Il 25 aprile e la forza della memoria
di Massimo GianniniIn una “giornata particolare” come questa sarebbe bello fermarsi alla superficie delle cose. Osservarle con lo sguardo ingenuo di un bambino. Credere davvero che gli ideali di pace e libertà, per i quali ottantuno anni fa diedero la vita migliaia di donne e di uomini nella lotta partigiana, siano ormai patrimonio comune alla nostra civiltà. E confidare davvero che l’intero Parlamento condivida la Festa della Liberazione dal nazifascismo con lo stesso spirito repubblicano e con lo stesso patriottismo costituzionale, come lascerebbe pensare l’emiciclo che intona l’Inno di Mameli e poi si scioglie in un applauso. Ma sono solo illusioni, ottiche e politiche.
Proprio nel giorno in cui celebriamo i valori fondanti della nostra Storia, scritti con il sangue dei giusti nella Costituzione, tocchiamo con mano quanto siano ovunque devastati da quella che papa Leone XIV chiama «una manciata di tiranni». Mentre ricordiamo la sconfitta della dittatura e il riscatto di un popolo che con la Resisten…
In una “giornata particolare” come questa sarebbe bello fermarsi alla superficie delle cose. Osservarle con lo sguardo ingenuo di un bambino. Credere davvero che gli ideali di pace e libertà, per i quali ottantuno anni fa diedero la vita migliaia di donne e di uomini nella lotta partigiana, siano ormai patrimonio comune alla nostra civiltà. E confidare davvero che l’intero Parlamento condivida la Festa della Liberazione dal nazifascismo con lo stesso spirito repubblicano e con lo stesso patriottismo costituzionale, come lascerebbe pensare l’emiciclo che intona l’Inno di Mameli e poi si scioglie in un applauso. Ma sono solo illusioni, ottiche e politiche.
Proprio nel giorno in cui celebriamo i valori fondanti della nostra Storia, scritti con il sangue dei giusti nella Costituzione, tocchiamo con mano quanto siano ovunque devastati da quella che papa Leone XIV chiama «una manciata di tiranni». Mentre ricordiamo la sconfitta della dittatura e il riscatto di un popolo che con la Resistenza trovò la forza di rinascere, noi li guardiamo all’opera, i Trump, i Putin, i Netanyahu: e ci chiediamo se c’è ancora un «Nomos della Terra» e «quali catastrofi nasconde ancora l’abisso», come fanno Massimo Cacciari e Roberto Esposito in Kaos.
Se allarghiamo l’orizzonte, non abbiamo risposte. Solo speranze. Come quella che Sergio Mattarella ci ha consegnato alla vigilia di questo 25 aprile: quei principi di pace e libertà, giustizia e democrazia, restano il pilastro della nostra convivenza civile e della presenza dell’Italia nel contesto internazionale. E da questo “avamposto” non ci dovremmo mai muovere. Né per inseguire il pifferaio matto di Washington, né per blandire il truce zar di Mosca.
Mai come oggi, come ripete il presidente della Repubblica, festeggiare la Liberazione significa rifiutare ogni forma di sopraffazione e di deriva totalitaria, «quale ne sia la matrice ideologica o il preteso riferimento religioso che la ispiri». Significa ripudiare conflitti che colpiscono indiscriminatamente le popolazioni civili, in «scenari scandalosi» in cui la dignità umana è calpestata, il diritto internazionale è violato e quello umanitario disatteso.
Non è per riprodurre questa barbarie che i nostri padri e i nostri nonni si sacrificarono e morirono, sotto i colpi delle camicie nere di Mussolini e delle truppe d’occupazione di Hitler. Se crediamo davvero nel 25 aprile come data-simbolo che consacra pace e libertà come «valori universali», non possiamo non sapere qual è il nostro posto nel mondo: non è un satellite sperduto in mezzo alla galassia yankee, non è un «ponte» sgangherato in mezzo all’Oceano, non è uno «Stato-Nazione» isolato in mezzo al Continente.
È l’Europa, quella federale e solidale dei sognatori di Ventotene e poi dei padri fondatori: da Spinelli a De Gasperi, da Colorni a Monnet, da Rossi a Adenauer. Oggi è debole e divisa, perché così la vogliono i risorti imperi, convinti che le democrazie rappresentative vadano soppiantate dalle autocrazie elettive.
