C’è della follia in questo metodo? Rovesciando Shakespeare, è questa la domanda a cui sta cercando di rispondere la razionalità occidentale davanti all’inconsueto, all’inspiegabile, all’imprevedibile, cioè a questa strategia del caos che con Donald Trump ha fatto irruzione nel sistema politico mettendolo a soqquadro e rendendo inutili le categorie interpretative, i meccanismi di salvaguardia, il richiamo alle regole: tutto sta volando per aria, non solo la politica ma i suoi storici contenitori, le alleanze, la Nato, l’Occidente, gli organismi internazionali nati per prevenire i conflitti, le pagine di storia che documentano lo sforzo per progredire nella pacifica convivenza della libertà. Vedere che il leader dello schieramento democratico attacca la democrazia invece di difenderla è assistere a un testacoda talmente perfetto da non avere spiegazioni, un ribaltamento dei punti cardinali che sconvolge ogni mappa, e invita a cercare una logica in ciò che sta accadendo non solo fuori da…
C’è della follia in questo metodo? Rovesciando Shakespeare, è questa la domanda a cui sta cercando di rispondere la razionalità occidentale davanti all’inconsueto, all’inspiegabile, all’imprevedibile, cioè a questa strategia del caos che con Donald Trump ha fatto irruzione nel sistema politico mettendolo a soqquadro e rendendo inutili le categorie interpretative, i meccanismi di salvaguardia, il richiamo alle regole: tutto sta volando per aria, non solo la politica ma i suoi storici contenitori, le alleanze, la Nato, l’Occidente, gli organismi internazionali nati per prevenire i conflitti, le pagine di storia che documentano lo sforzo per progredire nella pacifica convivenza della libertà. Vedere che il leader dello schieramento democratico attacca la democrazia invece di difenderla è assistere a un testacoda talmente perfetto da non avere spiegazioni, un ribaltamento dei punti cardinali che sconvolge ogni mappa, e invita a cercare una logica in ciò che sta accadendo non solo fuori dalla politica ma fuori dalla tradizione, dal costume, dal vocabolario: appunto, fuori dalla ragione.
Chissà se oltre alla prassi liquidatoria di tutti gli istituti di tutela della democrazia c’è anche una teoria che guida le azioni della Casa Bianca, chissà se Trump si propone di incarnare la raffigurazione del potere di Carl Schmitt, secondo cui il sovrano si rivela nella capacità di sospendere la norma, di decidere quando le regole non valgono più, cercando legittimità non nella legalità, ma nella potenza dell’infrazione. Oppure se è solo l’istinto che guida le scelte, il carisma che le annuncia, la contraddizione permanente che testimonia la mancanza di ogni vincolo e di qualsiasi limite. Certo assistiamo a una personalizzazione totale della leadership che risolve l’equazione del potere con una semplificazione assoluta: tutto nasce da lui e a lui ritorna, nessun altro può condividere il processo decisionale perché il carattere messianico di questa avventura assegna all’esercizio del potere una funzione quasi sacerdotale, riservata al capo supremo.
Tutto questo non è un semplice rituale, ma al contrario è una delle condizioni che determinano l’irrazionalità delle scelte. Assistiamo infatti a un accumulo di potestà sovrana nelle mani del presidente e insieme alla crescita della sua solitudine nella responsabilità delle decisioni. Perché quanto più l’autorità è esclusiva, tanto più diminuisce per forza di cose il concorso di competenze. I negoziatori ufficiali degli Stati Uniti nelle guerre sono il genero di Trump, Jared Kushner e l’amico immobiliarista Steve Witkoff: che hanno evidentemente la piena fiducia del presidente, ma con altrettanta evidenza depotenziano e svalutano il ruolo professionale dell’amministrazione e il suo concorso. Questa privatizzazione delle funzioni proprie del governo determina una gestione delle crisi come un’ “interna corporis” del presidente, e taglia fuori l’esperienza generale e la conoscenza specifica della macchina statale, che gira a vuoto esclusa dal processo. Ci stupiamo se certe decisioni sembrano sconsiderate o assurde: ma la radice è esattamente in questa diffidenza per il sapere dell’apparato ministeriale e per la cultura di governo, che in realtà è anche una garanzia per i cittadini.
Quando le decisioni del presidente o i suoi annunci non producono le conseguenze promesse, risalta drammaticamente la sproporzione tra le ambizioni e i risultati, tra la temerarietà e la realtà, tra il titanismo della sfida e il declino dell’autorità che la sostiene. Gli Stati Uniti e il mondo stanno calcolando il prezzo di questo scarto, il costo politico di un presidente che distrugge senza saper ricostruire: e non trovando una giustificazione a questa ossessione di dominio che non riesce a tradurre la forza in politica, cercano la spiegazione nella follia.
È una scorciatoia cognitiva, un’auto-rassicurazione. Se entra in campo l’irrazionale, tutto si riduce a un’anomalia individuale, e il sistema è salvo. Si esce dalla politica: non è più necessario interrogarsi sulle cause che hanno preparato l’avvento del trumpismo, non è obbligatorio riflettere sulle complicità della classe dirigente e sulla latitanza delle opposizioni. La riduzione di un problema istituzionale a caso clinico de-responsabilizza politicamente tutta Washington, trasforma l’estremismo di governo in una sorta di possessione tribale, e assolve gli elettori di Trump che non devono sentirsi complici, perché in realtà sono stati traditi.È la riduzione di un caso di portata universale alla dimensione personale, nella convinzione che risolta l’anomalia, magari già a midterm, sarà ripristinata la normale fisiologia del sistema americano. Ma le cose non stanno così. Trump non è un alieno arrivato alla Casa Bianca per un incidente della storia, è un prodotto di quella storia, con una genesi, uno sviluppo e una crescita ben precisi.
Cercando una spiegazione all’anomalia nella patologia, noi non vediamo l’azione dell’ideologia. Non ci accorgiamo cioè che l’estremismo sovranista di Trump è il frutto di una mutazione della destra americana che si è impadronita del partito repubblicano come veicolo, l’ha sventrato e dirottato, ha sostituito il mito reaganiano della “città sulla collina” con l’egoismo titanico dell’”America first”, ha costruito una forza tecnicamente rivoluzionaria col movimento Maga e l’ha lanciata all’assalto del Campidoglio, facendo di quel gesto eversivo l’imprinting del secondo mandato di Trump, dopo la vittoria elettorale. È la destra dunque che deve affrontare la manomissione trumpiana del suo codice genetico, fino a ipotizzare il superamento della democrazia liberale, cioè un cambio di regime in America. È sempre la destra che deve decidere cosa vuole essere, al bivio tra un conservatorismo di sistema e una rivoluzione reazionaria. È ancora la destra, in sostanza, che deve fare politicamente i conti con la “follia” neoautoritaria di Trump. Nessuna cartella clinica la salverà.