vesuvio, le ciliegie di Vignola e le arance rosse di Siracusa? Chi mungerebbe il latte per produrre l’Asiago dop o il Puzzone di Moena? E non è solo, e nemmeno principalmente, un problema di natura economica e di tenuta del nostro sistema produttivo (in particolare nel settore metalmeccanico e in quello siderurgico); e neanche un ineludibile tema di natura demografica, che vede l’Italia già in pieno e inarrestabile declino.

Quella della immigrazione, oltre a tutto ciò che si è detto, è una fondamentale questione morale: relativa, cioè, all’identità della nazione, alla sua prosperità e al suo futuro. Tutte categorie che, nella retorica dei sovranisti e degli xenofobi, sono state piegate a una interpretazione regressiva e reazionaria (si pensi all’uso sciovinista del termine patria), ma che possono indicare — al contrario — una prospettiva di sviluppo, di crescita, di maturazione. Una simile prospettiva, per potersi realizzare, non può fare a meno del contributo determinante degli stranieri. E mi riferisco, lo ripeto, a un apporto di natura economica e demografica, ma anche sociale, culturale e, direi, spirituale.

Per questa ragione quanto è accaduto negli ultimi giorni va considerato con attenzione. La manifestazione di sabato 18 aprile, organizzata a Milano dalla Lega, è stata un mezzo fiasco sotto il profilo della partecipazione, mentre sotto il profilo politico ha avuto un solo effetto: quello di incrementare lo stato confusionale dell’area politica in questione.

E soprattutto ha confermato che la dimensione etica, che è propria dell’immigrazione — e che fonda lo stesso ius migrandi — appare fuori dalla portata del pensiero di destra. Cosa essa significhi per il futuro dell’umanità, per le relazioni tra i popoli e per quelle tra l’individuo e la natura, per l’intelligenza sociale e la cooperazione intergenerazionale, tutto ciò proprio non viene compreso e nemmeno concepito. La stessa parola remigrazione (già orribile dal punto di vista letterario, ma tant’è) è stata prima brandita come un corpo contundente e poi taciuta o elusa, tradotta in eufemismi o in fonemi allusivi, fino a disperdersi nell’aria come un cattivo odore.

Ancora più preoccupante quanto accaduto nelle aule parlamentari. Su queste pagine Gian Luigi Gatta ha spiegato in maniera definitiva i rischi di illegittimità costituzionale della norma destinata a compensare l’avvocato che conduca a termine la procedura di rimpatrio. Ne conseguirebbe il tendenziale stravolgimento del ruolo dell’avvocatura, com’è prevista e regolamentata dallo Stato di diritto, e la trasformazione della figura del legale in una sorta di bounty killer, un cacciatore di taglie (come nei film di Sergio Sollima e di Sam Peckinpah) al servizio della politica migratoria del governo.

A ciò si deve aggiungere l’abrogazione, sempre nel medesimo decreto, delle disposizioni del Testo Unico in materia di spese di giustizia che concedono il gratuito patrocinio per i ricorsi degli stranieri contro i provvedimenti di espulsione. Qui siamo in presenza di una potenziale rottura dell’equilibrio del sistema dei diritti e delle garanzie e di una lesione profonda del principio di parità di trattamento di fronte alla legge, e ciò perché il diritto alla difesa, quale fondamentale diritto soggettivo in capo alla persona, risulta gravemente compromesso.

E qui, nel panorama politico nazionale, accade qualcosa di stupefacente: l’intero schieramento dei favorevoli al sì nel referendum costituzionale, con la sola eccezione degli avvocati (e ci mancherebbe), tace: non una sola voce, nemmeno la più flebile, si è fatta sentire in queste ore, confermando quel pregiudizio, che ha evidentemente qualche fondamento di realtà, che il garantismo della destra riguarda solo ed esclusivamente i ceti privilegiati.

La destra appare prigioniera di un panico morale che la induce a una lettura tutta criminologica dei movimenti umani sulla terra. Rispetto a tutto questo — grandioso e terribile — davvero si può credere che una parcella di 615 euro per ogni migrante rimpatriato possa non dico salvarci, ma almeno darci una mano?

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