Proprio per questo, il dovere di un governo italiano che si sentisse davvero portatore del patrimonio valoriale e culturale ereditato dalla Liberazione lavorerebbe per rafforzare l’Unione, non per svuotarla e sabotarla dal di dentro come hanno fatto in questi anni le destre sovraniste. Saprebbe dire sì all’abolizione del voto all’unanimità in Europa, e no alla sottomissione dei 27 ai ricatti dell’America. Sarebbe inamovibile sia nell’aiuto alla difesa ucraina sia nel rifiuto del gas russo.
Non sospenderebbe gli accordi di partenariato con Israele a Roma, per poi votarne il rinnovo a Bruxelles. E non spargerebbe a fiumi lacrime per un crocifisso abbattuto da un soldato dell’Idf, senza prima aver condannato con tutto lo sdegno possibile lo sterminio di 73mila palestinesi nella Striscia e gli omicidi efferati della piccola Hind Rajab a Gaza, del ragazzino Jad Jadallah in Cisgiordania, della giornalista Amal Khalil in Libano.
Il diritto alla vita che riconquistammo nel 1945 ci dovrebbe impegnare in modo assoluto e incondizionato: perché la sofferenza dei popoli di oggi fu la nostra di allora. Purtroppo tutto questo non accade. O accade a fasi alterne, secondo gli umori della Casa Bianca e i tremori di palazzo Chigi. Così, il nostro posto nel mondo diventa un non-luogo: quello del “non condanno, non condivido”.
Se guardiamo in casa nostra le speranze sembrano ugualmente naufragate. Oggi assisteremo alle solite cerimonie di rito. E avremo ancora una volta la prova che questa destra al comando, non avendoci fatto mai davvero i conti, non sa dire qual è il suo posto nella Storia.
E se mai avessimo dubbi, il “fascista eterno” Ignazio La Russa li dissolve in un amen, ribadendo che lui ancora oggi da presidente del Senato, dopo aver deposto una corona di fiori al monumento ai partigiani, ne deporrebbe un’altra al Campo 10 di Milano, dove sono sepolti i repubblichini di Salò: tanto per ribadire che la dignità dei primi — grazie ai quali lui è oggi la seconda carica dello Stato — vale quella dei secondi.
Ma il problema ormai non è solo l’abiura mai dichiarata sul Ventennio, o la rottura mai consumata con la “matrice” estremista, illiberale e anti-costituzionale del Msi. Il tema vero è la postura reazionaria e autoritaria con la quale Meloni ha governato finora nel solco del modello trumpista, di cui proprio alla vigilia di questo 25 aprile abbiamo avuto un’altra riprova.
Quel «Fratelli d’Italia» risuonato nell’aula di Montecitorio, più che l’inno nazionale bipartisan che onora la Festa della Liberazione, è stato il grido di battaglia con il quale la maggioranza ha acclamato il voto finale sul decreto-sicurezza, in risposta alla corale «Bella Ciao» con la quale l’opposizione l’aveva contestato. E il silenzio dei banchi della Lega di Salvini, dove nessuno ha cantato né il primo né la seconda, ha reso ancora più penose le fratture identitarie della politica tricolore.
Del resto, come può non essere “divisivo” un 25 aprile che coincide con il varo del quarto, inutile e dannoso feticcio ideologico scagliato contro i migranti, un testo totalmente privo di necessità e d’urgenza, per di più illegittimo perché contempla una violazione del diritto alla difesa? Come si può commemorare tutti insieme la Costituzione antifascista nata dalla Resistenza, nello stesso giorno in cui le destre la manomettono di nuovo, costringendo il Capo dello Stato a promulgare una legge nata già viziata e a firmarne un’altra che ne corregge i vizi?
Dopo lo strappo del referendum sulla giustizia, altri ne vengono e ne verranno di qui alla fine della legislatura. Così, anche il nostro posto nella Storia diventa un non-luogo: quello del “non restaurare, non rinnegare”. Per fortuna nel Paese comincia a spirare il vento del cambiamento. Sta a noi cittadini non disperderlo. Lasciarlo soffiare forte su giornate come questa, nel ricordo di chi ce le ha regalate. Far vibrare la democrazia. Perché, come scriveva José Saramago, noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo.