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Italia, l’economia inchiodata allo zero virgola

Emanuele Orsini (Confindustria). Sullo sfondo, il ministro Giorgetti 

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La politica economica di questi anni non ha fatto troppo poco. Al contrario, è stato fatto troppo, troppo in fretta. Preparare riforme credibili con contributi esterni alla pubblica amministrazione e agli organi di partito, attraverso commissioni tecniche indipendenti
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NONOSTANTE l’attenzione ricevuta, l’indebitamento netto sopra il 3% del reddito nazionale per qualche centinaio di milioni nel 2025 è una questione contabile irrilevante. Non cambia di una virgola ciò che la politica economica dovrebbe fare, né cambia sostanzialmente ciò che può fare in base ai vincoli europei.

La questione rilevante, per il benessere degli italiani e la sostenibilità dei conti pubblici, è che l’Italia è tornata a essere il fanalino di coda in Europa. Nel 2025 la crescita italiana è stata lo 0,5%, contro l’1,4% dell’Eurozona e il 2,1% degli Stati Uniti. Nel 2026, secondo il Documento di Finanza Pubblica (Dfp), resterà allo 0,6%, a fronte dell’1,1% previsto dal Fondo Monetario per l’Eurozona e del 2,3% per gli Stati Uniti.

Una critica ricorrente al governo Meloni è che, pur avendo tenuto i conti pubblici in ordine, ha fatto troppo poco per riformare l’economia e sostenere la crescita. È una critica fuorviante. Basta leggere l’indice del Dfp per rendersene conto: su 264…

NONOSTANTE l’attenzione ricevuta, l’indebitamento netto sopra il 3% del reddito nazionale per qualche centinaio di milioni nel 2025 è una questione contabile irrilevante. Non cambia di una virgola ciò che la politica economica dovrebbe fare, né cambia sostanzialmente ciò che può fare in base ai vincoli europei.

La questione rilevante, per il benessere degli italiani e la sostenibilità dei conti pubblici, è che l’Italia è tornata a essere il fanalino di coda in Europa. Nel 2025 la crescita italiana è stata lo 0,5%, contro l’1,4% dell’Eurozona e il 2,1% degli Stati Uniti. Nel 2026, secondo il Documento di Finanza Pubblica (Dfp), resterà allo 0,6%, a fronte dell’1,1% previsto dal Fondo Monetario per l’Eurozona e del 2,3% per gli Stati Uniti.

Una critica ricorrente al governo Meloni è che, pur avendo tenuto i conti pubblici in ordine, ha fatto troppo poco per riformare l’economia e sostenere la crescita. È una critica fuorviante. Basta leggere l’indice del Dfp per rendersene conto: su 264 pagine, 162 sono dedicate alla miriade di provvedimenti presi in questa legislatura per attuare riforme e investimenti del Pnrr.

Cuneo fiscale e giustizia civile

Il governo ha approvato la legge annuale sulla concorrenza 2025, ha adottato il Libro Bianco Made in Italy 2030, ha ridotto il cuneo fiscale, è intervenuto su pubblica amministrazione, giustizia civile, istruzione tecnica, sanità territoriale, politiche per la famiglia e transizione energetica e digitale.

Se una critica va mossa alla politica economica di questi anni, non è che abbia fatto troppo poco. Al contrario, è stato fatto troppo, troppo in fretta, e senza rimettere in discussione i progetti ereditati dal Pnrr.

L’esito deludente di questo attivismo non dipende solo dalla guerra o dal fatto che le riforme richiedono tempo per dare frutti. La verità è che è maledettamente difficile identificare le riforme che servono davvero, e poi realizzarle superando i veti di chi si oppone.

Fonti alternative di energia

Per sommi capi, tutti sanno cosa servirebbe: riformare la pubblica amministrazione, rinforzare la concorrenza, migliorare istruzione e ricerca, rimuovere regolamentazioni inutili, trovare fonti alternative di energia.

Ma tradurlo in pratica è tutt’altro che facile, e chi sostiene il contrario prende in giro gli elettori. Sono anni che si esortano i governi a “fare le riforme”, e siamo sempre lì, inchiodati allo zero virgola. A un anno dalle elezioni, il governo ha due strade. Una è quella battuta da tanti esecutivi in passato: aggirare i vincoli di bilancio per sostenere temporaneamente la crescita con qualche regalo agli elettori più influenti.

La richiesta di maggiore flessibilità, condivisa con miopia da Confindustria, Cgil e persino da esponenti del Pd, segnala che il governo è tentato da quest’opzione. L’altra strada è usare questo anno per impostare seriamente il programma economico della prossima legislatura, tenendo la barra dritta sui conti.

Contributi esterni alla PA

Un programma di riforme credibile e dettagliato non si improvvisa: andrebbe preparato con contributi esterni alla pubblica amministrazione e agli organi di partito, attraverso commissioni tecniche indipendenti, confrontandosi con le migliori pratiche internazionali e aprendo un confronto strutturato con l’opposizione.

Questa seconda strada avrebbe due vantaggi. Primo, istituzionalizzerebbe le politiche di sviluppo. L’Euro ci ha costretti a istituzionalizzare il controllo dei conti pubblici, ma continuiamo a improvvisare le politiche per la crescita. Abbiamo il patto di stabilità, documenti programmatici, Corte dei conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio.

Va tutto va bene, ma distoglie l’attenzione dalla questione prioritaria e più complessa, che non è la politica di bilancio bensì la crescita. Il Pnrr ha provato a istituzionalizzare il processo di riforma, ma – come spiegano Tito Boeri e Roberto Perotti in una ricerca dello IEP@BU – lo ha fatto male: senza adeguata preparazione, con troppi obiettivi e troppo ambiziosi, privilegiando la forma sulla sostanza, con la fretta di spendere risorse ingenti e senza controllo sui risultati.

Contributi seri, senza slogan

Il secondo vantaggio è politico. Preparare con cura e trasparenza un programma di riforme costringerebbe anche l’opposizione a dare un contributo serio, anziché limitarsi a slogan. E renderebbe più facile realizzare poi le riforme a chi vincerà le elezioni.

Qualunque riforma incisiva incontra ostacoli perché rimuove rendite e privilegi. Ma se gli elettori fossero chiamati a scegliere tra progetti alternativi, il nuovo governo sarebbe legittimato a realizzare ciò che ha promesso.

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